“Every principle of civil caution was lost sight of, and the Charlatans drove headlong as madness and wickedness prompted,but they were not able to keep up the bubble.”
Lettera a William Short, 17 marzo 1801
Buona giornata a tutti i lettori di Jefferson!
Oggi, nel nostro ultimo carteggio prima della pausa estiva (nella quale continueranno a uscire contenuti programmati, oltreché la Flash di giovedì) parliamo di un tema eterno e ricorrente nella parabola di Trump, anche prima della politica: quello dei prodotti brandizzati con il suo nome. Che spesso si rivelano poi decisamente diversi dalle aspettative. La costante è che tranne poche eccezioni (gli alberghi sono effettivamente di pregio), quasi sempre si tratta di un raggiro. In legalese la potremmo chiamare truffa o per usare le parole del suo ex seguace Nick Fuentes, uno scam. La nostra redazione ha scelto alcune storie esemplari.
Buona lettura!
Trump University: l’unico corso in cui a giovarne è il truffatore
di Laura Gaspari
La storia di una truffa dal nome presidenziale di cui un po’ tutti ci siamo dimenticati: ce la racconta Laura Gaspari
Make America Scam Again: TRUMP, il memecoin che ha ingannato i patrioti
di Giacomo Stiffan
Come una strategia di marketing politico ha svuotato i wallet dei patrioti digitali, e riempito le casse di chi controlla il messaggio: l’analisi di Giacomo Stiffan
Lo smartphone “Made in Usa” che non esiste: la truffa dell’autarchia tech
di Alberto Bellotto
Annunciato come simbolo del tech sovranista, il T1 Phone di Trump doveva essere fabbricato in America. Tra ritardi, misteri e componenti cinesi, resta solo un grande bluff: l’analisi è di Alberto Bellotto.
Quanti soldi in un cappellino
di Enrica Nicoli Aldini
Icona culturale e impero commerciale, la merce MAGA arricchisce le casse private di Trump sfruttandone l'immagine pubblica: il reportage di Enrica Nicoli Aldini








Bravi! Tutto interessante 🌷