Non un paradiso: la vita dei nativi hawaiani

Dopo secoli di dominazione straniera, la convivenza tra nativi hawaiani e americani bianchi è ancora complicata. Ma c'è chi prova a sensibilizzare la popolazione.

I nativi hawaiani (Kanaka Maoli in lingua hawaiana) sono i discendenti dei coloni polinesiani originari delle Hawai'i, un arcipelago del Pacifico orientale. Precedentemente un regno indipendente e in seguito un territorio degli Stati Uniti, le Hawai'i sono diventate il cinquantesimo stato americano nel 1959.

Nel censimento del 2010 il numero di nativi hawaiani e altri abitanti delle isole del Pacifico è stato stimato in 1,2 milioni, lo 0,4% della popolazione totale americana. Questo dato includeva 540.000 nativi hawaiani o altri abitanti delle isole del Pacifico (0,2%) e 685.200 (0,2%) in combinazione con altre etnie.

I nativi hawaiani sono concentrati principalmente nelle cinque contee delle Hawaii, dove costituiscono un quinto della popolazione. Nel 2019, dieci stati con le più grandi popolazioni di nativi hawaiani/isolani del Pacifico erano: Hawaii, California, Washington, Texas, Utah, Florida, Nevada, Oregon, New York e Arizona

L'esperienza coloniale dei nativi hawaiani è paragonabile alla difficile esperienza delle popolazioni indigene di tutto il mondo, con le complicazioni aggiuntive del turismo. L'industria del turismo hawaiano porta ogni anno sull'isola sei volte più visitatori rispetto ai residenti permanenti

Le Hawai'i pre-colonialismo erano governate da un sistema di gruppi familiari e gerarchie, che coltivavano la terra su base comunitaria. Il mondo naturale era considerato una rete politeistica e animistica di relazioni familiari. Una ricca cultura di musica, canto, poesia, danza, storia e rituali ha sostenuto nei secoli questa visione del mondo.

Quando gli europei bianchi (chiamati “haole” nella lingua nativa) arrivarono nel 1778 con il capitano James Cook della Gran Bretagna, portarono con loro una serie di malattie che, nel giro di un secolo, ridusse la popolazione delle isole da oltre 800.000 a una popolazione indigena di meno di 39.000 abitanti.

Le Hawai'i furono riconosciute a livello internazionale come un regno indipendente dal 1779 al 1893. Tuttavia, verso la metà del Diciannovesimo secolo, le “grandi cinque” compagnie di zucchero statunitensi dominavano già l'economia hawaiana. Nonostante il desiderio e la volontà di autodeterminazione del popolo hawaiano, la regina Lili'uokalani fu rovesciata con la forza dai marines statunitensi nel 1893 e il Congresso completò il processo con l'annessione delle Hawaii come territorio nel 1898.

Un gran numero di lavoratori asiatici e statunitensi furono trasferiti per lavorare le piantagioni; gli Stati Uniti imposero dunque uno stretto controllo economico e stabilirono basi militari. La lingua hawaiana fu bandita dalle scuole, mentre le pratiche religiose tradizionali vennero emarginate o vietate.

Durante la Seconda guerra mondiale, le Hawaii furono poste sotto la legge marziale dai governatori territoriali. Nell'immediato dopoguerra, gli attivisti giapponesi e hawaiani iniziarono ad assumere ruoli di primo piano nel Partito Democratico locale, che fu determinante per ottenere la statualità per le Hawaii nel 1959.

Oggi nessun gruppo etnico in Hawai'i costituisce l’assoluta maggioranza. Il razzismo istituzionale e l'influenza degli Stati Uniti hanno preservato il dominio degli americani bianchi, ma i residenti giapponesi e cinesi si sono gradualmente ripresi da una grave discriminazione per assumere più ruoli di responsabilità. 

Il riconoscimento delle Hawaii come cinquantesimo Stato americano, in ogni caso, non ha portato tutti i benefici sperati per la popolazione nativa. Il Congresso degli Stati Uniti ha assegnato poco più di 800 kmq ai nativi hawaiani nell'Homestead Land Act del 1921 e altri 5.666 kmq nel 1959 come terre “cedute”.

Una serie di agenzie statali ha affittato gran parte di questa terra per interessi industriali, turistici o militari, e nella maggior parte del territorio non sono mai state fornite le infrastrutture necessarie per la creazione di abitazioni. Nel 1993, il presidente Clinton ha proclamato la Public Law 103-150, delle scuse pubbliche per il ruolo degli Stati Uniti nel rovesciamento della monarchia, ma nessun nuovo diritto o riparazione ha accompagnato questo gesto simbolico. 

Alla fine degli anni Settanta, il Partito Democratico locale tentò di placare la pressione dei nativi hawaiani istituendo l'Office of Hawai'ian Affairs (OHA), un'autorità di autogoverno semi-autonoma. Molti hawaiani credono che, in quanto agenzia statale, l'OHA abbia un conflitto di interessi intrinseco.

Gli ultimi decenni hanno visto lo sviluppo di un grande movimento nazionalista hawaiano radicale. Il più grande dei circa 40 gruppi contrari all'approccio dell'OHA è Ka Lahui Hawai'i (Hawai'ian Nation), fondato nel 1987, ebbe il suo picco nel 1995, quando raggiunse 23.000 adesioni. Il 17 gennaio 1993, oltre 15.000 persone hanno marciato a sostegno della sovranità dei nativi hawaiani.

Il movimento nazionalista hawaiano ha generato proteste e discussioni su un gran numero di battaglie intersezionali. Anzitutto, l'affollamento delle isole, lo sfruttamento economico, l'inquinamento, l'abuso del suolo e, in particolare, la mercificazione e la falsa rappresentazione della cultura hawaiana causata dall'industria leader dello stato, il turismo.

Un secondo aspetto centrale riguarda la presenza militare statunitense, che porta dipendenza economica, occupa e inquina migliaia di chilometri quadrati di terra che i nativi considerano sacra. In riferimento a questo ultimo aspetto, i malumori dei nativi riguardano sempre la violazione di terreni sacri attraverso l'estrazione di energia geotermica nei pressi del vulcano sacro Kilauea a Big Island, la costruzione dell'autostrada H-3 nella valle di Halawa, il dissacramento dei cimiteri hawaiani da parte di impresari ed antropologi; i bombardamenti di prova sull’isola di Kaho'olawe. Infine, l'arresto e l'incarcerazione nell'agosto 1995 del capo di Stato ufficiale di Ka Lahui Hawai'i (iniziativa di autogoverno dei nativi per la sovranità), Pu'uhonua B. Kanahele, per aver interferito con l'arresto di un manifestante hawaiano

L'influenza degli Stati Uniti risulta essere pesante e l'equilibrio etnico dell'influenza degli elettori scoraggia i politici nell’impegnarsi per soddisfare i diritti del popolo delle Hawaii. Altre minoranze, in particolare i filippini, temono che i guadagni per la sovranità dei nativi hawaiani impediscano il loro stesso progresso, mentre la minoranza haole continua a respingere azioni concrete che andrebbero a compensare i popoli indigeni delle isole per la colonizzazione e ad abbattere il potere delle grandi aziende.

I nativi hawaiani affrontano ancora livelli elevati di povertà, mancanza di alloggi, disoccupazione, incarcerazione, cattiva salute e livelli di reddito e istruzione inferiori rispetto alla popolazione generale degli Stati Uniti. I nativi hawaiani hanno anche uno dei peggiori tassi di morte e malattia di qualsiasi gruppo etnico negli Stati Uniti e alti tassi di insuccesso scolastico, abuso di sostanze, suicidio, persone senza fissa dimora e dipendenza dal welfare.

Secondo un rapporto del 2017 pubblicato dal Dipartimento per l'edilizia abitativa e lo sviluppo urbano degli Stati Uniti, le Hawaii hanno il più alto tasso di senzatetto pro capite di qualsiasi stato degli Stati Uniti. I nativi hawaiani sono sovra rappresentati tra i senzatetto dello stato, il 42% nel 2016. I drammatici aumenti dei costi delle abitazioni, esacerbati dal boom dell'industria del turismo, contribuiscono anche oggi a questa tendenza.

Nella loro lotta per recuperare l'integrità hawaiana, i nativi hanno creato un rinascimento culturale nelle versioni politicamente cariche di significato delle arti tradizionali, hanno istituito scuole, hanno reso l'hawaiano una lingua ufficiale di stato e hanno ottenuto una garanzia costituzionale dei diritti religiosi.

La lotta per l'autodeterminazione dei nativi hawaiani ha guadagnato un certo slancio con la proposta di legge del Senato, il Native Hawai'ian Government Reorganization Act del 2005, soprannominato Akaka Bill dal suo promotore, il senatore Daniel Akaka delle Hawai'i.

Il disegno di legge, se approvato, avrebbe riconosciuto i nativi hawaiani come un popolo indigeno simile agli indiani d'America e ai nativi dell'Alaska. Coloro che si oppongono al disegno di legge sostengono che sia incostituzionale perché dividerebbe le Hawai'i sulla base dell'etnia.

L'8 giugno 2006 il Senato ha votato una mozione di procedura che avrebbe portato il disegno di legge in aula per un'ampia discussione e votazione. Perché ciò accadesse, sarebbero stati necessari 60 voti, ma la mozione è stata bocciata con 56 voti contrari e 41 a favore.

La lotta per l'autodeterminazione dei nativi hawaiani però, senza dubbio, continuerà. Recentemente, le battaglie dei nativi hawaiani hanno ottenuto l’attenzione di molti utenti (soprattutto giovani) sui social network quali Instagram e Tik Tok grazie all’attivismo di @melemaikalanimakalapuaa, una giovane donna polinesiana in grado di sensibilizzare sulle tematiche qui presentate tramite brevi video virali e post.

I diritti fondiari rimangono una questione urgente per i nativi hawaiani. Negli ultimi anni, gli attivisti nativi hanno cercato di fermare la costruzione di uno dei più grandi telescopi del mondo in cima al Mauna Kea a Big Island. Mauna Kea è un luogo sacro per i nativi hawaiani, conosciuto come la casa di Wākea, dio del cielo. La montagna è anche un ecosistema cruciale e fragile, habitat di piante e animali selvatici in via di estinzione. Nonostante le proteste veementi iniziate nel 2014 e dopo un'azione legale per cercare di impedire il proseguimento del progetto, nell'ottobre 2018 la corte suprema dello Stato ha confermato il permesso di costruzione per il Thirty Meter Telescope (TMT).

I Kanaka Maoli, quindi, sono un esempio importante di minoranza minacciata dal sovrasviluppo delle isole del Pacifico. Ciononostante, grazie ai recenti sforzi per portare nuova attenzione alle problematiche qui esposte, essi risaltano come popolo attivo e attivista, vivace raffigurazione dell’amore nei confronti della propria terra e delle proprie origini, che cercano di conservare, rispetto all’appiattimento culturale allo stile di vita americano.

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