Dopo un mese di stop gli Usa sono tornati a bombardare l'Iran sull'isola di Larak, nello Stretto di Hormuz. Teheran ha risposto lanciando missili verso Aqaba e la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, dove sono ospitate forze dell'esercito americano. Donald Trump ha promesso allora su Truth di colpire ancora più duramente e di finire una volta per tutte l'Iran, una "nazione fallita", "MORTA!".
La ripresa dei bombardamenti è tornata ad affollare i media con allarme. Sul New York Times si legge che “la guerra, iniziata sei mesi fa, sembra tutt'altro che finita”, ma che questo è solo “l'ennesimo segnale". Infatti, nonostante l'ultimo attacco statunitense contro l'Iran prima del raid sull'Isola di Larak risalisse al 29 luglio, durante quel mese si sono susseguiti una serie di attacchi militari che hanno sancito la fine del cessate il fuoco annunciato l'8 aprile scorso.
Un cessate il fuoco durato ufficialmente sessanta giorni, nonostante sia stato violato numerose volte dalla sua dichiarazione. Infatti la stampa statunitense, monitorando gli avvenimenti, lo ha sempre messo in discussione. Abbiamo letto che “il cessate il fuoco è fallito nel giro di poche settimane”, a inizio luglio “si sgretola“, ma già da un pezzo “vacillava”. Spesso “è stato sull’orlo del collasso totale”. Circa un mese dopo la firma dell’accordo era già “in dubbio”.
Poi, subito dopo le cerimonie funebri per il defunto ayatollah Ali Khamenei, è arrivato l’annuncio ufficiale di Trump: “Penso che sia finito.” Gli Stati Uniti hanno reintrodotto il blocco navale dei porti iraniani e nuove sanzioni economiche sul petrolio, mentre entrambe le parti hanno ripreso gli attacchi militari. A luglio, la conclusione di un fiacco cessate il fuoco è stata quindi annunciata per forza di cose: come si poteva negarla, sia da parte dell’amministrazione Trump, sia da parte della stampa, se le violenze stavano continuando?
Il fatto che il cessate il fuoco tra Usa e Iran abbia avuto un inizio e, soprattutto, una fine ben definiti, impone però di fare un confronto con la narrazione di un altro cessate il fuoco, quello a Gaza.
Parlando di Iran, i media hanno descritto le violazioni del cessate il fuoco come tali da mettere in dubbio la resistenza stessa della tregua. Le conseguenze delle violazioni sono state presentate come minacce alla sicurezza globale e con conseguenze dirette sulla popolazione statunitense, poiché legate al rischio nucleare e all’impennata del prezzo del petrolio.
Per mesi, invece, la stampa americana, e non solo, ha affermato che a Gaza “un fragile cessate il fuoco resiste”, ma l’esercito israeliano non si è ritirato come avrebbe dovuto, anzi: i gazawi continuano ad essere presi di mira, e la maggior parte delle vittime sono donne e bambini. Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute di Gaza, le operazioni israeliane nella Striscia hanno causato la morte di 1.005 palestinesi dall’entrata in vigore della tregua annunciata da Trump lo scorso ottobre. Nonostante questo, nessuno ha annunciato la fine del cessate il fuoco. Anzi, la crisi umanitaria è stata a lungo presentata sui media come una situazione sotto controllo o un problema congelato dall’intervento diplomatico degli Stati Uniti.
Questa differenza di approccio va a modificare il modo in cui i lettori statunitensi percepiscono le notizie, come spiegano i dati del think tank americano Pew Research Center.
Secondo uno dei loro studi, il 33 per cento degli americani afferma che l’intervento militare statunitense in Iran renderà il mondo meno sicuro, mentre il doppio degli americani pensa che la guerra renderà gli Stati Uniti meno sicuri rispetto a coloro che pensano che renderà il loro Paese più sicuro. La guerra in Iran, quindi, viene percepita come un’emergenza, poiché raccontata con allarme. Inoltre è stato rilevato che gli americani ripongono una fiducia maggiore in Trump quando si parla di relazioni tra Stati Uniti e Israele, rispetto alla sua capacità di prendere buone decisioni su altre questioni di politica estera, inclusa la politica statunitense nei confronti dell’Iran. Questo perché i media mainstream americani sono sempre molto critici nei confronti di Trump, ma, quando si tratta del suo sostegno incondizionato a Israele, l’opposizione giornalistica si fa più mansueta e accomodante, presentando le raffiche militari di Israele come notizie meno rilevanti e meno urgenti.
Un altro dato rilevato dal think tank è che in seguito all’attacco di Hamas contro Israele nell’ottobre del 2023, l’opinione pubblica statunitense verso gli israeliani è diventata sempre più negativa, mentre quella verso i palestinesi non è cambiata di molto: quindi oggi gli americani nutrono un’opinione quasi altrettanto favorevole nei confronti del popolo palestinese quanto quella nei confronti del popolo israeliano. Anche questa potrebbe essere una conseguenza della copertura mediatica anestetizzata del genocidio: il livello di umanizzazione dei palestinesi nelle notizie è basso e il numero dei morti resta sullo sfondo.
Di recente, giornali come il New York Times hanno espresso perplessità sull’esistenza stessa del cessate il fuoco a Gaza, mentre la CNN ha parlato di una “fase di stallo” della tregua mediata da Trump. Media arabi come Al Jazeera hanno sottolineato più volte che “il cessate il fuoco a Gaza non è riuscito a fermare gli attacchi di Israele”, mettendo in dubbio che il frame dato alle notizie sulla violazione del cessate il fuoco fosse corretto. Esattamente come in Iran, a Gaza è pieno di segnali che la violenza è tutt'altro che finita. Esattamente come per l’Iran, se “cessate il fuoco” è nel titolo, l’articolo non dovrebbe parlare di morti e bombardamenti.






