Bias pro-Tel Aviv: una politica di lunga data sui media americani?
Titoli vaghi e omissivi spesso rispecchiano una scelta editoriale che protegge l'immagine del governo israeliano a scapito della verità giornalistica
Nonostante tutto, persiste il bias pro-israeliano nei maggiori mezzi di comunicazione occidentali, compresi alcuni media americani. Nei titoli, le notizie incorniciano gli eventi con un’imparzialità sbilanciata. Anche nel racconto della violenza: ci sono due parti, non un occupante che perpetra un genocidio. Mancano le parole: palestinesi, omicidio, occupazione, terrorismo. E Israele raramente è menzionato come responsabile dell’attacco o della morte delle vittime.
I fatti vengono raccontati con parole ed espressioni vaghe che non turbano e non spiegano
La copertura su Gaza è diminuita drasticamente da quando Donald Trump ha annunciato la “pace” lo scorso ottobre. Pace che ha permesso a Israele di continuare a bombare un territorio già quasi interamente distrutto, ma in silenzio. Lo stesso modus operandi sta venendo applicato nel sud del Libano, mentre sui media le responsabilità del regime israeliano sono occultate o ridimensionate.
Un titolo della CNN recita che la distruzione del Libano da parte di Israele sta seguendo il “Gaza playbook”. Il manuale di Gaza si chiama “genocidio”. Altrove, il New York Times scrive che “Israele sta prendendo il controllo del sud del Libano”. “Prendere il controllo” è vago, non spiega, stimola un dubbio; e il dubbio è nemico del giornalismo. Se la regola è garantire nel titolo un’informazione immediata, chiara e precisa, qui l’errore è anche che le parole complicano la questione anziché chiarirla.
Ai lettori non viene rivelato chi ha commesso l’aggressione né chi ha ucciso la persona al centro della storia
Succede sul New York Times, che titola: “Un libanese chiede: ‘Quale cessate il fuoco?’, mentre la violenza continua a serpeggiare nel sud del Libano”. Di nuovo, “violenza” è vago. E chi sta compiendo le violenze? Israele sta distruggendo il Libano meridionale, demolendo case, radendo al suolo interi villaggi, prendendo di mira gli sciiti e impedendo il ritorno degli abitanti. La “violenza che continua a serpeggiare”, anziché essere presentata come la conseguenza di una scelta umana, viene rappresentata come incontrollabile, al pari di un fenomeno meteorologico.
Nel caso dell’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, il 22 aprile scorso, il Wall Street Journal titola: “La giornalista libanese Amal Khalil muore dopo l'attacco”. Non viene detto per mano di chi. Non viene detto perché. La giornalista è stata uccisa dal regime israeliano perché per anni ha documentato la vita delle persone nel Sud del paese durante l’invasione e i bombardamenti israeliani. L’ha fatto nonostante nei due anni precedenti avesse ricevuto numerose intimidazioni da parte del regime. Un agente del Mossad minacciò di decapitarla se non avesse smesso di fare reportage. Alla fine è stata uccisa durante il cessate il fuoco, mentre era in servizio. Per proteggersi da un raid si era rifugiata in un edificio che l’esercito israeliano ha bombardato. Khalil è rimasta per ore sotto le macerie. Quando l’esercito israeliano ha permesso l’intervento dei soccorsi, era già morta.
Le circostanze di questa morte sono rilevanti. “La giornalista muore dopo l'attacco” fa pensare a una fatalità. Invece è stato un omicidio mirato contro un’operatrice dell'informazione: un crimine di guerra. Khalil è la nona giornalista libanese uccisa dagli attacchi israeliani. Omettere questi dettagli priva l'informazione data nel titolo di ciò che la rende effettivamente una notizia e ne attenua la portata.
Le morti per mano di Israele vengono minimizzate perché le vittime stesse sono ritenute trascurabili
Il titolo di un articolo di AP News è: “Giovani artisti palestinesi a Gaza mostrano le loro impressioni sulla guerra mentre un fragile cessate il fuoco regge”. Israele ha ucciso oltre ottocento palestinesi da ottobre: il cessate il fuoco non regge affatto.
Al contrario, il livello di umanizzazione, attraverso la menzione di nomi, famiglie e contesto, delle vittime israeliane è più alto di quello dei palestinesi. Per esempio, sempre su AP News sono state condivise delle foto che mostrano gli israeliani che “festeggiano presso una sorgente in Cisgiordania nonostante le tensioni elevate”: un dettaglio molto umano, rassicurante, mentre gli attacchi sui palestinesi, non menzionati, persistono ed esistono all’interno di un vago, spersonalizzato “tensioni elevate”.
Oppure, il rapporto Framing Gaza ha rilevato che il New York Times ha menzionato “Israele” nel 99,5 per cento dei suoi titoli maggiori e “Palestina” solo nello 0,5 per cento. Non solo viene dato più spazio alle prospettive israeliane, ma quando la parola "Palestina" compare, oltre la metà degli articoli si riferiscono a "proteste pro-Palestina" o "azioni per la Palestina", piuttosto che ai palestinesi stessi.
Una politica di lunga data
Come riportato da Al Jazeera Journalism Review, già nel 2024 oltre 1.500 giornalisti di decine di testate statunitensi hanno firmato una lettera aperta in cui condannavano la copertura mediatica occidentale delle azioni di Israele, accusando le redazioni di utilizzare una “retorica disumanizzante che è servita a giustificare la pulizia etnica dei palestinesi”.
L’anno scorso, The Intercept ha confermato che “ogni giornalista della CNN che si occupa di Israele e Palestina deve sottoporre il proprio lavoro alla revisione della redazione di Gerusalemme prima della pubblicazione, in base a una politica di lunga data”.






