A guardare i sondaggi, sembra che i democratici americani abbiano davanti a loro un goal a porta vuota alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Trump è fermo al 33 per cento di approvazione, il punto più basso della sua carriera, il 71 per cento degli americani boccia la sua gestione del costo della vita e il Partito Democratico guida il generic ballot per il Congresso con un vantaggio tra i sei e i sette punti, con una sovraperformance di oltre dieci punti nelle elezioni speciali rispetto al 2024. In un contesto così favorevole una vittoria di misura sarebbe già un’ammissione di debolezza in vista del 2028, ma la probabilità che la palla vada sopra la traversa non è zero, persino con il portiere – il GOP – fuori dai pali.
La sensazioni di molti, compresi vari esponenti Dem, è che un decennio di costante polarizzazione nella politica americana abbia disilluso gli elettori, che ormai votano turandosi il naso sulla base di chi non vogliono far vincere, piuttosto che per reale convinzione.
Oramai capire quali posizioni sostenga il Partito Democratico su molti temi, a parte non essere Donald Trump, è arduo da definire. Tra candidati controversi e una guerra tra correnti alla luce del sole, i Dem stanno attraversando un periodo complicato nonostante il contesto favorevole.
I numeri attuali vanno interpretati in ogni caso con cautela. Nei tre cicli presidenziali con Trump sulla scheda (2016, 2020 e 2024), i sondaggi hanno sistematicamente sottostimato il voto repubblicano per una combinazione di fattori, tra cui la minore propensione dei suoi elettori a rispondere alle interviste e la dinamica di chi decide all’ultimo minuto. Tuttavia, è anche vero che quando Trump non è sulla scheda il fenomeno diventa più sfumato: nel 2022 i sondaggi furono tra i più accurati degli ultimi anni e infatti smentirono la narrazione mediatica della red wave, rivelatasi fuorviante.
Al contempo, il precedente delle midterm del 2018 insegna a essere cauti: la sovraperformance nelle special elections legislative statali, che ora tocca 10 punti, in quel ciclo scese da 18 a soli 2 punti man mano che ci si avvicinava al voto.
Il vantaggio dei democratici merita quindi fiducia, ma senza sottovalutare i tentativi dei Dem di mettersi i bastoni tra le ruote da soli.
Il problema dei candidati
Il caso di Graham Platner nel Maine è l’esempio più clamoroso (ne avevamo già parlato qui): dopo aver vinto le primarie democratiche a giugno, Platner è stato costretto a ritirarsi dalla corsa per il Senato a luglio a seguito di gravi accuse di violenza e molestie sessuali, da lui sempre negate. Lo stesso Bernie Sanders – che lo aveva sostenuto – ha ammesso di non sapere se i propri candidati fossero “fully vetted”, pienamente verificati.
Una grave mancanza di consapevolezza nei confronti di un’asimmetria che coinvolge chiunque affronti la retorica di estrema destra, per cui la lealtà al leader spesso è sufficiente a cancellare eventuali scheletri nell’armadio e posizioni controverse, anche le più raccapriccianti, e il partito quasi sempre fa muro compatto attorno ai propri esponenti. Nell’area progressista, invece, l’ideologia basata su esempio personale e virtue signalling rende il partito vulnerabile, in quanto basta un’incoerenza per essere bollati come ipocriti che predicano bene e razzolano male, in primis dai propri sostenitori.
Proprio per questo, il caso Platner è grave e sarebbe dovuto emergere molto prima; con una semplice verifica, se fosse stata fatta. Quanto accaduto fa capire quanto serie siano le carenze interne nei meccanismi di selezione dei candidati Dem e quanto venga presa sottogamba un’asimmetria che il partito conosce da anni e continua a trattare come un imprevisto.
La spaccatura ideologica
È il principale esponente dell’ala socialista, Sanders, a offrire la diagnosi più netta: limitarsi a definire Trump “pericoloso” non basta più. Alla base della critica c’è l’idea che il partito difenda uno status quo economico che milioni di lavoratori considerano fallimentare, invece di offrire un’alternativa concreta su salari, sanità e costo della vita. Un’analisi in larga parte condivisa, sebbene le opinioni divergano su quale sia la soluzione.
Il primo settembre la Camera ha approvato una risoluzione di condanna del socialismo per 220 voti a 192, con 8 democratici che hanno votato con i repubblicani. Si è trattato di un trabocchetto, ma è anche la punta dell’iceberg di una faglia ideologica che si sta allargando in vista delle primarie 2028.
Da una parte, l’agenda Abundance di Ezra Klein e Derek Thompson, già abbracciata da governatori come Newsom, sostiene come la scarsità di case, energia, sanità e infrastrutture sia causata da decenni di regole, zoning locale, procedure di permesso e revisioni ambientali che i progressisti stessi hanno costruito, e per la quale la soluzione sta nel liberalizzare l’offerta.
Dall’altra, l’ala socialista di Sanders e Ocasio-Cortez, giudica l’agenda un rebranding della corporate wing del partito: un modo per sviare l’attenzione dalla disuguaglianza e dallo strapotere delle corporation puntando il dito verso l’eccesso di burocrazia.
Le tensioni al DNC, la dissidenza interna e il problema generazionale
Nemmeno i vertici del Democratic National Committee sono immuni dalle divisioni: il presidente Ken Martin ha passato i primi mesi del mandato in collisione con il vicepresidente David Hogg, che aveva promesso 20 milioni di dollari per sfidare alle primarie i deputati giudicati “addormentati al volante” nei collegi sicuri, fino a una registrazione Zoom finita su Politico in cui Martin accusa Hogg. Successivamente, una contestazione procedurale sulle regole di rappresentanza di genere ha portato a un voto interno (294 a 99) per ripetere l’elezione delle vicepresidenze, spingendo Hogg a non ricandidarsi.
Ancora più emblematico è il caso del senatore della Pennsylvania John Fetterman, di cui abbiamo scritto pochi giorni fa. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata di recente, il senatore della Pennsylvania salta di continuo incontri con gli elettori e impegni di commissione, un comportamento che il vicepresidente del DNC Malcolm Kenyatta ha condannato apertamente. Si tratta ormai di un pattern: Fetterman ha già rotto con il partito su Israele (arrivando a dire che lo avrebbe lasciato se fosse diventato “il partito anti-Israele”), sullo shutdown di bilancio e sul sostegno ad alcune nomine di Trump. Quando i colleghi lo attaccano, replica colpendo nel mucchio: al deputato Chris Deluzio, che aveva aperto alla possibilità di sfidarlo nel 2028, ha ricordato che aveva finanziato con un versamento sul suo PAC “un accusato di stupro” riferendosi proprio a Platner, sebbene la donazione risalisse a prima che le accuse diventassero pubbliche. Il rischio è di ritrovarsi nello stesso schema già visto con Manchin e Sinema: il dissidente che il partito prova a isolare, salvo magari ritrovarsi con una maggioranza al Senato che, senza il suo seggio, resta un miraggio.
Oltre alle correnti, c’è una spaccatura generazionale. Dai fenomeni Talarico in Texas e Mamdani a New York, la nuova generazione Dem cerca di emergere nonostante la vecchia guardia non sia incline a farsi da parte. Il 2026 è l’anno peggiore dal 2012 per gli incumbent più anziani, sconfitti alle primarie da sfidanti più giovani. La vecchia guardia rappresenta decenni di establishment democratico e non ha più lo stesso appeal di un tempo, tanto che l’elettorato preferisce volti freschi, estranei alla real politik del compromesso centrista che ha contraddistinto il Partito Democratico negli ultimi decenni, di fatto l’unica alternativa che i Dem hanno opposto al massimalismo MAGA.
Il déjà-vu del “votate noi o vince lui”
Il collante che tiene insieme un partito così diviso è l’antitrumpismo, più che un progetto condiviso. Pew rileva che l’81 per cento dei democratici intende usare il voto congressuale in funzione anti-Trump, contro il 42 per cento dell’elettorato generale; Gallup ha registrato per il partito il punto più basso di gradimento, toccando il minimo del 34 per cento nel luglio 2025, prima di una modesta ripresa; e AP-NORC rileva che la fiducia interna tra gli elettori Dem non ha mai recuperato i livelli pre-2024.
A tal proposito, sul Washington Post l’editorialista George F. Will ha coniato l’espressione “no waves on frozen seas”, nessuna onda su un mare ghiacciato: dove il collante resta il rigetto reciproco tra elettorati piuttosto che l’affetto per il proprio partito, è improbabile assistere a movimenti improvvisi. È lo stesso schema che in Italia conosciamo fin troppo bene, quello che negli anni del berlusconismo teneva insieme il centrosinistra italiano: un’identità costruita sul rifiuto dell’avversario, dove un vero programma definito a priori non esiste e di volta in volta le correnti devono trovare un fragile compromesso quando una decisione deve essere per forza presa, con il rischio costante di una spaccatura interna.
Persino i segnali di rinnovamento e riposizionamento traballano. Ad agosto, su ABC, Alexandria Ocasio-Cortez ha liquidato il linguaggio identitario del 2020 con l’affermazione “Woke 1 was crazy“, un inequivocabile riposizionamento verso il centro in vista del 2028. Mentre l’ala più a sinistra la accusa di aver tradito la base, non è scontato che questo colpo di spugna sul passato riesca a conquistare i moderati.
Sebbene Trump stia offrendo ai democratici le condizioni per una vittoria storica, un partito impopolare persino tra i propri elettori e diviso come non mai rischia di trasformare un enorme vantaggio tattico in una vittoria di Pirro: se il segnale non sarà abbastanza forte, il rischio è di compromettere l’onda lunga che serve per vincere nel 2028.



