Perché l’imperialismo trumpiano è diverso dai suoi predecessori?
Un'analisi sulle forme d'imperialismo americane prima della presunta "Dottrina Donroe"

In queste settimane, dopo l’arresto di Nicolás Maduro in Venezuela e le minacce di intervenire in Iran contro il regime degli Ayatollah, Donald Trump è tornato a concentrarsi sul vecchio continente. Lo scorso anno è stato povero di successi su questo fronte per il Presidente americano, che nonostante le forti pressioni sull’Ucraina non è riuscito a imporle una pace con gli invasori russi. Ora il suo sguardo si è spostato più a nord, riprendendo delle idee che già aleggiavano nei corridoi della Casa Bianca nei mesi immediatamente successivi alle elezioni, se non negli anni del suo primo mandato: Donald Trump vuole la Groenlandia. Il motivo, però, non è così chiaro.
Ad ascoltare Trump, gli Stati Uniti dovrebbero occupare l’isola per impedire alla Russia e alla Cina di conquistarla, perché acquisirla sarebbe «psicologicamente necessario» e «perché la sovranità e i confini nazionali sono meno importanti del ruolo degli Stati Uniti come protettori dell’occidente». Molti commentatori, in Italia come negli Stati Uniti, hanno scelto di accettare la supposta razionalità di queste affermazioni e si sono dedicati ad analizzare i vantaggi militari che gli Stati Uniti otterrebbero da un’invasione della Groenlandia, i ricavi economici che potrebbero derivare dalle sue risorse minerarie e l’impossibilità europea di provvedere alla sua difesa. Nel farlo, il richiamo che è emerso più spesso è quello alla Dottrina Monroe, il fondamento dell’imperialismo statunitense nell’emisfero occidentale. L’ipotesi, appurata con la pubblicazione della nuova National Security Strategy nel dicembre 2025, è che l’amministrazione voglia ristabilire il controllo americano sull’intero continente applicando un cosiddetto «Corollario Trump» alla Dottrina Monroe. Dunque, gli Stati Uniti starebbero semplicemente rielaborando una politica che persiste, in diverse forme, dal diciannovesimo secolo. Se Trump invadesse la Groenlandia, non farebbe nulla di diverso da McKinley quando guidò l’invasione di Cuba, da Kennedy quando impose il blocco navale sull’isola nel 1962, o da Reagan quando sostenne i guerriglieri Contra in Nicaragua negli anni Ottanta.
Tuttavia, accettare per sincere le affermazioni di Trump e vedere le sue azioni come una semplice riproposizione del vecchio imperialismo non ci permette di osservare i grossi cambiamenti rispetto al passato.
La dottrina Monroe
Facciamo qualche passo indietro nel tempo e torniamo al 1823, l’anno in cui James Monroe, quinto Presidente degli Stati Uniti, presentò il nuovo indirizzo della politica estera americana nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Sono passati pochi anni dalle guerre napoleoniche e in Europa le monarchie protagoniste della Restaurazione (Russia, Prussia, Austria, Regno Unito e Francia) sono impegnate nella soppressione delle nuove rivoluzioni liberali. Nello stesso periodo, complice la debolezza spagnola, l’Argentina, il Perù, la Grande Colombia, il Cile e l’Impero messicano si erano resi indipendenti, venendo riconosciuti nel 1822 dall’amministrazione Monroe. In questo contesto, la politica affermata dal Presidente americano aveva due scopi principali: tenere gli Stati Uniti distanti dai conflitti europei e gli stati europei fuori dal continente americano, impedendo loro di riconquistare le ex colonie sudamericane. Questa proposta fu adottata grazie all’aiuto dell’Impero britannico, che per ostacolare i propri rivali europei affiancò gli Stati Uniti nella difesa del continente, nonostante la guerra combattuta dieci anni prima.
McKinley e il primo imperialismo americano
Per buona parte dell’Ottocento, la dottrina Monroe rimase lettera morta. Dopo essersi espansi a sud contro il Messico nella guerra del 1846-48, gli Stati Uniti rimasero a lungo impantanati nel dibattito sulla schiavitù, sfociato poi nella Guerra Civile e nel successivo periodo di Ricostruzione. Questo impedì loro, per esempio, di rispondere subito all’invasione francese del Messico nel 1862. Alla fine del secolo, però, gli USA erano pronti a un cambio di rotta.
Nel 1898, l’amministrazione di William McKinley decise di intervenire militarmente contro la Spagna di fronte all’ennesima repressione operata contro gli indipendentisti nelle colonie caraibiche. A spingere gli Stati Uniti vi erano varie ragioni contrastanti: la voglia di emulare il colonialismo europeo e conquistare la propria fetta di gloria nella sfida per civilizzare il mondo; l’idea che nuove conquiste potessero stimolare l’economia, dopo la fine dell’espansione continentale; la possibilità di rendere più sicure le proprie rotte commerciali; e un sincero sentimento anticolonialista, che voleva portare la libertà a Cuba e nelle Filippine, i principali obiettivi della guerra. Il conflitto terminò in poco più di tre mesi, con l’annessione delle Filippine, di Guam e del Porto Rico, l’acquisizione della Repubblica delle Hawaii e l’indipendenza (sotto una sorta di protettorato) di Cuba. Negli anni successivi, la politica estera avviata da McKinley venne proseguita da Theodore Roosevelt, William Taft e Woodrow Wilson, che continuarono a intervenire politicamente e militarmente nei Caraibi, in Sud America e nell’Oceano Pacifico per difendere gli interessi sempre più importanti degli Stati Uniti.
La Guerra Fredda
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’imperialismo americano cambiò forma. Se da un lato l’America Latina rimase il cortile protetto degli USA, i quali spinti dalla paura di mobilitazioni ostili sostennero la nascita di diversi regimi militari, dall’altro l’approccio usato in Europa fu molto diverso. In un continente devastato dalla guerra, il governo di Harry Truman ritenne che fosse la solidarietà lo strumento migliore da utilizzare per ottenere l’egemonia dell’Europa occidentale. La nascita della NATO e la creazione del Piano Marshall, nonostante entrambi fossero invisi dai fronti più isolazionisti dell’arco politico americano, furono i due mezzi che agganciarono gli Stati Uniti all’Europa, in un sistema di alleanze guidato da Washington e basato su una comunanza ideologica, politica ed economica. Certo, questo non impedì agli USA di interferire in modo aggressivo nella politica continentale, per esempio attraverso il supporto al regime franchista in Spagna, né precluse la possibilità di crisi politiche anche molto profonde. Queste divergenze però non fermarono il legame tra le due sponde dell’Atlantico dal crescere e approfondirsi sempre più, diventando nel tempo un dato di fatto imprescindibile.
L’imperialismo trumpiano
In cosa si distingue allora la nuova “Dottrina Donroe” dagli approcci che l’hanno preceduta? La differenza principale deriva dal contesto in cui questa politica si pone. Se nell’Ottocento e all’inizio del Novecento l’idea di un colonialismo imperiale americano poteva essere ritenuta legittima sia dall’opinione pubblica statunitense che dai rivali europei, oggi questo concetto risulta fuori tempo massimo. A differenza del passato, ogni possibile beneficio che gli Stati Uniti otterrebbero da un’occupazione della Groenlandia sarebbe sproporzionato rispetto agli enormi danni che Washington causerebbe alla propria credibilità internazionale e ai rapporti commerciali, politici e militari con l’Europa: danni che in parte si stanno già verificando solo per aver proposto un’operazione del genere. L’unica ratio che si può individuare, restando all’interno dell’immaginario MAGA, è la nuova volontà di adattare le vecchie pratiche colonialiste all’Europa attuale, al fine di rimodellare il continente a propria immagine e somiglianza, in modo radicalmente diverso rispetto al modello liberaldemocratico che proprio gli Stati Uniti avevano contribuito a produrre. Creare nuove crisi per dividere la NATO e l’Unione Europea, influenzare la politica dei loro stati attraverso l’appoggio a partiti estremisti, fino a tentare l’annessione dei loro territori diventano quindi tutte pratiche accettabili e razionali, in un tentativo di divide et impera diverso dal passato sia per scala che per obiettivi ideologici.
Minimizzare la radicalità dei piani di Trump, concentrandosi sulle similitudini storiche, significa ignorare le differenze rispetto all’Ottocento e al Dopoguerra, e illudersi che in questo “realismo” sciovinista ci sia una qualche rassicurante continuità.



