Flash#94: la crisi venezuelana viene da lontano
Tra narcotraffico e petrolio l'arresto del dittatore Nicolas Maduro apre uno scenario ignoto per il quale l'amministrazione Usa sembra tutt'altro che preparata
Che fossero mesi caldi non era una novità. Già nel settembre 2025 Donald Trump aveva minacciato più volte il presidente venezuelano Nicolás Maduro, affermando che ci sarebbero state ripercussioni nel caso in cui il Venezuela avesse continuato a essere coinvolto nel traffico di droga diretto verso gli Stati Uniti. “Se trasportate droga che può uccidere gli americani, vi daremo la caccia”, aveva dichiarato Trump sulla sua piattaforma Truth Social.
Da quel momento si sono susseguite numerose operazioni militari in Venezuela e nei Caraibi, dove già dal 27 agosto Trump aveva disposto il più grande dispiegamento militare statunitense degli ultimi decenni. In seguito, gli Stati Uniti hanno condotto decine di incidenti armati, con un bilancio di oltre cento morti.
Tutto ciò si inserisce all’interno dell’operazione Southern Spear, lanciata dal Pentagono il 13 novembre con l’obiettivo dichiarato di reprimere i cosiddetti “narcoterroristi” e fermare il flusso di droga verso gli Stati Uniti. A guidare l’operazione sono la Joint Task Force Southern Spear e il Comando Sud degli Stati Uniti.
È in questo contesto che si arriva agli attacchi su Caracas nella notte del 3 gennaio, con almeno sette esplosioni e voli di aerei a bassa quota in diverse zone della capitale venezuelana. Le azioni, rivendicate dagli Stati Uniti, avrebbero colpito anche obiettivi strategici come l’aeroporto di Higuerote, il porto di La Guaira e alcune postazioni militari.
In meno di cinque ore il presidente Maduro e la moglie Cilia Flores sono stati arrestati e posti sotto custodia statunitense. I due sono stati ammanettati da agenti FBI che hanno eseguito il mandato di arresto emesso dai magistrati di New York, per accuse legate al narcotraffico e al terrorismo. Attualmente, si trovano nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, in attesa del processo.
Nella successiva conferenza stampa tenuta a Mar-a-Lago, The Donald ha rivendicato l’operazione definendola come un’azione di applicazione della legge. La legge in questione è l’AUMF, varata nel 2001 dopo gli attentati dell’11 settembre, che consente l’uso immediato della forza militare bypassando l’approvazione del Congresso. Trump ha giustificato il fatto che la commissione Forze Armate del Senato sia stata informata solo ad attacco in corso con la necessità di voler mantenere la segretezza ed evitare la fuga di informazioni.
Il presidente americano ha inoltre dichiarato che gli Stati Uniti governeranno il Venezuela fino a quando non sarà possibile “una transizione sicura, corretta e giudiziosa”, facendo anche riferimento a un ruolo diretto di Washington nella gestione del settore petrolifero venezuelano.
È proprio quest’ultimo elemento a segnare un cambio di prospettiva. Quella che in apparenza è un’operazione di contrasto al narcotraffico nasconderebbe delle mire economiche e di cruciale valenza geopolitica. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo, con una stima di circa 300 miliardi di barili; inoltre, da anni è un alleato strategico di Mosca, Pechino e Teheran.
Pochi giorni prima dell’arresto, era stato lo stesso Maduro a denunciare le intenzioni americane: “Vogliono forzare un cambio di governo in Venezuela e accedere alle vaste riserve petrolifere del Paese attraverso una campagna di pressione iniziata mesi fa, con un massiccio dispiegamento militare nel Mar dei Caraibi”.
In una nota ufficiale, il governo venezuelano ha parlato di un’operazione volta a “impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”, definendo l’intervento statunitense un tentativo di guerra coloniale.
Resta ora da vedere chi guiderà il Paese. La Corte Suprema venezuelana ha affidato la presidenza ad interim alla vicepresidente Delcy Rodriguez, senza dichiarare decaduto Maduro. Secondo la Costituzione, se l’assenza del presidente dovesse eccedere i trenta giorni dovrebbero essere indette nuove elezioni. Trump ha affermato di aver contattato Rodriguez, che si sarebbe detta disponibile a collaborare. La vicepresidente ha però smentito e ribadito la propria fedeltà a Maduro, additato da Trump come capo dell’organizzazione di trafficanti di droga Cartel de Los Soles.
Le reazioni internazionali
Sul piano internazionale il dibattito è acceso. Colombia, Russia e Cina hanno chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza Onu.
I leader europei hanno agito con prudenza, parlando in toni cauti: hanno sì condannato il regime di Maduro e sostenuto una transizione democratica nel Paese, ma hanno anche evitato prese di posizioni nette sulle azioni militari statunitensi.
In una nota di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni sostiene “l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica”, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro. Meloni ribadisce però anche che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”, pur considerando legittimi gli interventi di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza.
In Francia, il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot ha affermato che “nessuna soluzione politica durevole può essere imposta dall’esterno”, mentre il presidente Macron ha auspicato la fine del regime di Maduro senza attaccare apertamente Washington. In Spagna, invece, il governo di Pedro Sanchez ha respinto sia il regime venezuelano sia gli interventi militari contrari al diritto internazionale, offrendosi a prestare “i suoi buoni uffici” per ottenere una soluzione pacifica e negoziata all’attuale crisi. Posizioni prudenti anche da parte di Regno Unito e Germania.
Decisamente più dura la reazione di Cina, Russia, Iran, Cuba, Messico e Turchia. Pechino, uno dei principali acquirenti di petrolio venezuelano, ha condannato con fermezza l’operazione. Il ministro degli Esteri di Mosca ha parlato di “aggressione armata”, mentre quello iraniano di “violazione della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Venezuela”. Cuba e Messico hanno invece richiamato l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, mentre il governo di Ankara ha definito l’offensiva un atto di banditismo che deve essere punito.
Alla luce di questi sviluppi, resta da chiedersi quali sono le prospettive future del Venezuela: si arriverà davvero a una transizione democratica capace di riflettere la volontà del popolo o sarà l’inizio di una nuova fase di instabilità e controllo esterno?
Le prossime settimane saranno decisive.



