Tra incendi e COVID-19: come si intrecciano emergenza climatica e pandemia

Una nuova ricerca svela il collegamento tra l'inquinamento generato dagli incendi boschivi e la diffusione del coronavirus.

Un nuovo recente studio condotto da un team di ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health mette in luce una possibile connessione tra l'incremento di casi da COVID-19 e l'esposizione al fumo originato dagli incendi boschivi (e non) che hanno devastato gli Stati Uniti occidentali.

La ricerca, incentrata sull'analisi dei dati registrati in California, Oregon e Washington dimostrerebbe che il drastico aumento delle infezioni e delle morti da coronavirus registrato lo scorso anno potrebbe essere dovuto proprio all'incremento degli incendi in quell'area del Paese.

Da un punto di vista propriamente scientifico, il fattore scatenante sarebbe l'enorme quantità di particelle di particolato PM 2.5 presente nella nube di fumo proveniente dagli incendi, che, per le sue caratteristiche, si diffonde a macchia d'olio nell'atmosfera. Per comprendere in che modo queste particelle interagiscono con gli organismi umani ci basti sapere, senza sconfinare impropriamente nella spiegazione scientifica, che una volta immesse nella troposfera, queste particelle rimangono sospese per un lasso di tempo che ne permette la migrazione anche per lunghe distanze, allontanandosi dal punto in cui sono state generate (in questo caso dal punto in cui l'incendio ha avuto inizio).

Il nesso causale che lega l'aumento di particelle PM 2.5 nell'atmosfera e il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari o respiratorie è noto da molti anni. L'idea che ci fosse una diretta correlazione tra l'aumento di particolato atmosferico durante la stagione degli incendi e l'aumento di casi e morti da COVID-19 poteva dunque essere ipotizzabile, ma i dati raccolti in fase di analisi ne hanno dato conferma per la prima volta.

Parliamo infatti di 19.700 casi e 750 morti legate all'esposizione al fumo (e quindi alle particelle di PM 2.5) degli incendi scoppiati tra marzo e dicembre 2020. In questi casi, affermano i ricercatori, è altamente probabile che l'esposizione alle particelle di PM 2.5, avrebbe causato un abbassamento delle difese immunitarie dovuto all'indebolimento dei globuli bianchi a livello polmonare.

In molte ricerche condotte in anni recenti1 è stato reso noto che l'esposizione a PM 2.5 in caso di incendi boschivi ha provocato nel breve termine un aumento di sintomi asmatici e dei ricoveri ospedalieri dovuti a sintomi respiratori oltre che – ed è questo il punto su cui occorrerebbe focalizzarsi – un incremento delle infezioni virali respiratorie.

La ricerca dunque non solo conferma quanto preventivamente osservato da precedenti studi, bensì esplica quanto e in che modo l'aumento di PM 2.5 durante gli incendi che hanno colpito lo stato di Washington, l'Oregon e la California nel 2020 abbia inciso sull'evolversi della pandemia da coronavirus in quegli Stati.

Una previsione ipotizzata mesi prima anche dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), uno dei principali organismi di controllo sulla sanità pubblica negli Stati Uniti, che avevano preventivamente lanciato un allarme per informare i cittadini statunitensi dei rischi che la stagione degli incendi avrebbe portato con sé, tra cui una maggiore probabilità di contrarre il coronavirus.

Per identificare le aree maggiormente colpite dagli incendi e identificare i luoghi dove poter concentrare la propria analisi, i ricercatori si sono affidati ai dati satellitari registrati dalla National Oceanic and Atmospheric Administration che mostrano le aree maggiormente colpite dalle nubi di fumo e ne classificano l'entità, distinguendo tra fumoleggero”, “medio” o “pesante”. In questo modo hanno potuto selezionare solamente quei giorni in cui sono stati rinvenuti livelli di fumo pesante, riscontrabile per l'appunto in caso di incendi.

Per ogni giornata di incendi boschivi nelle contee osservate i ricercatori hanno poi stimato l'aumento del livello giornaliero di PM 2.5 da attribuire agli incendi stessi, confrontandolo con il livello di PM 2.5 che si sarebbe presentato in una giornata normale in mancanza di incendi, calcolando la differenza tra i due valori.

Successivamente la ricerca è passata al confronto tra questi dati e i numeri relativi ai casi e le morti per COVID-19 registrati nei medesimi giorni, tenendo conto di altri fattori, come la quantità di tempo che le persone hanno trascorso in casa, inserendo questi indicatori nello stesso modello statistico.

Uno dei principali risultati dell'analisi ha portato alla conclusione che l'aumento giornaliero di 10 μg/m3 di PM 2.5 per 28 giorni consecutivi nelle contee prese in esame, dove per l'appunto erano in corso incendi, è da associare ad un aumento dell'11,4% dei casi e dell'8,4% delle morti per COVID-19.

Ma alcune aree, come le contee di Sonoma e Whitman, hanno sofferto più di altre, registrando un incremento dei casi e delle morti rispettivamente del 65,3% e del 71,6%. Le contee maggiormente colpite, in termini di aumento dei casi registrati, sono state le californiane Calaveras e San Bernardino, con aumenti del 52,8 e del 65,9%.

L'insorgere di un numero sempre più elevato di incendi negli Stati Uniti – e anche a casa nostra – comporterà conseguenze sempre più drammatiche, tra cui l'impossibilità di mettere in atto misure di contenimento della pandemia, come il distanziamento sociale, in fase di evacuazione. E con il presentarsi di nuove pandemie, il rischio è che sempre più persone si troveranno a vivere in aree dove sono mediamente più a rischio che in altre zone del Paese e del mondo.

In termini di politiche pubbliche poi, è probabile che i finanziamenti investiti nell'attuazione di misure anti-coronavirus sottraggano, in quelle aree maggiormente a rischio di incendi boschivi, i fondi necessari per mettere in atto strategie di mitigazione di quest'ultimi.

La speranza è che decisori pubblici e privati prendano seriamente in considerazione i dati raccolti dal team della Harvard Chan School e ne facciano tesoro, dando priorità a investimenti a livello federale e statale che consentano l'implementazione di politiche a medio e lungo termine su quei territori.