
Quando tutti i cellulari dell’isolato squillano all’unisono nel cuore della notte e un breve messaggio ti esorta ad abbandonare al più presto la tua abitazione, il tempo si misura in attimi. Riempi la valigia in fretta, pentendoti di non averlo fatto prima: sapevi che sarebbe potuto accadere, nel quartiere e sui giornali non si parlava d’altro da giorni, ma una parte di te si è rifiutata di credere che quelle fiamme, così lontane in apparenza, avrebbero potuto percorrere tanta strada da lambire i confini della tua città. Eppure, alla fine quel temuto ordine di evacuazione è arrivato. Speri di riuscire a portare via tutte le cose importanti, carichi l’auto e segui le istruzioni delle autorità per la fuga. Ti lasci casa alle spalle e preghi di trovare tutto esattamente come lo hai lasciato al tuo ritorno, se sarai fortunato.
È successo agli abitanti di Eureka, Mammooth e Silver City, in Utah, e a più di 11.000 residenti di Spokane, nello Stato di Washington, nelle scorse settimane. È capitato a decine di migliaia di persone nella Contea di Ventura, in California, a maggio; e a migliaia di persone nella Contea di Brantley, in Georgia, ad aprile. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, perché sempre più statunitensi (e non solo) hanno vissuto e vivranno situazioni analoghe, storie nelle quali il lieto fine non è scontato.
Secondo uno studio pubblicato a inizio giugno su Nature, il 2025 è stato un anno da record a livello globale per entità dei danni causati dagli incendi, malgrado questi abbiano interessato una superficie estremamente ridotta rispetto al passato, la seconda più bassa mai registrata dal 2002. Pesano il bilancio delle vittime, degli sfollati e dei danni. Una posizione di primo piano è occupata dai devastanti incendi che hanno colpito Los Angeles a gennaio, uccidendo 31 persone, distruggendo almeno 12.000 abitazioni e costringendo più di 150.000 persone ad abbandonare le proprie case. Per gli autori della ricerca, si tratta di uno tra i cinque disastri naturali più costosi nella storia mondiale, con perdite stimate in 140 miliardi di dollari. Il conteggio comprende circa 40 miliardi di dollari di danni coperti da polizze assicurative, secondo una stima prudente, e non considera le perdite economiche indirette, come quelle legate alla maggior pressione esercitata sui sistemi sanitari durante l’emergenza o alla chiusura delle attività commerciali. Includendole, le perdite aumenterebbero di almeno 100 miliardi di dollari. Secondo alcuni studiosi potrebbe essere stato sottostimato anche il conteggio delle vittime, al quale andrebbero aggiunte centinaia di persone decedute per cause indirette, come le inalazioni di fumo.
Seppur generalmente associata a molti dei roghi più devastanti registrati negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni, la California non è però l’unica area del Paese a patire la stagione degli incendi, oltretutto sempre più lunga. E più in generale, a soffrirne non è solo il West.
Dall’inizio del 2026 negli Stati Uniti sono divampati oltre 40.000 incendi: il numero più alto in quasi due decenni. Le fiamme hanno attraversato una superficie di oltre 1,5 milioni di ettari, più estesa del Parco Nazionale di Yellowstone, che ne copre circa 899.000. Non tutti i roghi sono stati abbastanza voraci da raggiungere le pagine della cronaca nazionale, ma la somma di quelli registrati dal National Interagency Fire Center (NIFC), aggiornata quotidianamente, fa notizia da sé.
La stagione degli incendi è iniziata prima del solito. In primavera è già stata superata la media dell’ultimo decennio, sia per numero che per estensione dei roghi, e con l’arrivo dell’estate è stato difficile essere ottimisti, soprattutto dal momento che le previsioni indicavano un elevato rischio di incendi boschivi almeno fino alla fine di luglio. I motivi per i quali scoppiano gli incendi sono svariati, come attività dolose, comportamenti irresponsabili, fulmini, cortocircuiti e guasti alle reti elettriche. Sono parecchie anche le ragioni per cui stanno diventando così frequenti e devastanti, ma hanno tutte un denominatore comune: il cambiamento climatico.
Ad alimentare gli incendi è una siccità senza precedenti, che attanaglia quasi tutti gli Stati, con pochissime eccezioni. L’arancione, indice di stati di siccità moderata o severa, è il colore predominante dello U.S. Drought Monitor, una mappa aggiornata settimanalmente dagli studiosi del National Drought Mitigation Center dell’Università del Nebraska-Lincoln, in collaborazione con il Dipartimento dell’Agricoltura, il NOAA e la NASA, ormai divenuta un punto di riferimento per monitorare la situazione su tutto il territorio nazionale. Sulla cartina appaiono però sempre più diffuse ed estese anche le aree rosse e marroni, sintomo di situazioni estreme ed eccezionali.
Ai periodi sempre più frequenti e prolungati di scarsa disponibilità idrica si sommano le ondate di calore. Un’altra cartina, curata dal National Weather Service, monitora quotidianamente le aree più a rischio. Anche in questo caso le tonalità dominanti sono le sfumature dell’arancione e del rosso, che segnalano criticità moderate e severe, ma da diversi anni non è più una sorpresa imbattersi in vaste zone scure, viola magenta, che aleggiano su ampie porzioni del Paese e indicano cappe di calore estremo e prolungato, che non lasciano scampo neanche nelle ore notturne.
Accanto alla California e agli Stati occidentali, un posto di rilievo nelle cronache del NIFC potrebbe essere occupato dall’area del Sud-Est e in particolare dalla regione nota come Wood Basket, il serbatoio di legname nazionale, il cui cuore è rappresentato dalla Georgia. Gli incendi in queste zone stanno diventando più frequenti. Solo quest’anno, ad aprile, in Georgia due grandi incendi hanno bruciato più di 20.000 ettari di terreno e distrutto almeno 120 case, mentre nella vicina Florida i vigili del fuoco hanno dovuto estinguere più di 130 roghi.
In entrambi gli Stati è sempre stata molto diffusa la pratica di appiccare piccoli incendi “controllati” (prescribed fires), sostenuta e regolamentata dalle autorità, per bruciare la vegetazione in eccesso, proteggere i boschi e ridurre il rischio di innesco di roghi più grandi o pericolosi. Il fuoco può infatti rivelarsi uno strumento utile per i proprietari delle piantagioni di legname, come quelle presenti nel Sud-Est che contribuiscono alla produzione della maggior parte della pasta di legno del Paese, utilizzata per realizzare carta e altri prodotti. Uno studio pubblicato a giugno sulla rivista Science dimostra che questa pratica può ridurre significativamente il rischio di incendi più gravi, proteggendo le aree interessate per più di un decennio. Un’altra tattica antincendio adottata spesso dai proprietari delle pinete consiste nello sfoltire i boschi, abbattendo un numero limitato di alberi, solitamente ogni dieci anni, a circa metà del tipico ciclo di vita di una piantagione. L’adozione di queste contromisure è stata utile, finora, a prevenire gli incendi in quest’area del Paese, ma potrebbe diminuire nel tempo. Una delle ragioni principali è il calo della domanda di cellulosa registrato negli ultimi anni, causato dalla chiusura di molte cartiere e dall’arrivo di carta a basso costo dall’estero, che potrebbe spingere i proprietari delle piantagioni a tagliare le spese necessarie per metterle in campo. Una simile prospettiva, unita all’aumento di siccità, ondate di calore e fenomeni meteorologici estremi, potrebbe quindi rendere quest’area molto più soggetta al rischio di incendi. Con una circostanza aggravante, però, rispetto agli Stati occidentali: si tratta di aree più densamente popolate e dove molte più persone vivono accanto a zone boschive.
Le mappe che monitorano siccità, ondate di calore e rischio di incendi dimostrano che il tema della prevenzione andrà affrontato in modo serio a livello federale. Va in questa direzione la nascita dello U.S. Wildland Fire Service, una nuova struttura del Dipartimento dell’Interno creata con l’obiettivo di integrare e riunire sotto un unico ombrello diversi programmi antincendio, prima affidati a varie agenzie e dipartimenti federali. Una riforma che ha spaccato il dibattito pubblico, tra chi ritiene che una gestione centralizzata della materia possa rendere più rapidi gli interventi e migliorare la gestione delle emergenze, e chi invita alla cautela, sottolineando che la sua capacità d’azione dipenderà dalle risorse umane ed economiche di cui potrà disporre e paventando il rischio di un indebolimento degli enti precedentemente coinvolti nella gestione della materia.
Intanto, mentre Washington continua a prendere le misure, in diverse parti del Paese c’è chi continua a guardare con apprensione il telegiornale e monitorare l’ennesimo incendio scoppiato vicino alla propria contea, sperando che nessuna notifica urgente faccia squillare il suo cellulare.


