Dall’Alabama alle Hawai’i: è partito il college football

Questa settimana riparte finalmente l'NCAA, al gran completo dopo due anni di pandemia e un campionato anomalo come quello dello scorso anno. Le storie, come ogni anno, di certo non mancano.

L’importanza del football universitario negli Stati Uniti si può comprendere da parecchie cose, per esempio dal fatto che in molti college il dipendente più pagato non è certo il rettore, ma l’head coach della squadra di football dell’università; se ciò non bastasse, si può capire anche da piccole storie vere, come quella, ascoltata dalle mie orecchie, di un giovane diplomato alla high-school, buon giocatore ma non abbastanza per competere ai massimi livelli.

Il ragazzo in questione decide comunque di studiare alla University of Alabama, uno dei programma leader del panorama NCAA dell’ultimo decennio di football almeno, non tanto per scendere in campo, quanto piuttosto per salire sugli spalti, essere in qualche modo parte del team, attraverso il tifo.

Il football collegiale, infatti, non si limita esclusivamente al football giocato: avere una squadra capace di competere ai massimi livelli è un grande affare soprattutto a livello economico: attrae studenti, sponsor, televisioni, pubblico, ma i costi sono comunque notevoli.

Da quest’anno poi è partita una piccola rivoluzione: quella degli sponsor che, superando l’idea ormai troppo antica del dilettantismo, possono pagare i giocatori per commercializzare i propri prodotti, eliminando la NIL Rule, creando molto interesse anche nella stampa statunitense. 

Alabama ha giocato cinque delle ultime sette finali, vincendone tre. Scriviamo sette perché dal 2014 il modo di decidere il campione nazionale è cambiato: un comitato di esperti designa le quattro migliori squadre della NCAA, attraverso un complicato sistema di ranking, e saranno quelle a giocarsi il titolo in seminali e finale (College Football Playoff).

Prima del 2014 il College Football Playoff Committee, insieme all’Associated Press, e ad alcuni giornalisti di USA Today, con cui formano la connessione che decide il ranking del football NCAA, di squadre ne sceglieva appena due: finale secca e gloria al vincitore.

Oggi quei quattro posti se li contendono in centotrenta, in una stagione di dodici-tredici partite, ed è semplice immaginare quanto sia difficile arrivare fino a lì, e quante possano essere le polemiche con la commissione che decide il ranking finale.

UCLA vs Hawai’i: quante storie

Quest’anno la prima giornata è stata diluita in due weekend: fine agosto e inizio settembre, con la prima partita giocata tra UCLA (University of California Los Angeles, Pasadena, dove l’Italia perse in finale i Mondiali di Calcio 1994), e Hawai’i. L’incontro è stato trasmesso su ESPN Player, servizio di streaming online arrivato anche in Italia da qualche anno, che offre la possibilità di vedere gran parte dello sport NCAA, non solo il football.

Nessuna delle due squadre sembra possa ambire alle Final Four e infatti nelle infinite serie di previsioni che proliferano su siti e testate d’agosto, UCLA in rari casi viene inserita nelle prime cinquanta, mentre di Hawai’i non c’è traccia. Non ha dato una grande soddisfazione allo spettatore, questo esordio: UCLA vinceva 31-3 a metà secondo quarto, ma come in ogni partita di football che si rispetti ci sono delle storie da raccontare.

Ad esempio ad Hawai’i è commovente la storia legata al numero 15, presente sul casco di tutti i giocatori di Hawai’i, in memoria del troppo presto scomparso Colt Brennan, star universitaria degli anni Duemila, per il quale si pensava a una possibile carriera professionistica, stoppata da grossi problemi ad anca e tendini, prima ancora di esordire.

Poi Colt si è perso tra alcol e droghe, fino a morire lo scorso 11 maggio per un’overdose dell’oppioide sintetico chiamato fentanyl. Le cronache al di là dell’Atlantico raccontano che quello stesso giorno avesse bussato alla porta di una clinica per il trattamento delle conseguenze da abuso di stupefacenti, trovandola chiusa, o meglio, trovando tutti i letti occupati. Amici e parenti ancora si chiedono come sia stato possibile che lo abbiano lasciato fuori.

Ad UCLA ancora invece si parla della leggenda Chip Kelly, superstar della panchina (o della sideline, linea laterale, come si dice negli Stati Uniti, a buon diritto, visto che l’allenatore non sta mai seduto) negli anni in cui guidò l’Università di Oregon fino a un passo dal titolo (2010).

Il suo talento gli valse una chiamata dai professionisti, finendo ad allenare prima i Philadelphia Eagles e poi i San Francisco 49ers, con le esperienze che però non finirono nel migliore dei modi, e dopo un anno passato in studio a commentare partite per la TV americana, è stato richiamato a Pasadena, dove ha maturato una prima stagione altalenante e una seconda castrata dalla pandemia. Adesso l’obbligo è quello di dimostrare al meglio tutto il suo genio.

Da dove riparte il college football

Stagione pandemica, quella dello scorso anno, che ha aggiunto difficoltà al già complesso compito di scegliere chi avrebbe dovuto fare i playoff. Perché si è giocato meno, qualcuno poco e qualcun altro pochissimo, per di più senza pubblico, che per il college football conta quanto un buon giocatore in campo.

Come fare per decidere chi più di altri meritava, alla luce di una disparità fin troppo evidente? I saggi hanno scelto: dalle quattro elette è uscita vittoriosa Alabama, che tutto sommato è pur sempre una sicurezza.

E quest’anno? Tutti sperano in qualche brandello di normalità, tanto che secondo gli esperti la favorita è ancora Alabama: in fondo, abbiamo bisogno di certezza per navigare a vista in tempi complicati. 

A guest post by
Sono uno storico del cristianesimo e lavoro alla Fondazione Bruno Kessler (Trento). Per le mie ricerche ho viaggiato molto. I soggiorni americani mi hanno consentito di alimentare in dose massiccia la grande passione per gli sport a stelle e strisce.