
In questa occasione, qualcuno stapperà per la prima volta. E se a farlo saranno i Birrai, il brindisi verrà quasi da sé. Le World Series del 2026 mettono di fronte Milwaukee Brewers e Tampa Bay Rays: due squadre che il titolo del baseball americano lo hanno inseguito, immaginato, visto finire nelle mani degli altri. Mai nelle proprie. Da stanotte, all’American Family Field di Milwaukee, comincia una sfida con una certezza: chiunque vinca, sarà una prima assoluta. Non succedeva dal 1980, quando toccò a Philadelphia Phillies e Kansas City Royals contendersi un trofeo ancora sconosciuto a entrambe.
Per seguire questa storia non serve conoscere le traiettorie dei lanci o sapere tutto di mazze e guantoni. Basta pensare a una squadra che aspetta da 44 anni e a un’altra che alla festa conclusiva è già arrivata due volte, tornando sempre senza regalo. Milwaukee perse la sua unica finale nel 1982 contro St. Louis; Tampa Bay si arrese a Philadelphia nel 2008 e ai Dodgers nel 2020. Adesso una delle due smetterà di raccontare il proprio passato con un “quasi”.
I favoriti delle finali del campionato professionistico di baseball a stelle e strisce, l’evento più iconico e prestigioso di questo sport a livello globale, sono i Brewers: 103 vittorie in 162 partite della stagione regolare, un record del club, e soprattutto un 4-0 ai Los Angeles Dodgers che inseguivano il terzo titolo consecutivo. Un cappotto, senza bisogno del vocabolario da baseball. Lo stesso ricevuto dai californiani un anno prima. Dodici mesi per capovolgere il mondo e ricordare che gli stipendi non scendono in campo: Milwaukee spende molto meno di Los Angeles (170 milioni di dollari contro 340), Tampa Bay ancora meno dei Brewers (95 milioni di dollari). Il denaro conta, ma quest’anno non è bastato a comprare un posto in finale.
Guai, però, a scambiare Tampa Bay per l’ospite della festa. La squadra di St. Petersburg ha chiuso al vertice dell’American League, eliminato gli Yankees senza concedere loro una vittoria e rimontato Cleveland. Non è la comparsa nella favola altrui. Ha cominciato a giocare nel 1998 ed è già alla terza World Series: una storia più breve di quella delle grandi rivali, ma abbastanza lunga da aver imparato quanto faccia male fermarsi a un passo.
Poi ci sono gli ex, perché una finale così non poteva farsi mancare gli incroci del destino. I migliori giocatori delle due semifinali hanno un passato proprio nella squadra che ora devono battere. Freddy Peralta, protagonista con i Rays, ha trascorso otto stagioni a Milwaukee; Jake Bauers, decisivo per i Brewers, aveva debuttato nelle Major League con Tampa Bay. Anche Drew Rasmussen, lanciatore dei Rays, è passato dai Brewers. E gli incroci arrivano anche agli uffici: Matt Arnold, il dirigente che costruisce Milwaukee, ha lavorato nove stagioni a Tampa Bay. Facce note, ricordi condivisi. Ma il primo titolo non si divide.
Sulla panchina dei Brewers c’è Pat Murphy. Per capire il personaggio bisogna lasciare l’America e tornare all’Olanda del 1987: lui ha 28 anni, allena la nazionale e alcuni giocatori sono più grandi di lui. Una sera trova il lanciatore Eric de Vries fuori dall’albergo a suonare la chitarra. Chiede Springsteen, si finisce a cantare Jim Croce. Il giorno dopo, bis. Prima degli schemi, un modo per conoscersi. Prima della partita una canzone insieme. Cercava un contatto con giocatori che avrebbe allenato soltanto per un mese. Quell’Olanda avrebbe vinto l’Europeo, battendo l’Italia. Per Murphy, l’inizio di un’avventura da portarsi dietro fino a Milwaukee.
Il colpo da film arriva 13 anni più tardi, ai Giochi di Sydney, quando Murphy torna a guidare l’Olanda e si ritrova davanti Cuba, imbattuta da 21 partite olimpiche. Per proteggere il vantaggio nell’ultima ripresa chiamò a lanciare Rikkert Faneyte: un esterno, non un lanciatore di mestiere. Una scelta da trattenere il respiro. Finì 4-2 per gli olandesi. Ancora oggi, nella casa di Murphy in Arizona, una grande fotografia di Faneyte sta accanto a quella di Derek Jeter, una leggenda del baseball. A chi domanda chi sia quell’altro giocatore, Murphy ha una storia da raccontare. I giganti, insomma, li faceva cadere già prima dei Dodgers.
E noi italiani? Un piccolo motivo per guardare Milwaukee con simpatia ce l’abbiamo. Il 1° luglio 2012 i Brewers scesero in campo con una scritta che dalle nostre parti non richiedeva traduzione: “Birrai”. Il loro nome restituito in italiano, una piccola calamita per le simpatie di chi guarda dal nostro lato dell’Atlantico. E c’è un’ultima curiosità: Milwaukee le World Series le ha già vinte, nel 1957, ma con i Braves, poi trasferiti ad Atlanta. Non con i Brewers. La città ha un ricordo da custodire, la squadra un vuoto da riempire.
Servono quattro vittorie, in una sfida che può spingersi fino a sette partite. Milwaukee comincia in casa e ha il pronostico dalla sua. Tampa Bay ha già dimostrato di non chiedere permesso. Poi conteranno una battuta, una presa, il coraggio di una scelta. Da stanotte, niente più attese e conti sulla carta. I Birrai vogliono stappare, i Rays rovinargli la festa. Il brindisi, comunque vada, sarà il primo. E tutta l’America si ferma, aspettando di vedere come andrà a finire.



