Uragani e siccità: viaggio del cambiamento climatico dall'Est all'Ovest degli Stati Uniti

Siccità a Ovest, uragani a Est. I fenomeni atmosferici di questi giorni negli Stati Uniti stanno peggiorando una situazione già aggravata dall'emergenza climatica.

Gli Stati Uniti, negli ultimi mesi hanno subito una delle peggiori crisi idriche della storia del Paese. Le conseguenze della prolungata siccità hanno riguardato, come è prevedibile, effetti di breve termine, come l'impossibilità di tenere in vita attività agricole negli Stati dell'Ovest, mentre tempeste imperversavano proprio dall'altro lato del Paese.

È questo il "nuovo" clima che accompagnerà nei prossimi anni il Paese a stelle e strisce e che inevitabilmente ne modificherà i bisogni e, soprattutto, le capacità produttive e di sopravvivenza. Prove generali si stanno compiendo proprio in questi giorni, sempre a Est, dove anche a New York si credeva potesse arrivare la furia dell'uragano Henri, poi fortunatamente declassato al rango di "tempesta tropicale".

Proprio lo Stato di New York non è, allo stato attuale, abituato ad affrontare uragani e fenomeni affini e rischia, nei prossimi anni, di diventare carne da macello in mancanza di adeguate politiche di adattamento e mitigazione. Il che significa non solo dotare il territorio di strutture in grado di proteggere la cittadinanza in caso di evacuazione ma che le stesse compagnie energetiche, ad esempio, dovranno prevedere l'insorgere di eventi climatici estremi che potrebbero comprometterne il funzionamento. Il rischio, concretamente, è che moltissime persone finirebbero per rimanere isolate a causa di interruzioni della corrente elettrica per periodi di una settimana e più.

L'ultimo rapporto dell'IPCC ci ha messo definitivamente al muro: siamo a un passo dalla catastrofe ma possiamo ancora salvarci, basta volerlo. Il rapporto, frutto del lavoro di più di 750 esperti (solo 14.000 articoli scientifici sono stati analizzati per il primo Working Group del Panel), offre un quadro dettagliatissimo dei principali fattori che hanno contribuito e contribuiscono al cambiamento climatico, nonché approfondimenti sul mutamento delle condizioni dei principali fenomeni meteorologici dovuti al riscaldamento globale.

Dall'analisi, ad esempio, risulta che i cicloni si siano intensificati negli ultimi 40 anni, quantitativamente e – si fa per dire – qualitativamente. Cosa significa, di preciso? Che oltre ad essere aumentato il numero dei cicloni e la loro frequenza, ne è anche aumentata la potenza.

Un esempio fra tutti è l'uragano Harvey che nel 2017 ha colpito soprattutto Texas e Louisiana, portando con sé il 38% di precipitazioni in più rispetto a quanto un gruppo di ricercatori del Lawrence Berkley National Laboratory aveva previsto (dato poi parzialmente corretto da un ulteriore studio del World Weather Attribution).

Nel 2017 però trionfava il negazionismo nel pieno dell'era Trump e mai l'amministrazione statunitense avrebbe potuto ammettere la gravità di quelle scoperte, tenerne conto e investire adeguatamente nelle risorse necessarie per evitare ulteriori catastrofi. Tantomeno le scoperte ebbero mai la copertura mediatica che sarebbe loro spettato, nonostante il riconoscimento internazionale per i dati raccolti.

Insomma, nell'inerzia generale dell'amministrazione si è arrivati fino a uno dei periodi più drammatici della storia mondiale e pazienza se nel frattempo poco o nulla è stato fatto per invertirne la tendenza.

A maggio, ricercatori della NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration (che è, in pratica, una delle più autorevoli agenzie federali che si occupano, tra le altre, di meteorologia) hanno previsto che quest'anno avrebbe portato dai sei ai dieci uragani di terza categoria o, addirittura, di categoria superiore.

Quanto al versante occidentale del Paese, recenti previsioni della NOAA prevedono che la siccità che ormai da due anni investe il territorio è destinata a durare quantomeno fino alla stagione autunnale. Gli attuali livelli di siccità che hanno sinora colpito soprattutto California, Nevada, Arizona, Utah, Oregon e Nord e Sud Dakota, probabilmente non muteranno nel breve termine. Ciò significa che non ci sarà possibilità di respiro neppure per le zone più colpite, come le High Plains e la Eco Bay Marina. Qui, in una zona al confine tra Nevada e Arizona, il lago Mead, in un paesaggio che sembra quasi surreale, ha raggiunto il livello più basso mai registrato dal 1937, proprio negli anni del Dust Bowl (la Grande siccità).

La carenza di bacini idrici disponibili è ulteriormente alimentata dal mancato scioglimento estivo delle catene montuose circostanti, scioltesi prematuramente all'inizio dell'anno a causa delle temperatura eccessive. Ma mentre l’acqua defluiva dalle cime, cercando di raggiungere i bacini idrici a valle, è stata completamente assorbita dai terreni incontrati nel suo cammino, già aridi in primavera.

Cosa significa questo per ecosistemi che da migliaia di anni sono abituati a funzionare secondo specifici ritmi? Che non solo le normali condizioni di vita umane, che da questi dipendono, sono compromesse ma anche quelle degli organismi e delle specie la cui sopravvivenza dipende proprio da questi tempi. Persino quando quest'ultime sono controllate dall'uomo, in allevamenti intensivi e nelle varie forme di attività agricola che, una ad una, rischiano di chiudere i battenti.

Non bisogna dimenticare poi che, ahi noi, i terreni secchi stanno agli incendi colposi come Trump al negazionismo climatico: in pratica, si autoalimentano. Il che, in un balzo, ci riporta agli incendi che negli ultimi mesi hanno investito proprio una buona parte degli Stati Uniti occidentali.

Allo stato attuale gli sforzi dell'intera comunità scientifica sembrano quasi superflui perché la realtà, forse per la prima volta e in modo drastico, sta superando molte delle previsioni (anche le peggiori) pronosticate dagli esperti del settore.

Rimane, di tutto, una vecchia massima: prevenire è meglio che curare (e che affidarsi a un miracolo).