“Tutti gli uomini sono creati uguali”: una storia del 4 Luglio
Intervista al professor Arnaldo Testi sul suo saggio dedicato alle celebrazioni dell'Independence Day, che quest'anno compie 250 anni

A due mesi dal duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti il clima non è di festa. Gli Stati Uniti sono divisi come non capitava da molto tempo, con una guerra in corso e una presidenza fortemente divisiva, che ha in spregio i pesi e i contrappesi del processo democratico del Paese. Nel mezzo di questo clamore, il professore dell’Università di Pisa Arnaldo Testi ha scritto un agile saggio, 4 Luglio, che racconta come la festa più conosciuta della democrazia americana sia storicamente più divisiva di quanto sembri dalle parate e dai fuochi d’artificio che vediamo dall’Europa. Con il professor Testi ho discusso dei temi più importanti del suo libro.
Come arrivano gli Stati Uniti al festeggiamento dei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza?
Citando Walt Whitman, “il paese continua a cantare canti molteplici”. Per gli Stati Uniti è un momento assai critico della loro storia, paragonabile agli anni ’60 dell’800, quando le tensioni sfociarono nella guerra civile. Il sistema istituzionale americano è in crisi. La discussione è se si tratti di un cambiamento di regime di tipo soft, a ritmi di tempo che corrispondono tra i trenta e i cinquant’anni o se davvero stanno venendo messe in crisi le basi democratica, liberale e costituzionale del sistema. È un conflitto tutto da vivere, ma come diceva Tocqueville parlando degli Stati Uniti nella “Democrazia in America”, “la democrazia è densa a livello sociale, comunitario e politico”; quindi da una parte abbiamo i movimenti che si riconnettono agli elettori MAGA, dall’altro espressioni di solidarietà comunitaria.
Il 4 luglio è fin da subito un giorno divisivo. Quanto tempo ci volle perché venisse accettato come festa nazionale da tutti i cittadini?
L’accettazione come festa nazionale forse avvenne non appena ottenuta l’indipendenza. Se però ci riferiamo a come festeggiare e in nome di quali principi ci è voluto parecchio. Il 4 luglio è stato un giorno divisivo appena annunciato, si era nel mezzo di una guerra rivoluzionaria, e divideva i patrioti e i lealisti, che sostenevano la corona britannica. È stato divisivo dopo l’indipendenza sulla questione della Costituzione, tra federalisti e democratico-repubblicani jeffersoniani, ed è stato divisivo dopo l’entrata in vigore della Costituzione. I jeffersoniani pretesero di interpretare a loro vantaggio quello che era un documento radicale di autogoverno repubblicano a differenza della Costituzione, che era invece un prodotto oligarchico e di élite. I federalisti, inizialmente, non erano bene accetti ad alcune manifestazioni, fino a che proprio i federalisti stessi smisero di partecipare. La cosa sembra attenuarsi negli anni ’20 dell’800 quando i vecchi conflitti della rivoluzione vennero messi da parte in nome di un patriottismo banale. Il tutto coronato dall’evento mistico del 4 luglio 1826, in cui sono morti in contemporanea Jefferson e Adams a cinquant’anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza: questo sembrò rappresentare un superamento delle antiche rivalità e delle antiche divisioni. Questa unità mistica inizia a sfaldarsi con i prodromi della guerra civile.
Che visione diedero del 4 luglio i sudisti durante la Guerra Civile?
I confederati dicevano alcune cose fondamentali: gli USA non sono uno sbocco necessario della rivoluzione, ma uno sbocco storico che può essere ripudiato in nome del più classico ritorno ai vecchi valori. I sudisti sentivano di rappresentare l’autogoverno repubblicano contro il governo tirannico, rappresentato proprio dagli Stati Uniti, e si sentivano in diritto di cambiarlo. Si sono messi direttamente in continuità con il documento fondante della dichiarazione d’Indipendenza: non va dimenticato che questa fu scritta anche e principalmente da Thomas Jefferson, un virginiano schiavista, e fu approvata da un Congresso Continentale in cui metà dei partecipanti era schiavista. Dal loro punto di vista, era il nord a essere cambiato.
La Dichiarazione d’Indipendenza era un documento scritto da maschi bianchi proprietari, alcuni anche di schiavi. Come hanno interpretato, dunque, le minoranze il 4 luglio?
Quando Jefferson scrive questo documento rivoluzionario a livello transatlantico è chiaro cosa intendesse con “tutti gli uomini sono creati uguali”: intendeva loro stessi, la discendenza europea. Ma la frase, che fa parte di una storia ben precisa, diventa un principio universale, che tende ad inverarsi nell’universo specifico di ciascun gruppo. Il documento viene quindi usato per fare calchi da tutti coloro che rivendicano i loro diritti specifici: negli anni ’20 è una specie di Labour Day in anteprima, con i lavoratori che rivendicano i loro diritti e la loro partecipazione alla vita repubblicana. Una operazione molto specifica la fanno invece le suffragiste, in cui la dichiarazione di indipendenza viene ricalcata nella Dichiarazione dei Sentimenti, in cui si legge che “tutti gli uomini e le donne” sono creati uguali. Per quanto riguarda invece il movimento abolizionista, è impossibile non citare il celebre discorso di Frederick Douglass, in cui dice che “il 4 luglio è la vostra festa, in quanto nero ed ex schiavo non è la mia”; successivamente, però, ci ripensa e siccome parla a un pubblico bianco dice che “può essere la festa di tutti, in nome di quei grandi documenti anche noi dobbiamo essere liberi ed uguali”. Non è una posizione univoca, tra gli abolizionisti c’è chi invece preferisce bruciare la Costituzione. La parte più tragica del 4 luglio riguarda invece le popolazioni native: l’evento e la stessa dichiarazione per le nazioni indiane è una dichiarazione di guerra, l’indipendenza degli Stati Uniti coincide con la dipendenza dei nativi. A fine ‘800, però, molte nazioni indiane nelle riserve cominciano a festeggiare il 4 luglio, un po’ per ingraziare i nuovi padroni, un po’ per farne un uso alternativo e proprio: nel far west e nelle pianure del nord c’erano festeggiamenti del 4 luglio con grandi spettacoli di messa in scena di una battaglia storica, quella di Little Bighorn in cui il generale statunitense Custer venne sconfitto, a cui va anche il pubblico turistico. Ciò che è scritto nel preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza è talmente radicale e universale che ognuno può trovarvi la sua elasticità.
Facendo un salto in avanti, nel 1976 per i duecento anni dalla Dichiarazione venne istituita una Bicentennial Commission, a cosa serviva e riuscì nel suo intento?
Si trattava di una commissione presidenziale non partisan, con una vita accidentata e più volte riorganizzata, che riuscì nel suo intento in parte. Inizia il suo lavoro come un’emanazione del governo federale per celebrare una storia consensuale che si rompe, però, di fronte alla realtà sociale del Paese che sta attraversando una crisi profonda. Emergono, nel frattempo, interpretazioni antagoniste, come quella della Peoples Bicentennial Commission che interpreta in maniera radicale Jefferson e Thomas Paine e in nome di quegli ideali vuole continuare la rivoluzione e scontrarsi con il big business. La cosa interessante è che molte di queste idee, ovviamente in forma più gestibile, entrano nelle manifestazioni della commissione ufficiale, che accetta il conflitto e la diversità. Il presidente della Bicentennial Commission, John Warner, afferma che c’è un ribollire della società americana che vorrebbe rispecchiare, che “noi festeggiamo una rivoluzione, non una cosa consensuale”, e che “la rivoluzione ha creato una nazione così forte e così flessibile che se ne è rivelata sufficiente una”. Per alcuni versi credo che il 1976 e la figura di John Warner sia un punto di passaggio perché da lì emergono nuove voci, nuove soggettività e si inizieranno a dare il via alle guerre culturali.


