Tutte le voci del Minnesota
Come la musica ha raccontato le tensioni, le lotte e l’identità del North Star State
Ciò che sta succedendo nelle strade di Minneapolis, ghiacciate da temperature polari ma infuocate dalle proteste dei cittadini contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), è stato raccontato da Bruce Springsteen in una canzone che si intitola proprio Streets of Minneapolis, pubblicata il 28 gennaio.
The Boss è uno degli artisti che si stanno più esponendo per la causa del Minnesota, prendendo posizione contro la violenza esercitata dall’autorità federale statunitense, trasformata da Trump in una milizia governativa.
Il suo pezzo, in pieno stile protest song anni Settanta con chitarra, armonica e parole che colpiscono la coscienza collettiva, vuole fissare nella memoria collettiva l’orrore di quanto accaduto a Minneapolis: la morte di Renée Good e di Alex Pretti, uccisi dagli agenti federali dell’ICE in circostanze che hanno scatenato proteste nella città e negli Stati Uniti.
In momenti di tensione sociale come questo, non sorprende che la musica diventi uno strumento di denuncia sociale e di espressione dell’identità culturale. Minneapolis e l’intero Minnesota hanno infatti una lunga tradizione di artisti che hanno usato le proprie canzoni per mettere in discussione l’ingiustizia, interpretare i sentimenti della comunità e dare voce alle trasformazioni sociali. Nella storia musicale dello Stato si intrecciano voci e generi diversi, che negli anni hanno condiviso un profondo legame con le lotte civili, l’attivismo culturale e il racconto dell’anima del Midwest.
Non è un caso che Bob Dylan sia nato proprio nella fredda Duluth, città industriale del Minnesota settentrionale che ha ispirato i suoi pezzi d’esordio: le ballate folk che cantavano le vite della working class dell’America di provincia degli anni Sessanta. Prima della svolta elettrica e degli albumpiù iconici, un giovane Dylan in veste di menestrello si è lasciato ispirare dai piccoli locali di Minneapolis, come il Ten O’Clock Scholar o il Gray’s Drugstore, dove si suonava musica folk. Questo genere, più di ogni altro, ha saputo dare voce alla classe operaia dell’America della Rust Belt e dell’Upper Midwest, con un linguaggio musicale nato per raccontare fabbriche, miniere, lavoro e disillusione.
Le radici della folk music del Minnesota vanno ricercate negli incroci delle rotte migratorie che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, portarono numerosi immigrati scandinavi in quelle terre del Nord America. Le loro musiche popolari e le ballate si sono innestate in un territorio già abitato e segnato dalle culture indigene, contribuendo a formare un nuovo immaginario sonoro.
Se il folk ha dato una voce alle comunità operaie e rurali del Minnesota, Minneapolis è stata anche il luogo in cui quel bisogno di espressione si è tradotto in linguaggi nuovi, più urbani e contemporanei. La città ha assorbito quell’eredità e l’ha riscritta, proiettandola nel futuro. È negli scintillanti anni Ottanta che un artista nato a Minneapolis ha fatto ballare stadi interi sulle note pop di Kiss: Prince. Performer tra i più iconici della storia musicale americana, era figlio del North Star State, cresciuto in una casa in cui si masticava jazz, con un padre che lo ha incoraggiato fin da subito a perseguire una carriera artistica. Il cantante è rimasto legato alla sua terra, dove ha costruito Paisley Park, un complesso che ospitava la sua residenza e il suo studio privato, e in cui ha vissuto fino alla sua morte.
Oltre la musica pop da grandi successi e top ten radiofoniche, la fine degli anni Ottanta ha portato in questo Stato anche una scena alternativa, più underground, che si sviluppava nei pub e nei club dal vivo. Qui hanno preso forma band come i Replacements, capaci di trasformare il fermento urbano e le influenze locali in un rock crudo e generazionale.
Oltre all’alternative rock, anche l’hardcore punk si è ritagliato la sua nicchia: dalla capitale dello Stato, Saint Paul, sono arrivate band come gli Hüsker Dü (in norvegese “ti ricordi?”). Proveniente da Saint Paul ma cresciuto artisticamente a Minneapolis, sua Twin City, questo gruppo punk ha beneficiato di spazi alternativi e radio DIY per farsi conoscere nel resto d’America.
Le Twin Cities sono state una fucina fertile anche per il rap. Artisti come Atmosphere, Eyedea & Abilities e Brother Ali hanno contribuito a scrivere la storia dell’hip-hop in Minnesota. Grazie a pionieri come loro, lo Stato dei diecimila laghi ospita ogni anno, nel weekend del Memorial Day, il Soundset Festival, che ha visto sul suo palco nomi del calibro di Wu-Tang Clan e Kendrick Lamar.
Il Minnesota è sempre riuscito a trovare la voce adatta per raccontare la propria storia. È una tradizione di narrazione dall’interno, che ha saputo parlare tanto alle radici locali quanto al resto del Paese. Il momento difficile che lo Stato sta vivendo non è da meno. Le voci e le canzoni degli artisti del Minnesota saranno testimoni della storia e futuri strumenti di memoria collettiva pronti a cristallizzare nel tempo quello che accade oggi, trasformando la protesta delle strade in linguaggio artistico.



