Trump and the City
Dal Kennedy Center ai progetti per ridisegnare la Casa Bianca e Washington: per il presidente cambiare gli spazi è fondamentale, come ci hanno insegnato Robert Moses e Jane Jacobs
“The Donald J.Trump and”: una manciata di lettere rimossa dalla facciata del Kennedy Center for the Performing Arts, a pochi giorni dall’ottantesimo compleanno dell’attuale presidente degli Stati Uniti.
Per 176 giorni il nome di Donald Trump è stato accanto a quello di Kennedy nell’edificio che è di fatto, il memoriale del presidente assassinato: la rimozione delle lettere è solo l’ultimo atto (ma forse non il definitivo) di una lunga vicenda che ha visto contrapposti il Kennedy Center e Trump a partire dal 2025, anno in cui quest’ultimo, assunse la carica di presidente del consiglio di amministrazione proprio del centro culturale di Washington.
Come ci ha insegnato Marshall Berman, la città (con tutto ciò che viene costruito - o distrutto - al suo interno) è, in realtà, una «foresta di simboli». Ed è anche per questo che le immagini del Kennedy Center avvolto dai teli bianchi, mentre gli operai rimuovevano le singole lettere, stridevano con quelle della Casa Bianca che domenica scorsa ha ospitato l’UFC Freedom 250, in occasione del compleanno di Trump. Una scelta insolita, quella di vedere il prato sud della Casa Bianca prepararsi a un incontro di arti marziali, per festeggiare non solo il compleanno di un Presidente, ma anche per ricordare i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Una scelta che però sembra perfettamente coerente con il progetto trumpiano di cambiare il volto della residenza ufficiale e della stessa Washington D.C.. Dalla demolizione della East Wing per fare posto a un’ampia sala da ballo che ospiti eventi e cerimonie, fino alla proposta di cambiare lo stile delle colonne della facciata nord e alla costruzione di un imponente arco in suo onore, al centro della capitale.
È il 1961 quando Jane Jacobs pubblicò la sua opera più famosa (che ridefinì la politica urbana americana degli anni Sessanta) Vita e morte delle grandi città americane, in cui si poneva in aperto contrasto con Robert Moses, l’urbanista e funzionario che aveva cambiato New York con le sue autostrade e le sue costruzioni imponenti. Ciò che Jacobs contestava all’urbanista originario del Connecticut, era ignorare la dimensione umana, sociale, dei luoghi e trasformare le città in gigantesche metropoli, in cui collegare quartieri attraverso autostrade e un uso massiccio delle automobili.
Le opere di Moses, così come la sua figura, sono da sempre oggetto di dibattito e critica: l’impatto che i suoi progetti hanno avuto sullo sviluppo urbano e sulla riqualificazione di molte aree newyorkesi, dopo la grande Depressione, non hanno uguali nella storia recente degli Stati Uniti. A livello simbolico Moses è riuscito a unire opere maestose con il bisogno di migliorare ampie zone considerate degradate: tra queste il Bronx fu il quartiere a subire il maggior impatto sociale (ed emotivo). «Tutto ciò che di grande è stato edificato a New York e nei dintorni sembrava essere in qualche modo opera sua», scrive sempre Berman che in Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, racconta dapprima lo stupore con cui da piccolo accolse l’opera di Moses (l’esposizione universale del 1939-1940), e poi il senso di devastazione che investì il suo quartiere (il Bronx, appunto), quando venne costruita la Cross-Bronx Expressway. La devastazione di cui parla Berman (e di cui parlò prima di lui soprattutto Jane Jacobs) aveva a che fare con una visione della città, o meglio, con un modo di guardare la città, sbagliata. Se è vero che le opere di Moses puntavano a rendere più efficiente New York e ad avvicinarla al concetto di modernità, è altrettanto vero che questo tipo di pianificazione era totalmente indifferente alle comunità locali, con progetti che venivano presi dal decisore pubblico e attuati su larga scala.
L’approccio di Jane Jacobs, invece, puntava a guardare la città non dall’alto, ma dall’interno dei quartieri stessi: i luoghi non sono creazioni indipendenti dalle relazioni e dalle reti sociali, ma crescono e si modificano intorno a esse.
Le opere monumentali, imposte dall’alto, hanno sicuramente il grande pregio di essere tecnicamente impressionanti e potenti, ma di distruggere mondi umani. Come può essere interpretata la trasformazione simbolica di Washington? Gli edifici pubblici sono solo monumenti al servizio di chi detiene il potere o devono, invece, riflettere una memoria storica e collettiva condivisa dalla politica e dalla comunità?


