The Sweet East: il viaggio picaresco di Lillian negli spazi nascosti d'America
Il debutto alla regia di Sean Price Williams è un viaggio onirico nell’America contemporanea
Vi siete mai chiesti cosa avrebbe fatto Don Chisciotte se fosse stato una diciassettenne della Pennsylvania? Se non vi siete mai posti la domanda, non preoccupatevi: Sean Price Williams lo ha fatto al posto vostro. E sulla risposta ha costruito un film.
The Sweet East racconta la storia di Lillian, una ragazza dallo spirito naïf figlia della periferia americana, che durante una gita scolastica a Washington si allontana dal gruppo per andare incontro alla realtà che la circonda. Da quel momento in poi, l’identità di Lillian comincia a dissolversi a ogni tappa della sua avventura.
Quell’adolescente provinciale si dissolve, mentre uno dopo l’altro, entrano in scena i suoi compagni di viaggio. Un gruppo di impreparati anarchici della capitale, un ambiguo ideologo radicale, l’estetica seducente di una star del cinema indipendente e altre figure che si susseguono lungo il suo cammino per definirla, modellarla, riscriverla. Tutti gli ambienti che Lillian attraversa non sono soltanto uno spazio fisico, ma un microcosmo autosufficiente, dotato di una propria morale. In questo lungometraggio sono disposti come frammenti di una sequenza onirica, ciascuno animato da una retorica diversa, un’ossessione diversa, un modo diverso di raccontare l’America.
The Sweet East rende omaggio alla narrativa tipica del romanzo cavalleresco: Lillian è una figura passiva, ma centrale. Non combatte, non corregge, non dirige la storia: osserva. Gli incontri che costellano il suo viaggio sono avventure episodiche. Non c’è una vera trasformazione morale, né una crescita lineare: la protagonista non è l’eroina nel senso classico. Al contrario, la sua deriva all’interno delle narrazioni altrui sovverte il percorso di formazione tipico, mettendo in luce un’America frammentata in cui ogni ideologia prova a definirla senza mai raggiungerla davvero.
La cifra stilistica di The Sweet East è la fotografia di Sean Price Williams. Il suo esordio alla regia arriva dopo una lunga carriera come direttore della fotografia, nel corso della quale ha collaborato con autori come Abel Ferrara e con figure centrali del cinema indipendente quali Alex Ross Perry e i Safdie Brothers, per i quali ha firmato la fotografia di Good Time. In questa pellicola, Williams mette tutta la sua estetica: girato in 16mm, il film combina la granulosità vintage con inquadrature dall’impronta tipicamente indie, fatta di zoom veloci e primi piani intensi. Le transizioni tra una scena e l’altra sono evanescenti e accentuano il carattere fiabesco del racconto, aggiungendovi una nota surreale.
Questa atmosfera contribuisce allo scopo narrativo del film. Il regista non vuole dare una spiegazione del mondo che Lillian scopre mentre si abbandona agli eventi, ma vuole piuttosto rappresentare un’America suburbana, nascosta dietro i grattacieli delle città, ai piedi delle foreste degli Appalachi, illuminata da neon intermittenti.
Williams offre al pubblico il punto di vista privilegiato dell’unicità e della stranezza delle esperienze giovanili. Nasconde in bella vista una satira sottile del mondo a cui una giovane donna si approccia. I vari personaggi sono caricature, aperte all’interpretazione, e la protagonista funziona come una superficie neutra su cui le ideologie altrui si proiettano.
Proprio come Don Chisciotte, Lillian non conquista nulla e non cambia il mondo intorno a sé. Il suo vagabondaggio è piuttosto una metafora della crescita adolescenziale: vagare, osservare, confrontarsi con visioni contrastanti e rimanere sospesi tra ideali e realtà, come passaggio obbligato del rito evolutivo. Su un piano più ampio, The Sweet East lascia aperta una domanda sull’America che racconta: un Paese di contraddizioni e sogni irrealistici, in cui la definizione di sé è provvisoria e il viaggio è una forma di ricerca.
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