Nel 2007 l’economista Bryan Caplan pubblicò The Myth of Rational Voter, in cui tracciava un ritratto dell’elettore contemporaneo, ben diverso da quello che il mondo immaginava: gli individui non solo preferiscono non informarsi, ma votano seguendo credenze spesso prive di fondamento. L’elettore non è, secondo Caplan, ignorante, ma appunto «irrazionale»: agisce in piena consapevolezza, ma attraverso interpretazioni distorte delle realtà che alimentano gli stessi errori e gli stessi bias. Gli elettori, secondo Caplan, tendono a votare chi condivide il proprio sistema di credenze: in particolare, gli americani sembrano essere affascinati dalla narrazione di un passato perfetto, mitizzato, a cui contrappongono un presente e un futuro incerto.
E cosa c’è di più confortante che informarsi attraverso un mezzo che non solo condivide, ma ci restituisce il nostro sistema di credenze, come fanno i chatbot? Le elezioni di midterm del 2026 saranno le prime in cui l’uso dell’intelligenza artificiale generativa rappresenta non solo uno strumento nelle mani dei candidati, ma anche uno dei principali canali attraverso i quali gli americani si sono informati. Che impatto ha l’AI sul modo in cui i cittadini percepiscono la politica e il loro ruolo di votanti?
Uno studio del Brennan Center for Justice, Does AI Fight or Fuel Election Disinformation?, dà risposte tiepidamente incoraggianti riguardo l’uso e l’abuso dell’AI e la disinformazione politica: quando interrogati, i chatbot sono stati in grado di contraddire e mettere in discussione varie teorie del complotto e informazioni false. Hanno però faticato a riconoscere immagini o contenuti creati con l’AI e si sono rivelati una fonte inesauribile nella creazione di video fuorvianti sulla campagna elettorale.
Il quadro che si configura è ambivalente e piuttosto complesso. Se da un lato i chatbot riconoscono la disinformazione, dall’altra la alimentano. E i cittadini si trovano ad affrontare un problema che è ormai multiforme e che riguarda sia la fruizione della comunicazione politica, sia l’atto decisionale in sé.
Il Wesleyan Media Project ha calcolato che durante l’attuale ciclo elettorale sono stati spesi almeno 80 milioni di dollari in spot basati sull’intelligenza artificiale: nella maggior parte dei casi, la presenza di contenuti generati dall’AI non è stata segnalata. Questo rende molto più difficile per l’elettore medio destreggiarsi tra contenuti veri e falsi, e riconoscere la presenza dell’AI.
Cosa cambia rispetto alla disinformazione tradizionale? Leggere un post o guardare un servizio in TV è un’esperienza passiva che contempla la compresenza del dubbio in chi si trova dall’altra parte dello schermo, e la possibilità (o la volontà) di cercare altrove la conferma o la smentita rispetto a ciò che è stato letto o visto. Usare un chatbot è invece un’esperienza dialogica, in cui i toni sono spesso rassicuranti, empatici e sicuri: la conversazione acquista agli occhi di chi pone la domanda un’autorevolezza maggiore, avvalorata anche dal fatto che crediamo di trovarci di fronte a uno strumento più informato e intelligente di qualsiasi mezzo finora utilizzato.
Un secondo elemento riguarda la possibilità di creare fake news sempre più “adatte” al singolo, capaci di far leva su paure, dubbi e false credenze di un gruppo estremamente ristretto, rispetto alle campagne di disinformazione di una volta. Il terzo problema ha a che fare con la velocità: la possibilità di creare, disfare e ricreare informazioni false in poco tempo e a costo zero, o quasi, rende del tutto inefficace il reale — e ben più lungo — processo di ricerca delle fonti.
Come arriveranno gli elettori americani alle midterm? Più o meno preparati rispetto al passato? Per ora, ciò che sappiamo è che sono più soli e vulnerabili di fronte a campagne comunicative nuove e insidiose. E che informarsi assomiglia più a un dialogo con sé stessi teso a rafforzare credenze e opinioni, che non a una ricerca attraverso fonti istituzionali.



