Sognando la California. O ciò che ne resta
Dalla controcultura a oggi: la California si è trasformata radicalmente senza, tuttavia, rinunciare alla sua influenza. Ma cosa rimane dei valori e delle utopie degli anni Sessanta?

È il 1967 quando uno sconosciuto Dustin Hoffman viene scelto dal regista Mike Nichols per il ruolo da protagonista nel film Il laureato (tit. originale The Graduate), che diventerà da subito un cult nonché il manifesto di un’intera generazione di giovani, delusi dalla vita della classe media americana.
Hoffman ha trent’anni e una passione, fino a quel momento non corrisposta, per la recitazione: l’industria cinematografica si accorge di lui solo grazie al teatro (in cui si fa strada egregiamente) e alla scelta coraggiosa di Nichols (che pure veniva dal mondo di Broadway) di affidargli la parte principale accanto a un’attrice del calibro di Anne Bancroft che, infatti, domina tutta la pellicola.
La recitazione morbida di Hoffman funziona, così come la sua fisicità di uomo qualunque lontana dai canoni estetici di Hollywood, che ben si adatta al personaggio di Benjamin Braddock: un giovane laureato che, di ritorno dall’università, deve affrontare il vuoto di una vita già scritta dai suoi genitori e dalla società.
La ribellione raccontata da Nichols non ha più il volto della rabbia di James Dean in Gioventù bruciata né, tantomeno, il tragico e profetico epilogo immaginato in quel caso dal regista Nicholas Ray. Il giovane Braddock è l’incarnazione di un nuovo malessere che nasce, ancora una volta, dalla frattura tra i giovani e i genitori; ma che non ha più come protagonista l’uomo in cerca di approvazione o del proprio posto nella società.
Braddock è figlio del mondo immobile e apatico dei quartieri suburbani della California, ma per qualche strana e incomprensibile ragione sente di non appartenere più a quella realtà. Il suo vero dramma risiede nell’incapacità di desiderare davvero ciò che gli altri vogliono per lui: in questa assenza di desiderio, in questa stupita estraneità, risiede il nuovo disagio, che sfocia nell’abbandono dei luoghi (come la scena finale del film ci anticipa) e nel rifiuto delle cose che riempiono quei luoghi.
È la scintilla della controcultura degli anni Sessanta. Dalla California — e dal quel malessere — nasce uno dei più grandi movimenti sociali degli Stati Uniti: la ricerca di un nuovo posto, di nuove comunità in cui non sentirsi estranei o permettere alla propria estraneità di esprimersi liberamente; di creare nuove connessioni, nuovi modi di fare e vivere la musica.
Sempre nel 1967 prende vita il Monterey Pop Festival: non un semplice evento musicale (come altri negli stessi anni) ma «l’idea di un ritorno alla natura, che consentisse, al tempo stesso, una nuova semplicità di comportamenti, una essenzialità nei costumi, una condivisione degli spazi aperti», come scrive Alberto Maria Banti in Too Much to Dream. Giovani, musica e controculture nella California degli anni Sessanta (Carocci, 2025). La costruzione di nuovi spazi comunitari, lontani dai centri abitati, in cui la musica non è solo il centro dell’evento ma l’essenza stessa dell’identità del gruppo, raggiunge il culmine proprio con il Monterey Pop. Janis Joplin si esibisce due volte con il brano Ball and Chain, riuscendo a dare una nuova forma al blues, un genere a cui la controcultura si avvicina. Questo ricorda al mondo ciò che Wynton Marsalis ha spiegato molti anni dopo, ossia che «il blues è la musica di tutti, concepito alla perfezione per dare forma a ciò che sentiamo in qualsiasi momento». E i giovani, ispirati anche dalla predicatrice/guaritrice Joplin, non avranno da quel momento più paura di mostrare la fragilità, il vuoto emotivo, la disperazione nel sapere che forse il lieto fine non esiste.
L’evento fu un successo e aggiunse un ulteriore importante tassello alla costruzione di una nuova identità sociale: i concerti, una musica diversa (portatrice del disagio e della rottura di schemi e canoni preesistenti) e l’incontro tra sottoculture giovanili differenti ma accomunate dal sentirsi escluse e non rappresentate dalla società. Ma non è oro tutto ciò che luccica sotto il sole della California.
È il 23 settembre 1967. Sulle pagine del Saturday Evening Post Joan Didion scrive a proposito della Summer of Love di Haight Hashbury (come riporta Banti): «Stavamo assistendo al disperato tentativo di un manipolo di ragazzi pateticamente impreparati di creare una comunità in un vuoto sociale. [...] Questa non era la classica ribellione generazionale. A un certo punto tra il 1945 e il 1967, chissà come, avevamo trascurato di spiegare a questi ragazzi le regole del gioco che ci trovavamo a giocare».
È una descrizione feroce che non salva nessuno (giovani e meno giovani) e che ha il pregio di mostrare le ombre di qualcosa che vorrebbe disperatamente essere composto solo di luce. E le ombre che avvolgono la Summer of Love sono molte: degrado sociale, droghe, stupri e molestie nei confronti delle ragazze. La risposta da parte della società fu una pagina drammatica della storia americana, tra tensioni, violenze e repressioni da parte di polizia e istituzioni.
La controcultura californiana finisce in pochissimi anni e per vari motivi, come analizza Banti. La prima ragione risiede nel non essere riusciti a dare una forma organica e organizzata a un movimento che conteneva spinte e suggestioni diverse e che, di fatto, nasceva con lo scopo di porsi come alternativa a qualsiasi costruzione istituzionalizzata. La seconda è aver permesso alle sue ombre di prevalere, o meglio di diventare l’unica narrazione possibile, anche e soprattutto agli occhi di un’opinione pubblica che si era mostrata, fin dall’inizio, scettica e critica: dai fatti di sangue della famiglia Manson, fino al racconto di una generazione allo sbando, divorata dalla droga e dal sesso.
Cosa resta oggi della California del 1967, che ha plasmato generazioni e definito un’epoca? Se è vero che lo spirito di quegli anni risiede ormai paradossalmente nella Silicon Valley e in quell’universo di algoritmi fatto di creatività e sperimentazione, è altrettanto vero che le tracce di quel mondo nella sfera politica si stanno indebolendo. Con tutto ciò che l’assenza di un’alternativa, di un’idea laterale, comporta.



