La California. Lo Stato che per più di un secolo ha incarnato, per antonomasia, il sogno americano, con le sue infinite spiagge baciate dalla brezza del Pacifico e le sue sconfinate città, dove tutto sembra possibile. Una terra di poeti, viaggiatori, artisti e imprenditori.
Anche io sono cresciuta così, sognando la California. L’ho vista nei film, nelle serie tv, letta nei libri e negli anni, per mia fortuna, esplorata dal sedile posteriore delle macchine noleggiate dai miei genitori.
Ho capito presto che dietro lo stereotipo di una terra fortunata, baciata dal biondo sole, esiste una realtà molto più complessa e profondamente contraddittoria.
Dopo averla vista per la prima volta con gli occhi di una bambina e averla riscoperta durante l’adolescenza, quest’anno sono tornata a percorrerne la costa, da nord verso sud, sulle sue sinuose highway.
L’intento era sicuramente quello di rivivere un ricordo, approcciandomi a questa terra con una mentalità più adulta, ma anche quello di capire cosa è veramente sopravvissuto del mito della California.
In questo Stato — come in molti altri Stati americani — le distanze sono enormi. In due settimane, io e un’amica abbiamo percorso un tratto della Pacific Coast Highway lungo la costa fino a San Francisco, per poi imboccare la Highway 101 e proseguire verso sud, fino a Los Angeles.
Nel tragitto, abbiamo conosciuto persone che ci hanno raccontato di questa iconica terra nei modi più diversi.
A Big Sur siamo incappate per caso in uno degli eventi più attesi dell’anno; il Monterey Car Week. Questa manifestazione si snoda tra la cittadina portuale di Monterey e Carmel-by-the-Sea, richiamando ogni anno nella zona migliaia di appassionati e collezionisti di auto d’epoca e sportive, che sfilano per le strade con i loro bolidi fiammanti.
Il parterre dei frequentatori è per lo più maschile, americano, bianco e over 60, e molti indossano giacche delle loro case automobilistiche preferite. Hank ad esempio ha 72 anni ed è il proprietario di una Pontiac Firebird Trans Am bianco perla con rifiniture bordeaux. Ora è in pensione e può dedicarsi a quel gioiellino a tempo pieno, ma le macchine sono sempre state la sua passione. Anche quando lavorava a tempo pieno nella pubblica amministrazione di Sacramento cercava sempre di ritagliarsi i suoi momenti per partecipare alle fiere. “Voi ragazzi non conoscete questo Paese prima dello sfacelo, ma era un bel posto. L’America mi ha permesso di lavorare dal lunedì al venerdì, di andare in giro con la mia macchina il weekend e di portare la mia famiglia in vacanza d’estate”. Hank ci invita poi a salire a bordo della sua Pontiac per mostrarci i sedili in pelle, ancora originali, con la tappezzeria rosso fuoco rimasta intatta. Sottolinea che nella vita ci vuole dedizione per mantenere in ottimo stato ciò a cui si tiene.
Risalendo la costa verso nord, l’aria diventa sempre più pungente e il cielo color stagno. Agosto non è sicuramente il mese giusto per sperare di vedere quelle scogliere illuminate dal sole. Ma a Santa Cruz c’è un gruppo di musicisti di strada che non rinuncia al rituale del tramonto dal faro di Steamer Lane, anche quando il sole cala dietro un banco di nubi grigie. Uno di loro si avvicina per includerci nell’atmosfera festosa. Si fa chiamare Jay Sunlight. Un tempo gestiva un Airbnb vicino alla baia di San Francisco ma oggi vive nei dintorni di Santa Cruz, a poca distanza dai suoi luoghi naturali preferiti. Ci consiglia di cambiare l’itinerario e di evitare le città. Di scegliere piuttosto la rotta interna verso le hot springs, bacini di acqua calda immersi nelle radure dove è possibile fare free camping, con qualche accortezza per evitare che gli orsi della zona vengano attirati dalle scorte di cibo. Jay ci racconta che lì non c’è segnale internet per chilometri. È proprio per questo che le apprezza particolarmente. Ci va nei weekend per riconnettersi con la natura e con sé stesso, riuscendo a ritrovare l’equilibrio interno. Si definisce un “multi-dimensional free-spirited soul” e ci ringrazia per aver condiviso con lui le nostre vibrazioni positive, prima di tornare dai suoi amici. Qualche giorno dopo, procedendo verso San Francisco, ho ripensato a Jay Sunlight. Sembrava essere uno degli ultimi spiriti liberi del Paese e mi sono chiesta come si faccia a vivere fuori dal sistema in uno dei sistemi più costosi d’America.
La baia di San Francisco è un mondo a parte, circondata da una fitta nebbia grigia che ingoia le alte torri dei ponti della città. Avevo un ricordo di una San Francisco dall’animo fortemente underground, i cui scenari di quartieri fatiscenti si alternavano con zone borghesi e meravigliosi palazzetti in stile vittoriano. Negli ultimi anni avevo sentito parlare di una città post Covid-19 svuotata, soffocata dal costo della vita, dall’homelessness e dalla tossicodipendenza. Ma dal primo momento in cui ho rimesso piede sui suoi marciapiedi sono stata smentita. San Francisco è una città viva fin dalle prime ore del giorno, abitata prevalentemente da giovani under 35, mentre gli abitanti di vecchia data sembrano quasi una minoranza, facilmente riconoscibile. In un negozio che vende magliette originali di rock band parlo con Jerry, il proprietario. Ha rilevato l’attività negli anni Ottanta, ma ci tiene a specificare che il negozio è lì dal 1967 ed è parte della storia del quartiere di North Beach. Mi dice che adora lavorare in quel negozio buio e polveroso, tappezzato di cimeli della storia del rock, perché ogni giorno può parlare con persone che condividono la sua passione. Non credo di aver mai conosciuto un più grande fan dei Grateful Dead. Mi innamoro di una delle magliette che vende, ma Jerry non usa il POS e con mio grande rammarico devo lasciarla lì, appesa alla parete. Quando il giorno dopo ripasso davanti al suo negozio intorno alle 11 lo trovo chiuso e mi ricordo che un’altra cosa che Jerry mi ha detto di amare del suo lavoro è la libertà di poter aprire e chiudere quando preferisce, senza orari prestabiliti.
San Francisco ha una popolazione tutta sua: la gente di San Francisco. Anche se quasi nessuno è veramente originario della città. Una sera incontriamo un gruppo di ragazzi italiani in un bar, che ci raccontano di essersi trasferiti lì per studiare e che attualmente lavorano tutti in finanza o in aziende tech. Ci chiedono dell’Italia, di come si viva in questo momento. Ci dicono che l’unica cosa che vorrebbero è tornare nelle proprie città d’origine, ma non rinuncerebbero mai a quanto hanno costruito in California in questi anni. Nonostante la tassazione alle stelle e il prezzo della vita proibitivo, dicono di aver raggiunto in quello Stato traguardi che, con gli stessi sforzi, in Italia non avrebbero mai conquistato. A San Francisco riescono a coesistere le nuove leve del mondo corporate e la vecchia guardia degli anni Sessanta. È la città in cui un calice di vino costa venticinque dollari e un libro di Lawrence Ferlinghetti comprato in una libreria indipendente di Haight Ashbury dieci.
San Francisco è molto diversa da Los Angeles. Le due grandi metropoli californiane hanno anime quasi opposte e, in modi diversi, rappresentano due versioni dello stesso sogno. A San Francisco sono ancora la cultura del passato e le storie dei maestri della letteratura e degli artisti che l’hanno vissuta ad attirare le menti fresche delle nuove generazioni.
Los Angeles invece, è il luogo in si va per diventare qualcuno. Una città costruita sul deserto, nata per realizzare i sogni delle persone che vanno lì con le valige piene di speranze. E in fondo, il suo ruolo è ancora quello.
Tutte le persone che ho incontrato nei miei giorni in città hanno un progetto, una visione e uno scopo da realizzare che le ha portate a LA. Entrando nel Canyon Country Market in un’assolata mattina, mi imbatto in una ragazza esile con capelli rossi lunghi fino alla vita e la pelle color latte, che indossa shorts di jeans e stivali texani in cuoio. Sembra uscita da un film. La riconosco subito: è una cantante country emergente che ho scoperto tramite TikTok, nei cui video ricorre spesso l’estetica della cultura degli Appalachi. La saluto, mi presento e le faccio i complimenti per la sua musica. Dieci minuti dopo lei e la sua amica sono sedute con noi, a condividere il cibo che hanno comprato per pranzo. Parliamo delle nostre origini. Lei viene dal West Virginia, ma è in procinto di trasferirsi a Los Angeles per qualche mese, per seguire i suoi nuovi progetti musicali. Parliamo anche del costo della vita in città: mi spiega che, per potersi permettere un alloggio, l’unica soluzione è condividerlo con dei coinquilini.
La sensazione che si ha nella città degli angeli è che tutti vogliano essere amichevoli. Ti fermano per strada per parlare, sfoderano grandi sorrisi e toni di voce squillanti. Una sera, sedute in un bar in stile francese nel quartiere di Silverlake, con un’ampia selezione di vini naturali e un menù essenziale e sperimentale, facciamo amicizia con un gruppo di ragazzi nostri coetanei, incuriositi dal fumo delle nostre sigarette europee. Ci invitano a sederci tutti insieme. Sono curiosi del nostro viaggio, delle nostre vite. Ridono fragorosamente quando raccontiamo delle persone incontrate nelle varie tappe a nord della California. Loro sono di un altro mondo. Loro sono di Los Angeles. I ruoli si scambiano; siamo noi a chiedere della loro vita e del lavoro che fanno. Raccontano con entusiasmo i rocamboleschi arrivi in città e gli sforzi per trovare un ambiente in cui sentirsi parte di qualcosa. In quel momento realizzo davvero la dimensione gargantuesca di Los Angeles. Ogni quartiere ha un’identità a sé, con la sua comunità e il suo stile. Il traffico rende tutto così lontano, isolato e difficile da raggiungere, e il fattore tempo è costretto a piegarsi a questa condizione. Sul fronte lavoro, però, non ricevo molte informazioni. Le risposte sono generiche: “I work in fashion”, “I’m kind of a film director”, “Usually I’m a photographer”. Più che raccontare cosa fanno, sembrano preoccuparsi di trasmettere chi vogliono essere, di far trasparire la propria coolness e il proprio successo, come se fossero costantemente sotto osservazione.
In uno dei miei ultimi giorni di viaggio incontro per un caffè un’amica che vive a Los Angeles da sei anni. Si è trasferita negli Stati Uniti dopo l’università, grazie a un’estrazione fortunata della lotteria della green card, e non ha esitato a scegliere la California. Si è trasferita da sola, senza conoscere nessuno e senza essere mai stata oltreoceano prima. Dopo tutti questi anni ha una sua nuova vita qui, con degli amici e un lavoro da freelance. Ama il clima che si respira in California ma ne critica il sistema. È affascinata dallo stile di vita, ma continua a non comprendere alcune dinamiche sociali, estremamente diverse da quelle europee. Si è adattata e vede il suo futuro proiettato lì, ma allo stesso riconosce gli evidenti limiti.
Anche io ho avuto questa stessa percezione: quella di uno Stato costruito sui propri controsensi. Dall’aria arida del deserto alla vegetazione rigogliosa della costa pacifica, la California mette nello stesso spazio intellettuali di città, surfisti vagabondi, mistici e socialite. Le sue facciate sono sfavillanti, ma tra le crepe si intravede una realtà molto più complicata di quanto possa apparire.
Forse è proprio questa la California che ho ritrovato dopo tutti questi anni. Una terra in cui il sogno americano continua a esistere, ma accanto alle sue contraddizioni. Dove sullo stesso marciapiede può esserci un’influencer intenta a creare pubblicamente i propri contenuti e un homeless che sistema il proprio giaciglio. Utopica e distopica.






