La Corte Suprema e la parabola dei sindacati americani

Negli Stati Uniti riemerge, dopo decenni di individualismo e crolli nelle iscrizioni, il movimento sindacale. Rinascita o illusione dovuta alla crisi economica?

The only power of the judicial branch is the power of judgment: ... It may truly be said to have neither force nor will, but merely judgment.

– Alexander Hamilton, Federalist No. 78

Fra l’ottobre del 1787 e l’agosto del 1788 vennero pubblicati, sotto lo pseudonimo di Publius, 85 articoli il cui scopo era persuadere i membri dell’Assemblea dello Stato di New York a ratificare la Costituzione dei neonati Stati Uniti d’America. In seguito, gli autori si rivelarono essere tre dei più importanti padri costituenti americani: John Jay, James Madison e Alexander Hamilton. La raccolta degli scritti prese il nome di Federalist Papers. Tuttora costituiscono un punto fondamentale di comprensione del sistema politico degli Stati Uniti e di interpretazione della carta costituzionale, in particolare per un paese in cui l’interpretazione è il fondamento del ragionamento giurisprudenziale a livello nazionale e federale.

I vari saggi spaziano da argomenti di natura politica a quelli più legislativi e illustrano quelle che sarebbero state, in buona sostanza, le stesse istituzioni dell’America contemporanea. Il saggio numero 78 di Alexander Hamilton si occupa del potere giudiziario ed è proprio da lì che inizia la storia del complicato rapporto fra i tre rami istituzionali negli Stati Uniti.

Per quanto Hamilton fosse dotato di forti capacità analitiche e conoscenze delle materia (fu infatti uno dei primi avvocati a esercitare negli Stati Uniti), scrisse che fra i tre poteri dello Stato quello giudiziario fosse destinato a essere il più debole: una previsione che non si rivelò azzeccata, visto lo sviluppo storico dell’istituzione della Corte Suprema, fra campo di battaglia di visioni del mondo spesso antitetiche e promotrice di sentenze storiche che hanno influenzato la società civile americana negli anni a venire, come Brown v. The Board of Education e Roe v. Wade.

Il 23 giugno di quest’anno la Corte Suprema è tornata nella discussione pubblica con una sentenza che riflette non solo la sua profonda divisione ideologica (i voti favorevoli sono stati i 6 conservatori e i contrari i 3 liberali), ma la sua capacità di entrare in quelli che sono i temi centrali del dibattito americano attuale: in questo caso, il rinascimento dei sindacati e delle forme di militanza politica collettiva. Cedar Point Nursery v. Hassid è un sentenza che racchiude in sé molti conflitti dell’America attuale e le visioni del mondo secondo cui interpretarli. 

Il caso in questione riguarda il diritto di accesso alle proprietà agricole da parte dei lavoratori allo scopo di organizzarsi in un sindacato, previsto dalle leggi locali della California. In particolare, la possibilità data a chi è già membro del sindacato di recarsi sulle proprietà terriere per convincere altri lavoratori a unirsi a esso. La sentenza è stata presentata dal Chief Justice stesso, John Roberts (che rappresenta anche gli altri quattro giudici conservatori presenti) e la dissenting opinion, la pratica della Corte Suprema attraverso la quale i giudici che hanno votato a sfavore possono esprimere le loro valutazioni, dal Justice Stephen Breyer.

La Corte Suprema ha riconosciuto nella pratica sindacale in oggetto una violazione del diritto alla proprietà privata, rilevando nell’elemento della presenza fisica sul territorio una lesione dei diritti del proprietario e prevedendo quindi la possibilità di un risarcimento per danni. Questa sentenza si inserisce in una forte tradizione giurisprudenziale della Corte, che ha sempre mostrato una forte propensione alla tutela della proprietà privata, anche quando composta da maggioranze più liberali: tuttavia entra in un contesto storico come quello della presidenza Biden e dell’accesa discussione a più livelli della società civile americana sul sistema economico vigente nel contesto della difficoltosa uscita dalla pandemia.

Il sindacato americano sta infatti vivendo un periodo di rinascita, fortemente collegato agli effetti catastrofici della pandemia sull’economia americana e sul mercato del lavoro e alla grande apertura di Biden sul tema, che non ha avuto difficoltà a definirsi come un union President e non ha nascosto la sua visione della nuova America – una con meno disuguaglianze sociali e con una crescita economica che non benefici solamente le parti più ricche del paese.

Uno dei primi grandi successi di questo segno del Presidente è stato senza dubbio quello dei vari sussidi approvati sotto l’ombrello del Rescue Act di inizio anno, in particolare quelli dedicati alla disoccupazione e ai fondi per le piccole imprese. La strada per l’America del futuro di Biden, di cui ha parlato più volte nella campagna elettorale e di cui si intravedono i primi risultati nei provvedimenti approvati in questi primi sei mesi di presidenza, è quella di un Paese più inclusivo e che punta a ricostruire quella middle class che negli ultimi anni è stata colpita dalle crisi economiche e che spesso ha abbandonato il Partito Democratico a favore di quello Repubblicano. Non stupisce quindi che in questo contesto, e con un esecutivo fortemente cambiato dopo le elezioni di novembre 2020, i sindacati stiano tornando a far parte del discorso pubblico americano

I sindacati di cui si è spesso occupata la stampa e che sono stati al centro delle attenzioni mediatiche sono quelli collegati alla gig economy, ma si tratta di una visione per alcuni versi riduttiva: per quanto le lotte dei lavoratori dei comparti logistici e dei servizi – che durante la pandemia hanno dimostrato di essere essenziali – siano effettivamente significative, soprattutto quando si intrecciano al tema del grande potere delle big tech, che si trovano sotto scrutinio sia in Europa che in America e che hanno perso buona parte del loro fascino pionieristico nelle narrazioni collettive, non bisogna dimenticare che l’America è un paese con una forte tradizione agricola e industriale, come dimostra questa sentenza della Corte Suprema.

Il sindacato in oggetto è un sindacato di lavoratori agricoli della California, e la questione sembrerebbe quasi medievale, in quanto si tratta in buona sostanza di discutere del diritto di passaggio su dei terreni privati. Argomentazione che infatti la maggioranza conservatrice ha fatto sua, portata avanti dagli avvocati delle aziende agricole: la tutela della proprietà terriera privata la cui violazione implica la previsione di un risarcimento

Non si tratta però della prima volta in anni recenti in cui la Corte Suprema ha agito limitando le possibilità di azione dei sindacati americani. Nel 2018 due sentenze (Epic System Corps v. Lewis e Janus v. American Federation of State, County and Municipal Employes) hanno rispettivamente previsto la possibilità di includere nei contratti di lavoro delle clausole che vietino espressamente la formazione di un sindacato e la possibilità per i lavoratori pubblici di scegliere di non contribuire a pagare per la contrattazione collettiva, qualora decidano di non unirsi a un sindacato.

L’orientamento di questa Corte (la cui composizione è a maggioranza conservatrice) è quindi chiaramente rivolto a garantire maggiore protezione ad altri diritti – in particolare quelli relativi alla libertà di espressione e alla proprietà privata – rispetto alla tutela concessa ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali. Le dissenting opinions dei componenti liberali della Corte hanno di conseguenza di volta in volta evidenziato le argomentazioni speculari: le necessità di previsioni di tutela per i lavoratori e la limitazione di diritti individuali di fronte a bisogni collettivi – dove quest’ultima assume una forte rilevanza oggi, in quanto la possibilità di restrizioni legate al Covid-19 non è ancora remota.

Non stupisce che i temi che animano i dibattiti dei membri della Corte si confermino lo specchio del discorso pubblico della società civile americana, oggi più che mai, in un’America che sta mettendo in discussione molti dei suoi sistemi di potere e di rappresentanza. La riscoperta del movimento sindacale si inserisce in un contesto storico più ampio, in cui sta venendo gradualmente abbandonata la visione più individualista che ha caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta a favore di una visione che abbraccia la collettività e i movimenti sociali.

Dopo la crisi del 2008 e la crisi causata dalla pandemia buona parte dell’America ha ritenuto necessario un cambiamento di rotta, che ben si sposa con l’elezione di Biden alla Casa Bianca e con l’ala più progressista del Partito Democratico, che negli ultimi anni ha conosciuto una forte crescita in termini di rappresentanza elettorale e mediatica. Le iscrizioni ai sindacati sono infatti cresciute nel 2020 e nel 2021 (erano ferme dal 2008) in quanto, nonostante gli elevati tassi di disoccupazione, per molti americani è stato evidente come maggiori tutele sul lavoro fossero necessarie a seguito della crisi pandemica, in particolare riguardo ai licenziamenti.

I sindacati americani, dopo anni di sostanziale inerzia, sono quindi di nuovo in fermento, sia nelle loro articolazioni più tradizionali – come quelli agricoli e industriali, vitali per molte aree del paese – che in quelle contemporanee, come Google e la logistica di Amazon. La domanda è se sia una fase di rinascita destinata a durare e a modificare l’assetto del mercato del lavoro americano o se si tratti di una mera reazione alla crisi economica in corso.

A prescindere dall’evoluzione futura, è interessante osservare come ci si trovi di fronte a una sostanziale convergenza della politica istituzionale e dei movimenti sociali in risposta a una delle più grandi crisi vissute, non diversamente da quanto accaduto negli anni ’30 con il New Deal di Roosevelt, spesso citato dal Presidente Biden – e che, non casualmente, era stato fortemente osteggiato da varie corti a livello federale. A differenza di quanto osservato da Hamilton, il potere giudiziario non si è confermato il più debole, ma quello che più agisce come specchio delle diverse sensibilità sociali in atto.

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