Scoprire Seattle e le sue contraddizioni
Capire una città significa fare i conti con il nostro bisogno di afferrare le cose e di non tollerare contraddizioni: e nel caso del libro A Seattle con i Nirvana, vale anche per i nostri miti
«Credo salti subito all’occhio l’evidenza che Seattle sia una città molto contraddittoria. E la contraddizione produce fascino, per quanto perverso, soprattutto quando non è palese ma viene fuori poco per volta scavando. Dovrebbe essere una città di rudi boscaioli di frontiera, eppure qui hanno trovato dimora duratura i raffinati ingegneri meccanici della Boing e quelli informatici della Microsoft. Dovrebbe essere il posto più isolato d’occidente, eppure ha partorito il genere di musica rock più influente degli ultimi quarant’anni, con milioni di fanatici adepti in tutto il globo».
Schiva e celebre, a suo modo; grigia, ma intrisa di calore e sensibilità: la Seattle raccontata da Alessio Dimartino (A Seattle con i Nirvana. Territorial Pissing, della collana Passaggi di Dogana, Giulio Perrone Editore) è un luogo in cui il dolore e la memoria si fondono.
È l’8 aprile del 1994 quando Kurt Cobain viene ritrovato senza vita nella sua casa: la fine del leader dei Nirvana è l’inizio del trauma di un’intera generazione. Una ferita profonda, ma non sanguinante: quasi una profezia che si autoavvera, un passaggio inevitabile. Sono passati 31 anni e, come spesso accade per i traumi (collettivi e non), lo abbiamo dimenticato.O meglio, lo abbiamo rimosso.
Il viaggio che percorriamo in questo libro somiglia al perdersi tra le macerie, vagare tra un dolore che non è più straziante ma diluito, nebuloso. È il racconto della memoria del dolore; o meglio, del nostro modo di vivere il ricordo della sofferenza.
Kurt Cobain era un insieme di contraddizioni: un essere umano luminoso e pieno di ombre, capace di amare incondizionatamente e di odiare sé stesso e la sua vita con altrettanta intensità; attratto dal successo, eppure desideroso di sfuggirgli. Sono le identiche contraddizioni che avvelenano Seattle: una città che dovrebbe essere la capitale dello Stato di Washington ma non lo è; che nel nostro immaginario è legata a commedie romantiche come Insonnia d’amore (tit. originale Slepless in Seattle, Nora Ephron, 1993), ma anche alla nascita del grunge e alle proteste per la conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 1999.
Per me Seattle rimarrà sempre la protagonista di un altro film, Piccolo Buddha (tit. originale Little Buddha, 1993, Bernardo Bertolucci), in cui alle meraviglie dell’India veniva contrapposto il grigiore della metropoli, perennemente avvolta da un cielo plumbeo e sostenuta da piloni di cemento e sopraelevate. Era chiaramente una visione parziale di un luogo che, però, si fatica ad afferrare, perché imprevedibile e mai aderente all’idea che ci siamo fatti di lui. Oggi non sarei in grado di descrivere Seattle, né tantomeno di averne un'immagine chiara, univoca.
«La città della pioggia mi accoglie col sole»: sono le prime parole di questo libro, che restituiscono un’incoerenza visiva, umana, geografica. Esattamente come è accaduto a Kurt Cobain: quando il mondo credeva di averlo capito, lui ha dimostrato di essere altro, qualcosa che esiste ma che fatichiamo a voler vedere, che nascondiamo anche a noi stessi: un giorno di sole in una città che promette pioggia, o viceversa.
Nell’ultima lettera che Cobain ha lasciato al mondo, scriveva: «Sono un bambino troppo incostante e lunatico. Non ho più passione [...]». Il protagonista narratore del saggio/romanzo di Dimartino ci avverte che le parole di questo biglietto d’addio, che saranno lette e rilette dai fan, imparate a memoria, interiorizzate come una preghiera, sono, nella loro apparente banalità, sincere, limpide. Siamo noi a non averle capite. Così come non riusciamo capire fino in fondo né Seattle, o qualsiasi città che non assomigli all’idea che abbiamo di quel luogo.



