Revisionismo a Sud: chi decide sui libri scolastici?

Dal creazionismo del secolo scorso alla Critical Race Theory che tanto fa infuriare i repubblicani. La battaglia su cosa inserire nei libri di studio torna nel dibattito politico.

Tra le questioni che hanno portato alla recente elezione del repubblicano Glenn Youngkin a governatore della Virginia c’è la sempre più intensa guerra culturale che attraversa gli Stati Uniti. 

Una delle battaglie riguarda il mondo della scuola e in particolare la presunta diffusione della Critical Race Theory, una disciplina che affonda le sue radici nella giurisprudenza, ma che si avvale anche di categorie della sociologia e adotta una certa prospettiva storica.

Si tratta di una disciplina che risale ad alcuni decenni fa e si studia all’interno delle università più che nelle scuole secondarie o dei cicli precedenti. La tesi di fondo della Critical Race Theory è che le istituzioni statunitensi siano state costruite sulla base di un credo razzista e che quindi sia necessario un ripensamento delle strutture dello Stato e delle sue gerarchie di potere.

Dietro l’etichetta un po’ spaventosa – e incomprensibile a molti – della Critical Race Theory, il Partito Repubblicano e in particolare l’ex Presidente Donald Trump hanno raggruppato un ampio numero di analisi diverse che hanno a che fare con il razzismo negli Stati Uniti e che sono presenti nei programmi scolastici. Questo perché, per una parte degli americani, discutere delle differenze strutturali tra bianchi e minoranze etniche vuol dire di fatto colpevolizzare i primi e cercare modi per favorire i secondi. Un dibattito non certo nuovo, ma acutizzato dall’attuale livello di polarizzazione politica.

La storia e il suo insegnamento, del resto, sono sempre soggetti a revisioni. Un popolare libro di testo dei primi anni del ventesimo secolo utilizzato nelle scuole statunitensi, scritto da M. W. Hazen e intitolato Elementary History of the United States. A Story and A Lesson, conteneva la seguente affermazione: «I nostri antenati vivevano sull’altro lato del grande Atlantico, in Europa».

Il libro si può trovare qui ed è una lettura che andrebbe consigliata a tutti. I nativi americani sono descritti come selvaggi, fieri e incivili cacciatori; gli schiavi deportati dall’Africa (cioè non i nostri antenati, che venivano invece dall’Europa) sono stati utili all’economia e anche se la schiavitù non sarà stata il massimo era in fin dei conti migliore di come la parola lasci intendere. In ogni caso, i padroni di schiavi non avrebbero voluto essere tali, ma non potevano certo mettersi contro la Storia che aveva stabilito che quelli fossero gli equilibri sociali da salvaguardare. La guerra civile è stata una guerra per i diritti degli Stati, ovviamente. Così si insegnava la storia nelle scuole.

Già alla fine dell’Ottocento, diversi studiosi e studiose afroamericane proposero al contrario una storia degli Stati Uniti molto diversa. Nel 1912, Leila Amos Pendleton pubblicò A Narrative of the Negro, un libro di testo che comincia con una mappa del continente africano rivolto a studenti delle scuole black per presentare loro la storia di quei popoli che erano stati i loro avi e provare a infondere un po’ di quell’orgoglio per il passato che sembrava appannaggio solo dei bianchi.

Tuttavia, la polemica sui libri di testo non è qualcosa che riguarda solo la questione razziale. Basti pensare che tra gli anni Trenta e Quaranta i libri del pedagogista Harold Rugg, vicino al movimento progressista, furono accusati da una serie di gruppi di estrema destra di diffondere idee socialiste nelle scuole perché sottolineavano i limiti, oltre che i successi, del modello di sviluppo economico e sociale del Paese.

Non sono stati risparmiati nemmeno i libri di testo delle scienze “dure”, su tutte la biologia, oggetto di accuse da parte di fondamentalisti cristiani perché proponevano la teoria evoluzionista che avrebbe potuto portare gli studenti, a detta dei più ferventi sostenitori del creazionismo, a mettere in dubbio gli insegnamenti della Bibbia (ne parla questo libro ad esempio).

In ogni caso, è difficile capire quali e quante scuole adottassero i libri di testo citati, non ci sono dati in merito e la mappatura sarebbe complicata in un sistema in cui hanno voce in capitolo gli Stati, le autorità locali, scolastiche e il governo federale. Finché esistevano scuole per i bianchi e scuole per gli afroamericani, del resto, il problema di come venisse narrata la storia americana era sotto controllo. Si potevano avere due versioni, oppure mettere a tacere le critiche di testi che descrivevano la questione razziale come pacificata nel gigantesco squilibrio di potere tra bianchi e non.

Cosa sarebbe successo nel momento in cui il movimento per i diritti civili avesse raggiunto il risultato di dare effettiva cittadinanza, diritto di voto e maggior potere politico agli afroamericani? La questione divenne terreno di scontro proprio agli albori del rinnovato attivismo di questi ultimi dopo la seconda guerra mondiale: accadde ad esempio in Virginia, dove governatori e membri del parlamento statale segregazionisti avevano cominciato ad attrezzarsi per la battaglia sui libri di testo scolastici – e quindi per l’insegnamento - sin dal 1948.

Il caso della Virginia

Glenn Youngkin durante la campagna elettorale in Virginia. Youngkin ha approfittato della confusione riguardo alla presenza della Critical Race Theory nei curricula scolastici per assicurarsi il voto dei genitori maggiormente preoccupati.

Nello Stato che aveva ospitato la capitale della Confederazione, la Virginia, i libri di testo venivano acquistati dalle scuole. Tutti i volumi consigliati presentavano una versione della storia in linea con il mito della Lost Cause, secondo cui il sud tradizionale e romantico era stato sconfitto, durante la guerra civile, da un nord assetato di potere e soldi.

Quando la Commissione per i diritti civili istituita dalla presidenza Truman cominciò a mettere in discussione la dottrina segregazionista, in vigore e legalizzata dalla sentenza Plessy v. Ferguson del 1896, le autorità statali avviarono i primi passi per la creazione di una commissione ad hoc per la revisione dei libri di testo adottati nelle scuole secondarie. La commissione, resa permanente con una risoluzione del Senato statale del 1950, aveva il compito di rivedere i manoscritti prima ancora della pubblicazione e di selezionare persone che potessero scriverne di “adatti”. Ne nacque una disputa con le case editrici che si risolse, alla fine, con una vittoria delle autorità pubbliche.

I primi libri di testo frutto del lavoro della commissione cominciarono quindi a circolare nel 1957, tre anni dopo la sentenza Brown v. Board of Education che dichiarava illegale la segregazione nelle scuole pubbliche. Virginia’s History, di Raymond C. Dingledine, Lena Barksdale e Marion Belt Nesbitt spiegava che la schiavitù era necessaria all’economia del sud, che il generale Robert E. Lee – l’eroe della Confederazione – era un grande protagonista della storia nazionale e che l’esercito sudista aveva vinto numerose battaglie pur avendo perso la guerra.

Il libro di testo per gli studenti più grandi Virginia: History, Government, Geography di Francis Butler Simkins, Spotswood Hunnicutt e Sidman P. Poole, sottolineava che le autorità federali avevano imposto dall’esterno agli Stati del sud un sistema che non apparteneva loro, che la vita tra gli schiavi della Virginia era “generalmente felice”, più sicura e agiata rispetto a quella vissuta dagli afroamericani liberi al punto che gli schiavi rimasero fedeli ai loro padroni anche dopo il Proclama d’Emancipazione di Lincoln. Un equilibrio armonico interrotto dalla fine della Guerra Civile e dalla Ricostruzione, con le imposizioni subite dall’ormai sconfitta Confederazione.

La situazione cambiò soltanto dal 1965, quando l’approvazione del Voting Rights Act aveva portato un maggior numero di afroamericani al voto e costretto i politici della Virginia a fare i conti con il nuovo elettorato. Del resto, la questione assurse a elemento di dibattito nazionale, nei media e nel governo federale. Ci vollero ancora circa quindici anni, tuttavia, perché i libri di testo fossero ripensati: nel 1980, gli studenti della Virginia leggevano che gli schiavi erano esseri umani di proprietà di altri privi di diritti e potevano conoscere le storie di Harriet Tubman, tra le fondatrici della ferrovia sotterranea e Hiram Revels, il primo Senatore afroamericano degli Stati Uniti (per approfondire qui).

Tuttavia la storiografia, come la storia, non segue progressi lineari e la battaglia per l’insegnamento scolastico è ancora aperta. Secondo un’analisi del New York Times del 2020, due tati molto diversi politicamente tra loro, la California – lo stato liberal per eccellenza – e il Texas – lo stato conservatore per eccellenza – adottano libri di testo che, pur riportando gli stessi eventi, ne offrono interpretazioni divergenti, nonostante siano stati pubblicati dalle stesse case editrici e scritti dagli stessi autori.

La spiegazione risiede proprio nel ruolo che hanno i consigli statali e dei grandi distretti scolastici, in cui siedono persone nominate sulla base dell’ideologia politica. Non solo gli esperti hanno voce in capitolo su programmi e syllabus scolastici. Nei singoli istituti, infatti, i cittadini statunitensi votano per eleggere rappresentanti che siederanno insieme agli insegnanti e agli amministrativi. I genitori degli studenti partecipano attivamente al dibattito sull’istruzione dei propri figli, e la didattica a distanza dovuta allo scoppio della pandemia di Covid-19 ha dato una stretta al controllo di cosa prevedessero gli insegnamenti scolastici.

L’effetto pandemia

Da quando il coronavirus ha costretto a casa moltissimi studenti americani, i genitori in smartworking hanno potuto vedere da vicino cosa veniva insegnato ai propri figli. Se già la didattica a distanza è stato motivo di scontro in un Paese in cui una buona parte delle persone non è a tutt’oggi vaccinata e dove in generale le restrizioni hanno assunto connotati molto diversi a seconda degli Stati, il progressivo ritorno in classe si sta rivelando ugualmente divisivo.

Da una parte perché l’uso delle mascherine viene visto come un’imposizione ingiusta sui ragazzi e i bambini e dall’altra perché nel frattempo i programmi scolastici sono tornati al centro del dibattito. In diversi luoghi del Paese ci sono state proteste accese, lanci di oggetti e in alcuni casi minacce di morte ai membri dei consigli scolastici.

Turning Point USA, un gruppo conservatore attivo in questo campo, cura un sito web con i nomi e le foto dei membri dei consigli scolastici che hanno adottato l’obbligo dell’uso della mascherina o curricula anti-razzisti. L’associazione nazionale dei consigli scolastici ha scritto una lettera all’amministrazione Biden chiedendo supporto al governo federale per affrontare la situazione.

I repubblicani, tuttavia, stanno perseguendo la strategia di alzare il livello dello scontro: in Texas, il governatore Greg Abbott ha chiesto alle scuole di rimuovere dalle loro biblioteche libri “con contenuti pornografici” che preoccuperebbero i genitori. A fornire un esempio concreto di cosa si intenda con “contenuti pornografici” ci ha pensato il deputato del parlamento locale Matt Krause, che ha annunciato un’inchiesta in merito allegando una lista di circa 850 titoli che trattano perlopiù temi legati all’identità di genere, la sessualità e la salute sessuale.

Pur non avendo immediato potere di ritirare i libri dalla circolazione, il disegno che c’è dietro è chiaro e rappresenta una sfida reale, che risponde al modello di società difeso da una parte del paese - e non solo - con cui l’altra deve confrontarsi.

A guest post by
Alice Ciulla è assegnista di ricerca in Storia degli Stati Uniti (Università Roma Tre) e docente alla fondazione IES. È autrice di La cultura americana e il Pci. Intellettuali ed esperti di fronte alla 'questione comunista' (1964-1981), Carocci, 2021