Raccontare il Papa e il potere
Quando il cinema racconta l’uomo oltre il ruolo e l’istituzione, si scontra con le difficoltà nel rappresentare il potere: tra ombre, dilemmi e scelte.
“Io sono ciò che il tempo, le circostanze, la storia hanno fatto di me, senza dubbio, ma sono anche assai più di questo. Come tutti noi”
Lo scriveva lo scrittore afroamericano James Baldwin in Notes on a Native Son (Questo mondo non è più bianco). La frase (forse una delle sue più famose) fa riferimento al problema razziale negli Stati Uniti, ma nasconde anche una delle grandi ossessioni contemporanee americane: scoprire – e raccontare – l’assai più di questo di ogni uomo.
Ci si può domandare cosa accade quando l’uomo che si vuole rappresentare è indissolubilmente legato a un’istituzione; o meglio, quando esiste all’interno di essa. Individuare ciò che è al di là del tempo, delle circostanze e della storia diventa quasi impossibile.
È il caso, ad esempio, della raffigurazione cinematografica del presidente degli Stati Uniti d’America: talvolta protagonista eroico, talvolta personaggio fragile o, ancora, figura istituzionalizzata, inserita all’interno di un sistema corrotto e complesso ma comunque inscindibile dal proprio ruolo e dalle sue decisioni politiche.
Un ventaglio di possibilità che si complicano ancora di più quando nel cinema americano viene rappresentato il Papa: come si racconta una figura che è per sua natura sovraesposta, ma allo stesso tempo sottratta agli sguardi? In The Young Pope è proprio questo il tema centrale: un papa bellissimo e giovane (Jude Law) che però vuole radicalmente cambiare il modo in cui mostrarsi alle persone: meno esposizione mediatica, meno comunicazione e un uso dosato e drammatico delle uscite pubbliche, per mantenere quella necessaria distanza tra umano e divino. La ricostruzione del potere (anche oscuro) da parte del papa di Sorrentino si scontra con la necessità di dare profondità e umanità a un personaggio che sarebbe, in altre mani (e in altri tempi), solo un radicale manipolatore: l’assai più di questo del Pio XIII interpretato da Jude Law è il suo essere Lenny Belardo, con un’infanzia segnata dal dolore dell’abbandono.
Il grande e il piccolo schermo non sembrano mai riuscire a interrompere questo dualismo tra fragilità e potere nel raccontare una figura che vive, da sempre, in un mondo altro, a noi inaccessibile. Il papa raccontato non è mai afferrabile, in nessuna delle due dimensioni: è un personaggio che vive tra le ombre e che cogliamo di fronte a un dilemma (morale, personale, politico, sociale, religioso). È solo nella difficoltà, infatti, che ci illudiamo di afferrare figure che sfuggono alla nostra capacità di comprensione.
Per raccontare un Papa che vada oltre l’istituzione, il cinema è costretto a mettere il personaggio in una posizione scomoda e osservare come si comporterebbe: può diventare un eroe, come nel caso di Anthony Quinn in L’uomo venuto dal Kremlino (di Michael Anderson, 1968, tit. originale The Shoes of Fisherman) o un personaggio ancora più complesso e ambiguo (come nei casi di Jude Law e John Malkovich, in The Young Pope e The New Pope, 2016 e 2020).
Il papa cinematografico ci costringe ad andare al cuore di un paradosso: come mai non riusciamo a rappresentare qualcuno che è, al contrario, costantemente visto attraverso i media? Susan Sontag scriveva nel suo saggio Sulla fotografia (On Photography, 1977), che le immagini hanno un duplice potere: avvicinarci a un evento lontano geograficamente o culturalmente e allontanarci dallo stesso quando l’esposizione a tali immagini diventa eccessiva. Il nostro guardare e conoscere oscilla perciò tra realtà e non realtà, tra ciò che consideriamo vicino e degno della nostra attenzione e ciò che, invece, riteniamo distante. Sontag si riferisce alle guerre e al dolore ma vale anche per il potere, che percepiamo sempre come lontano.
Ma cosa ci viene mostrato del potere? Il filosofo francese Jacques Rancière sosteneva che le immagini non sono mai creature neutre e che il problema non è tanto la nostra distanza dalle cose, dagli eventi, dalle persone, ma quella che lui chiama “la partizione del sensibile”, ossia ciò che può essere visto (o non visto) all’interno di una società. Le immagini, perciò, non sono la rappresentazione della realtà o la sua fotocopia, ma il modo stesso in cui costruiamo il reale. Scegliere cosa mostrare plasma il nostro mondo.
La figura del papa è sovraesposta mediaticamente (e quindi subisce quella distanza di cui parla Sontag), ma è anche il risultato di una visibilità ritualizzata e studiata. E in questa tensione costante il cinema sembra trovarsi in difficoltà, dovendo operare di volta in volta una scelta: sottrarre e sacrificare una parte del personaggio in favore di quella che le è più congeniale.
.



