Processo alle Big Oil: i petrolieri USA sotto accusa

Inizia l'inchiesta sulla disinformazione climatica: sette grandi società petrolifere e alcune società di lobbying chiamate a testimoniare davanti al Congresso.

A pochi giorni dalla COP26, il principale summit sul clima che riunirà a Glasgow i leader internazionali, dall’altra parte del mondo, con un tempismo quasi perfetto, inizia oggi l’inchiesta “Exposing Big Oil’s Disinformation Campaign to Prevent Climate Action” in cui le principali compagnie petrolifere si presenteranno davanti al Congresso degli Stati Uniti.

Dopo decenni di negazionismo climatico, e sulla scia delle precedenti (e storiche) inchieste sul tabacco portate avanti dai Democratici negli anni Novanta, Exxon Mobil, Chevron, BP e Shell sono chiamate a testimoniare con l’accusa di aver favorito decenni di disinformazione sul ruolo della scienza e l’entità del cambiamento climatico.

In quella che rimarrà alla storia come la prima vera udienza sul negazionismo climatico (costituendo un precedente importante per gli anni avvenire), i dirigenti delle Big Oil dovranno confrontarsi con una schiera di scienziati e ricercatori che – prove alla mano – testimonieranno a loro volta di fronte al Congresso. È la Scienza contro la disinformazione, quella della peggiore specie, di chi per anni ha saputo di creare danni irreversibili agli ecosistemi che ci ospitano ma ha scelto di ignorare le proprie responsabilità.

Negli ambienti del Congresso ci si aspetta lo stesso clima del 1994, o quantomeno è quanto afferma il deputato della Pennsylvania Ro Khanna, membro della sottocommissione per l’ambiente della Camera e tra i principali critici delle industrie chiamate a giudizio. In quell’anno – qualcuno lo ricorderà – i dirigenti delle sette più importanti aziende del tabacco giurarono, mano sul cuore, che non credevano alla capacità della nicotina di creare dipendenza.

Khanna ha detto al Guardian che le compagnie petrolifere “devono ammettere di aver commesso alcuni illeciti, altrimenti corrono il rischio di mentire sotto giuramento. Se fossi in loro farei un mea culpa e riconoscerei i miei errori”.

Un consiglio quantomeno spassionato ma dal quale difficilmente le società potrebbero sottrarsi di fronte alle centinaia di prove di un insabbiamento coordinato e persistente durato per anni. Per la prima volta verranno inoltre desecretati atti finora rimasti all’oscuro dell’opinione pubblica, cui si aggiungeranno diversi documenti relativi alle attività di Exxon e conservati dall’Università del Texas e scovati nel 2015 dalla Columbia Journalism School e dal Los Angeles Times.

Proprio la Exxon, che verso la fine degli anni Ottanta aveva finanziato una serie di ricerche per dimostrare che gli effetti delle estrazioni petrolifere non fossero nocive per il clima, finì per scoprire l’esatto contrario e decise di insabbiare quella ricerca investendo tutti i suoi sforzi per screditare la scienza e avviare quella che potremmo considerare la più grande campagna di disinformazione della storia.

Nel 2019, a distanza di quasi quarant’anni, Martin Hoffert, uno degli scienziati che aveva preso parte ad alcune delle ricerche commissionate da Exxon, dichiarò al Congresso i suoi modelli climatici mostravano quanto lo sfruttamento dei combustibili fossili potesse avere effetti deleteri sul clima del nostro Pianeta. Contemporaneamente la Exxon, sempre in quegli anni, aveva radunato le principali aziende petrolifere per creare una rete tentacolare (e indistruttibile) tra politica, società di lobbying e associazioni di categoria, in un intreccio perfetto tra negazionismo climatico e cospirazionismo.

In tempi più recenti, quando di fronte all’indignazione pubblica, finalmente l’industria petrolifera sembrava aver lanciato i primi segnali di apertura e di accettazione delle proprie responsabilità, le società chiamate in giudizio hanno continuato a finanziare attività di disinformazione. Ragion per cui – ha detto Khanna a Reuters – l’udienza verterà anche sull’uso delle compagnie petrolifere delle piattaforme pubblicitarie e dei social media, cercando ulteriori testimonianze tra membri di società di comunicazione ed esperti sul tema[1].

Tra gli amministratori delegati chiamati a testimoniare, si presenteranno in collegamento video Darren Woods di Exxon, Michael Wirth di Chevron e David Lawler di BP America, il presidente di Shell, Gretchen Watkins. Il Congresso ascolterà anche i rappresentanti delle principali società di lobbying accusate di aver alimentato le false dichiarazioni delle Big Oil. Tra questi il presidente dell’American Petroleum Institute, Mike Sommers e il Presidente dell’US Chamber of Commerce, Suzanne Clark.

Come in ogni audizione, ai membri del comitato di sorveglianza (presieduto da Carolyn Maloney) della Camera, verrà assegnato un tempo massimo per interrogare ciascuno dei dirigenti; per questo, solo se saranno in grado di coordinarsi adeguatamente, riusciranno a sfruttare il tempo a loro vantaggio.

Non sono mancate – e certamente non mancheranno – critiche da parte repubblicana. Alcuni leader del GOP hanno giudicato l’udienza come un modo per poter distrarre l’attenzione pubblica dalle problematiche relative al Build Back Better Act e all’agenda climatica di Biden, che rischia, a loro avviso, di danneggiare l’economia statunitense. Per lanciare un assist all’industria petrolifera (storico baluardo della destra americana), hanno deciso di chiamare a testimoniare un ex dipendete dell’oleodotto Keystone XL, licenziato dopo che il presidente Biden, a inizio mandato, aveva deciso di annullarne il progetto di costruzione.


[1] Sul tema si veda Geoffrey Supran and Naomi Oreskes, Assessing ExxonMobil’s climate change communications (1977-2014), 2017, Environmental Research Letters. 15 (119401). https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/aa815f