Ombre e silenzi: la non maternità e le storie non raccontate.
Dalla letteratura al dibattito sulla natalità: come raccontiamo (o evitiamo di raccontare) le donne senza figli
“Legge su internet che alle coppie, in media, ci vuole un anno per concepire. E allora. Nessun problema. C’è un sacco di tempo. Ha solo trentatré anni, dopotutto. Trentaquattro a marzo”.
È il 2007 e Anthony Doerr (scrittore statunitense che solo otto anni più tardi vincerà il Pulitzer) pubblica sulla rivista Granta il racconto Procreate, Generate (in Italia nella raccolta United Stories of America, Minimum Fax, 2007). La storia è straordinariamente semplice: Imogene (responsabile delle risorse presso una ditta in Wyoming) e Herb cercano di avere un figlio, ma non ci riescono. In realtà, la faccenda è ancora meno complessa di quanto sembri: ciò che leggiamo in queste 25 pagine è un insieme nitido e chiarificatore di pensieri, idee e azioni sulla non maternità.
Non c’è un momento chiave, non esiste un punto di rottura. La maggior parte delle cose che non otteniamo e che ci feriscono o ci fanno soffrire sono come una bomba nelle nostre vite: una detonazione più o meno violenta, che lascia i suoi detriti. Ma il non avere figli non ha alcun suono: è come se fosse un fantasma, un’ombra che ci sta accanto tutta la vita, una presenza innata e sempre a portata di mano e che, a un certo punto, semplicemente non cammina più con noi.
Ecco, il punto è proprio qui: nel capire che quell’ombra prima o poi ci abbandonerà e che la società costruisce ancora l’identità di una donna attraverso una mancanza, un’assenza. L’identità di Imogene, infatti, è rappresentata dallo spazio che separa quel “c’è un sacco di tempo” dalla scena finale, in cui si rigira nel letto dopo aver l’impianto degli embrioni, aspettando il momento in cui saprà se avranno attecchito.
Raccontare qualcosa che non è avvenuto, le cose che non abbiamo fatto o le direzioni che non abbiamo preso significa sentire addosso il dovere di comprendere (e spesso spiegare) il perché. E, nel caso delle donne che non hanno o non hanno avuto dei figli, cercare una motivazione pare un requisito essenziale.
Lo è di sicuro quando si vuole capire come mai sempre più coppie negli Stati Uniti non avranno dei discendenti: il tasso di natalità ha raggiunto il minimo storico nel 2024, “con meno di 1,6 figli nati per donna” (come evidenziato da CBS News). Un dato preoccupante – soprattutto perché in linea con le tendenze europee – e costante. Tra i motivi l’uso sempre più consapevole di contraccettivi, soprattutto tra le ragazze più giovani; l’accesso delle donne al mondo del lavoro; ma anche una società più complessa che preoccupa per la sua instabilità (sociale, economica e politica), come esaminato in questo approfondimento del Population Reference Bureau.
C’è un gran dibattito intorno al tema della non maternità (e anche una certa curiosità), ma quasi sempre un’unica narrazione: le donne che non hanno avuto figli hanno scelto di non averli, preferendo fare altro, essere libere, dedicarsi alla carriera o ai loro interessi. E se è vero che le donne che scelgono di non avere figli sono ancora soggette a critiche, guardate con sospetto e accusate di egoismo perché si sottrarrebbero a un presunto ruolo di cura, (come racconta in questo articolo la scrittrice americana R.O. Kwon1), è altrettanto vero che non è possibile incasellarle in un’unica narrazione.
Kwon nota anche che è significativo l’uso dei termini. Childfree indica chi ha scelto di non avere figli pur potendone avere; childless, invece, chi non li ha avuti per motivi riconducibili non a una scelta ma a circostanze non governabili, ossia chi non ha potuto averli.
C’è davvero bisogno di etichettare, stabilire un confine tra chi ha scelto qualcosa con consapevolezza e chi invece si è ritrovato a subire una scelta? Separare chi è free da chi è less (una libertà da una mancanza) è una distinzione che, ancora una volta, ci mette al riparo dalla fragilità e dall’imprevedibilità delle cose, e anche dalle scelte subite. Il fatto che le donne debbano in qualche modo aderire a questi due modelli narrativi separati (scegliere o non potere) per essere accettate come entità singole nel mondo denota il sospetto che la società ha ancora nei confronti delle donne che non diventano madri.
L’articolo fa parte di una serie di storie, testimonianze e contributi sul tema, pubblicati dal Guardian U.S. nel 2020, dal titolo Childfree.



