L'Odissea di Nolan porta al cinema il collasso della civiltà occidentale
Da Troia allo Stretto di Hormuz: Nolan trasforma il ritorno di Ulisse nel racconto di una civiltà che, al culmine della propria potenza, comincia a disfarsi dall’interno
Nell’Odissea di Christopher Nolan c'è un momento in cui Telemaco fa una constatazione che fissa il fulcro di tutto il film: la sua è una civiltà all’apice dello sviluppo umano. Lo dice con l’innocenza del giovane che trova il proprio tempo superiore a ogni epoca precedente. Sembra un vanto, ma è una condanna, perché nell’istante stesso in cui pronuncia la frase quella civiltà ha già cominciato a svanire.
Nolan prende il poema del ritorno e lo piega a qualcosa di più cupo, l’autopsia di un mondo che appare vivo ma in realtà sta morendo. La tesi è spietata: una civiltà conscia della propria grandezza crolla prima di tutto dall’interno.
Nolan insiste su due cose. La prima è la xenia, il patto d’ospitalità posto sotto la protezione di Zeus Xenios: chi bussa va accolto, chi accoglie va onorato, e il vincolo è sacro. In un mondo di isole e di rotte seguite senza bussola, la xenia è il diritto internazionale della galassia greca, l’impalcatura invisibile che tiene insieme quel mondo, altrimenti fatto di insignificanti città-Stato isolate. La seconda è una minaccia: arrivano i popoli del mare, i razziatori che compaiono dal nulla e lasciano solo cenere. Le fonti egizie li registrano davvero e la storiografia li annovera tra i fattori del collasso dell’età del bronzo, la fine di quell’insieme di civiltà che per primo abbozzava un tentativo di globalizzazione.
La rivelazione arriva verso la fine: i popoli del mare erano i greci stessi. Il cavallo di Troia, il capolavoro d’astuzia di cui la tradizione va fiera, diventa il peccato originale, un dono di pace che nasconde la morte contando sulla buona fede dell’altro. E il ritorno, il nostos, si scopre una scia di saccheggi: le navi greche che tornano verso casa prima chiedono e poi, se non ottengono, depredano le coste che incontrano. Colpiscono comunità attigue alla loro stessa civiltà, gli anelli di quella catena di isole che la xenia avrebbe dovuto proteggere. Il mostro che veniva dal mare non era altro che i veterani che tornavano da Troia, sparsi in tutto il Mediterraneo dalla furia degli dèi per il tradimento compiuto a Troia. I greci avevano cercato il nemico all’orizzonte per tutto il tempo, ma bastava guardare le proprie mani.
Non è un concetto campato per aria. Gli scribi egizi che elencano i popoli del mare incidono nomi che gli studiosi accostano agli Achei e ai Danai, i greci di Omero. La rovina cui si riferivano era reale: nel dodicesimo secolo avanti Cristo le civiltà dell’età del bronzo si sgretolano in pochi decenni. Il primo embrione di mondo globalizzato muore all’improvviso, e oggi somiglia a un avvertimento.
Anche la tavolozza di Nolan racconta la colpa: i greci vestono scuro, lordi degli escrementi e del fetore della morte accumulato nell’attesa dentro il cavallo; i troiani di bianco, la purezza di chi accetta un dono di pace in buona fede, sebbene le crepe negli elmi presagiscano la sventura in arrivo. Costumi allegorici prima che storiografici; perché quello di Nolan è un film, non un documentario.
Le due maschere
Lo dice lo stesso Ulisse a Penelope prima di partire: Elena era il pretesto, non la ragione della guerra. Troia non andava presa per riportare a casa una donna, andava distrutta perché sorvegliava le rotte commerciali e chi le controllava teneva in pugno il mondo conosciuto. A volere quella guerra è Agamennone, il re più potente, che obbliga gli alleati a combatterla per un fine proprio e definisce onore quel che è ingordigia.
Qui il racconto smetterebbe di riguardarci, se restasse una storia di tremila anni fa, ma Nolan ha girato un film sul presente.
L’autore spacca l’arroganza del potere in due maschere. La prima guarda alla politica interna, alla casa e alle sue regole. È Antinoo, il pretendente interpretato da Robert Pattinson, bravissimo come sempre nei panni del viscido. Ha schivato la leva per Troia scambiando il proprio sorteggio con quello di Sinone, partito e morto al posto durante l’inganno del cavallo, mentre lui restava a casa a divorare la sostanza del suo re, a insidiarne la moglie e il regno. Racconta di essersi offerto volontario e mente. Il tratto che lo definisce, oltre alla menzogna, è il rapporto con le regole: le piega a piacimento e le rivendica alla lettera solo quando gli serve l’esito contrario.
Il modello contemporaneo sono gli Stati Uniti attuali, quelli della Corte Suprema più schierata di sempre, quelli dove di volta in volta la legge viene interpretata in maniera letterale o creativa, a seconda di cosa conviene. Sono quelli di un Donald Trump che mente a proprio vantaggio e che ha scansato il Vietnam con cinque rinvii alla leva, uno dei quali, nel 1968, per certi speroni ossei ai talloni la cui esistenza resta contestata. Lo stesso Trump che derise il prigioniero di guerra John McCain, con una frase rimasta negli annali della vergogna: “A me piacciono quelli che non si fanno catturare”. Ma chi schiva il servizio militare con un pretesto e posa da duro ripete il gesto di Antinoo. Il film gli riserva la condanna più disdicevole: in punto di morte Ulisse gli ficca in gola il bastoncino del sorteggio truccato, il disonore restituito come una sentenza da portare nell’Ade.
L’altra maschera guarda verso la politica estera ed è Agamennone. Non se ne vede il volto: lo si incontra dietro un elmo che ne inghiotte i lineamenti, avvolto in una corazza nera così massiccia da sembrare una macchina più che un uomo. Poi parla, e la voce non combacia con l’immagine: è quasi fanciullesca, quantomeno nella versione originale. La potenza è solo indossata, un guscio che Agamennone toglie una volta sola, quando rientra in patria e viene assassinato dalla moglie Clitennestra in casa propria, nell’unico luogo che credeva sicuro. Agamennone e il suo esercito sono l’allegoria della più grande potenza del suo tempo, allora come oggi: una macchina di metallo e distruzione vista da fuori, comandata da una mente autoritaria ed egoriferita al suo interno.
La guerra di Agamennone, mossa per il dominio delle rotte commerciali, è più attuale che mai. Da cinque mesi gli Stati Uniti sono in conflitto contro l’Iran: Trump voleva una conclusione in poche settimane, ma sono passate da tempo. Una tregua siglata a giugno è saltata a luglio e il conflitto dura tutt’ora senza nessuna vera exit strategy, men che meno un cavallo di Troia. Il nodo attorno a cui tutto ruota è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che Trump vorrebbe controllare: un moderno Agamennone (pur senza lo stesso physique du rôle), che pretende il coinvolgimento degli alleati nelle sue guerre. Alleati che, quantomeno, finora non gli hanno dato più di tanto ascolto.
Tuttavia, questo porta a un altro aspetto in comune con la vicenda narrata da Nolan: la predatorietà verso la propria civiltà. Dopo aver imposto dazi agli alleati della NATO, Trump ha annunciato che otterrà l’acquisizione della Groenlandia e non ha escluso l’uso della forza contro un territorio alleato. Sono le navi achee che sbarcano sulle coste amiche e depredano, il saccheggio tra membri della stessa alleanza, lo stesso gesto che nel film disintegra il mondo greco dall’interno.
Il lato innovativo
A cambiare più di tutti rispetto all’originale è comunque Ulisse: quello di Nolan non è quello di Omero. Dove il poema riporta l’eroe sul trono, nella pellicola sceglie l’esilio per espiare le colpe verso i suoi uomini, che ha sacrificato uno alla volta per salvare gli altri, fino a restare solo.
Ulisse si carica addosso la responsabilità di tutto, cavallo di Troia compreso, anche quando potrebbe eluderla, e la paga di persona. Chi rispetta il diritto, dopotutto, accetta le conseguenze delle proprie azioni: è il finale in cui la legge punisce anche l’eroe.
The Odyssey è un film che senza ombra di dubbio merita la visione, già solo per l’eccelsa qualità registica, l’ottima colonna sonora di Göransson, l’impeccabile fotografia di van Hoytema e un cast strepitoso e ben diretto, con un Matt Damon in stato di grazia. Eppure, fuori dalla sala, il film ha fatto discutere prima ancora della sua uscita. Il caso è quello di Lupita Nyong’o, chiamata al doppio ruolo di Elena e Clitennestra. La scelta funziona dove interessa a Nolan, sul piano visivo: la stessa mano che ha vestito i greci di sudiciume e i troiani di bianco fa di Elena un punto d’inchiostro su una pagina di volti pallidi, magnetica, impossibile da non fissare. Eppure, la campagna scatenata contro questa scelta dice altro. Matt Walsh ha negato che l’attrice possa essere la donna più bella del mondo, Elon Musk ha sentenziato che Nolan l’ha scelta per compiacere l’Academy.
La scusa per questi commenti è il rigore storico. Tuttavia, se fosse tale dovrebbe valere sempre: il grosso del cast, a partire da un Matt Damon dai lineamenti e dall’ascendenza più vichinghi che mediterranei, con l’antico Egeo spartisce ben poco, ma nessuno ha gridato allo scandalo perché nessuno tra i protagonisti è greco. Le obiezioni si sono accanite solo sull’attrice dalla pelle scura, dimenticando che per i greci antichi l’Egitto e le terre a sud del Nilo erano un orizzonte ben più familiare del nord Europa, che stava ai confini del mondo. Il rigore invocato contro Nyong’o e taciuto per tutti gli altri è il paravento dietro cui si nasconde il più becero razzismo, quello del colore della pelle, nonostante la misera manciata di minuti in cui appare.
Il film esce mentre ciò che racconta sta accadendo fuori dallo schermo, ed è la cosa più scomoda che Nolan ci mette davanti: la storia ripete la stessa lezione a ogni civiltà che si crede eterna, e trova sempre lo stesso pubblico distratto. Di quel mondo lontano non conosciamo con certezza la causa della fine, eppure ne vediamo tornare i prodromi sotto i nostri occhi. Cosa ci attenda oltre non è dato saperlo, ma nessuno saprebbe dirlo mentre si trova al centro del collasso. Nolan, saggiamente, non fa profezie: costruisce uno specchio, ci concede il tempo di riconoscerci, e manda i titoli di coda mentre la domanda resta sospesa in sala: faremo la stessa fine dei micenei?



