Gli spot elettorali, pur essendo sempre più necessari nelle moderne campagne elettorali, possono essere produzioni costose. Oltre a richiedere una consistente somma di denaro per acquistare gli spazi pubblicitari, la loro creazione può mettere in difficoltà candidati grassroots, indipendenti o poco noti, che non possono contare su grandi fondi per la pubblicità.
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa AI può rendere più accessibile la corsa elettorale, poiché permette di produrre propaganda in modo più efficiente e, soprattutto, più economico.
L’alta flessibilità di questo strumento, inoltre, è senza dubbio congeniale allo scopo caratteristico di una campagna elettorale: raccontare storie convincenti con immagini potenti e memorabili.
I lati negativi dell’AI propaganda
I rischi, però, sono altrettanto notevoli. In primo luogo, vi sono problemi di trasparenza: molti elettori potrebbero non venire a sapere di essere di fronte a immagini generate artificialmente senza adeguati disclaimer, e una normativa uniforme a riguardo non è ancora presente a livello federale.
L’AI può essere inoltre un potentissimo veicolo di disinformazione se i candidati sono inseriti in contesti fuorvianti o, addirittura, se sono rappresentati in azioni che non hanno davvero compiuto.
Il candidato democratico al Senato per il Texas James Talarico, per esempio, è stato coinvolto in molte di queste produzioni. In una di queste, Talarico è mostrato mentre legge con entusiasmo alcuni dei suoi tweet più controversi.
Il problema è che, nonostante i post siano reali, Talarico non si è mai mostrato così orgoglioso di essi in alcuna occasione pubblica: è un deepfake creato dall’AI, che – seppur segnalato come tale dagli autori (in piccolo) – potrebbe facilmente trarre in inganno i meno esperti.
L'uso tra i partiti
Non sorprenderà scoprire che il Partito Repubblicano effettua l’utilizzo più consistente di questa tecnologia a scopi elettorali, come confermano i ricercatori del Wesleyan Media Project.
Dopotutto, numerosi post di Donald Trump sul proprio social Truth sono stati creati con l’AI, come quando si è raffigurato come un “dottore” con sembianze divine. Il Presidente ripone grande fiducia in questa emergente tecnologia, che ha recentemente ribattezzato «super intelligenza» con un ordine esecutivo.
Nonostante invece il Partito Democratico regolamenti e limiti sempre più l’uso dell’AI, una quantità residuale ma comunque rilevante di democratici – attratti dai vantaggi sopra descritti – continua a servirsene per produrre spot elettorali.
Born Fighter e la potenza delle immagini
Josh Gottheimer, in occasione delle primarie democratiche (che poi ha perso) per la candidatura a governatore del New Jersey, mostra perfettamente l'efficacia dell’AI nel lasciare impresso un messaggio attraverso le immagini.
Sappiamo infatti che la nostra memoria visiva è più potente di quella di lettura: spesso sono le immagini che ci rimangono in mente, mentre i concetti svaniscono.
Non per nulla gli americani ricordano ancora il famoso Daisy Ad della campagna presidenziale di Lyndon B. Johnson nel 1964. Lo spot presagiva l’ecatombe nucleare se fosse stato eletto l’avversario Barry M. Goldwater, rappresentando l’esplosione di un ordigno davanti a una bambina innocente.
È per questo che Gottheimer ha deciso di rappresentare sé stesso in uno intitolato Born Fighter, mentre combatte Trump in un acceso incontro di pugilato. Il tutto, ovviamente, è creato dall’AI.
In un contesto in cui la politica federale ha sempre più rilevanza, è fondamentale anche per un candidato a una corsa locale avere una posizione forte sulla politica nazionale. Il modo migliore per farlo è far scontrare i due avversari sullo stesso piano, rendendo immediato il contrasto agli elettori.
«I have something to say»: l’AI come strumento tecnico
In altri casi, l’AI è utilizzata in virtù della sua efficacia pratica. Un esempio si ha nello spot di un altro sconfitto: Jesse Jackson Jr., il figlio del noto attivista per i diritti civili Jesse Jackson, che si è candidato alle primarie democratiche per il secondo distretto dell’Illinois alla Camera.
Lo spot elettorale in questione è un endorsement da parte di un’altra icona dell’attivismo afroamericano. Si tratta del rappresentante dell’Illinois Bobby Rush, che ha terminato trent’anni di mandato nel 2023.
Siccome le sue corde vocali sono rimaste danneggiate da un tumore, la tecnologia viene utilizzata per consentire a Rush di esprimere con chiarezza il suo supporto per Jesse Jackson Jr. Lo spot dimostra un uso positivo dell’AI, che in questo caso serve a migliorare la comunicazione politica invece di distorcerla.
Gendebien e l’AI negli attack ads
Infine, come accade anche nel campo repubblicano, c’è chi usa l’AI come semplice strumento di satira. Questo era l’obiettivo di Blake Gendebien, candidato dem per il 21esimo distretto di New York alla Camera, quando ha creato una canzone scritta e recitata interamente dall’AI per attaccare la repubblicana Elise Stefanik.
Stefanik, che all’epoca era accusata di trascurare i suoi doveri di parlamentare per cercare di ottenere la nomination come governatore di New York, ha reagito duramente al video, chiamandolo «sessista e bigotto».
In esso, la repubblicana viene rappresentata mentre danza, si veste da prestigiatrice e beve le lacrime di Mike Lawler, un altro repubblicano che intendeva appropriarsi della nomination e che si sarebbe poi dovuto tirare indietro all’inevitabile annuncio di Stefanik.
Una dettaglio fondamentale ma non scontato
Un elemento comune a questi tre esempi è la presenza di un disclaimer: in tutti i casi viene segnalato dai candidati che il contenuto pubblicitario è realizzato utilizzando l’AI.
Questa eventualità non è comune, come dimostrano i già citati studi del Wesleyan Media Project. Tirando le somme dagli spot analizzati, potremmo dunque dire che l’utilizzo dell’AI sia stato trasparente. Se invece questo sia opportuno, lasciamo a voi decidere.



