Minnesota: un’eccezione americana tra migrazioni, collettivismo e neighborism
Ondate migratorie e tradizione scandinava hanno creato una struttura sociale e politica unica, fatta di fiducia, welfare e partecipazione diffusa. Lo "scudo" perfetto contro l'ICE
Il Minnesota è un esperimento politico e sociale unico (o quasi) negli Stati Uniti. La “battaglia” di gennaio 2026 contro l’ICE è il punto di caduta di un processo lunghissimo che ha plasmato il North Star State per tutta la sua storia, rendendolo una realtà in cui politica e società si intrecciano in modo singolare, anche se gli scossoni degli ultimi 20 anni non lo hanno reso immune dalla polarizzazione che attanaglia tutti gli Usa.
Le tre ondate migratorie
Per capire le famiglie politiche del Minnesota si deve partire da chi lo abita e dalle lunghe eredità sociali. Lo Stato oggi rappresenta una sintesi di tre grandi flussi migratori che ne hanno creato le fondamenta e continuano ad alimentarne la struttura.
Il primo di questi flussi è avvenuto con la grande migrazione dei popoli scandinavi e nordici. Oggi si stima che almeno un terzo di tutta la popolazione dello Stato sia originaria del Nord Europa. Nel corso dell’Ottocento e fino ai primi decenni del secolo successivo, i territori prima e lo Stato poi del Minnesota (entrato nell’Unione nel 1858) sono stati al centro di flussi migratori importanti, in particolare da Norvegia e Svezia. Tra il 1845 e il 1930 almeno 1,25 milioni di svedesi sono arrivati nell’area in tre momenti distinti.
I primi svedesi hanno raggiunto il Minnesota intorno al 1850. Molti di loro arrivavano in treno fino a Chicago e poi, sui battelli a vapore, risalivano il fiume Mississippi fino all’area in cui nei decenni successivi sarebbe nata la città di St. Paul. Cercavano terre da coltivare, approfittando del Preemption Act del 1841 che permetteva l’acquisto di terreni federali a buon mercato. La seconda migrazione dalla Svezia fu ancora più massiccia, perché collegata all’ultima grande carestia che colpì la Svezia tra il 1867 e 1868. In quel periodo gli svedesi già stanziati in Minnesota inviavano lettere in Svezia con biglietti prepagati, che permettevano alle famiglie di partire. Nel frattempo, la rete ferroviaria si allargava e il numero di arrivi aumentò ancora. La terza ondata, tra il 1880 e il 1893, fu quella dello spostamento dai campi alle città. Gran parte dei terreni era già stata assegnata: una fetta della forza lavoro si riversò nell’industria ferroviaria, in quella del legname e nelle aree minerarie nell’area dell’Iron Range, la fascia nord-orientale dello Stato.
Gli arrivi dalla Scandinavia ebbero altri due picchi, tra il 1900 e il 1917 e tra il 1919 e il 1930. I nuovi immigrati si insediarono nei centri urbani, in rapida espansione all’inizio del secolo. Gli arrivi cessarono poi con la Grande depressione. Agli arrivi dalla Svezia se ne aggiunsero altri, come quelli dalla Norvegia – con un picco di arrivi nel 1880 – e dalla Finlandia, che si insediarono soprattutto nell’area dell’Iron Range.
L’arrivo di Hmong e Somali
Dopo gli anni tumultuosi della Seconda guerra mondiale fu il turno di un’altra ondata migratoria singolare, quella degli Hmong. Gruppo etnico presente in Vietnam e altre aree del Sud-Est asiatico, gli Hmong iniziarono ad arrivare nel 1975 dopo la caduta di Saigon e il fallimento della guerra segreta della CIA in Laos. Oggi, secondo le stime, solo in Minnesota ne vivono circa centomila: la città di St. Paul è stata ribattezzata la capitale Hmong del mondo.
Poco meno di vent’anni dopo si è aggiunta una nuova ondata migratoria, quella della diaspora somala. Oggi il Minnesota ospita oltre ottantamila persone di origine somala, che compongono la più vasta comunità fuori dall’Africa. Molti di loro sono arrivati negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta, dopo il collasso del regime di Siad Barre e la successiva guerra civile. In un primo momento molti di loro vennero accolti con programmi per rifugiati in California, nell’area di San Diego. Poi alcuni gruppi iniziarono a girare per il Paese trovando lavoro più a nord, in particolare nell’area delle Twin Cities. La scelta di fermarsi in quella zona non era legata però solo con al lavoro. L’arrivo degli Hmong negli anni precedenti aveva alimentato il sostrato di associazioni caritatevoli, come gruppi luterani dediti ai servizi sociali o associazioni cattoliche che rendevano lo Stato l’ideale per chi era in cerca di stabilità.
Il “sistema Minnesota”
Le ondate migratorie che hanno plasmato la società attuale del Minnesota hanno avuto un inevitabile impatto nella configurazione statale attuale. La popolazione scandinava, che fin da subito ha abitato la regione, ha creato le condizioni perfette per replicare alcuni meccanismi tipici dei Paesi nordici, ovvero un approccio social-democratico alla politica e alla cosa pubblica, con una fiducia più alta della media nelle istituzioni, un metodo attivo nei processi decisionali dei cittadini, l’attitudine a una pressione fiscale alta e, a sua volta, un’alta spesa per i servizi sociali. In sostanza, quasi il contrario di molti altri Stati americani.
Questo “sistema Minnesota” ha molte ramificazioni, tutte riconducibili alla tradizione scandinava. Una di queste è legata al cosiddetto collettivismo che confluisce nell’etica del lavoro pubblico, ovvero la collaborazione per la produzione di beni condivisi e opere per la collettività. Non a caso, il North Star State è uno di quelli in cui ci sono i tassi di volontariato più alti: oltre il 40 per cento dei residenti è impegnato in qualche forma di aiuto volontario.
È in questo contesto che si comprende bene la reazione di Minneapolis alle retate dell’ICE. Organizzazioni caritatevoli, ONG, sindacati e semplici cittadini hanno schermato la propria comunità all’insegna del neighborism, un approccio fondato sulla connettività e la protezione della comunità. Un mix che ha creato anche il mito del Minnesota nice, una figura di cittadino modello attento alla comunità e riservato, che dà grande valore alla modestia e alla cooperazione.
Tutto questo ha un ovvio impatto sulla partecipazione politica e sul rapporto stesso con i partiti. Il Minnesota, infatti, è uno degli Stati con i tassi di partecipazione elettorale più alti di tutta l’Unione. Questo vale per tutte le fasce di età: anche i giovanissimi sono tra gli elettori più attivi di tutto il Paese.
Un partito per contadini e operai
L’impatto politico di questo magma collettivista si è visto nel grande esperimento politico del Minnesota Farmer-Labor Party, una formazione di sinistra populista molto attiva tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Fondato nel 1918, è stato uno dei partiti terzi – fuori dal duopolio democratico-repubblicano – più influenti della politica americana. Nel corso della sua attività ha fatto eleggere decine di deputati e senatori statali, ma anche tre governatori dello Stato, otto deputati al Congresso e tre senatori. La base del FLP era la stessa degli agricoltori di origine scandinava che si erano poi convertiti a operai dell’industria. Non a caso, la piattaforma politica era fondata sulla protezione dei sindacati, la nazionalizzazione di alcune industrie e un sistema di diritti sociali per proteggere i più deboli.
Se durante la Grande depressione il FLP fu un alleato importante di Franklin Delano Roosevelt, negli anni Quaranta sotto la spinta di Hubert Humphrey il partito si fuse con la sezione statale dei democratici dando vita al Minnesota Democratic-Farmer-Labor Party; l’unico, insieme al Democratic-Nonpartisan League Party del North Dakota, ad avere un nome diverso dal partito nazionale.
Uno Stato che cambia
Oggi i democratici restano i protagonisti della politica del Minnesota. Unico Stato a votare continuamente democratico dal 1976, esprime due senatori e metà degli otto deputati che lo Stato manda al Congresso. Ma qualcosa sta cambiando. Le radici agrarie e proletarie iniziano a rinsecchirsi e a mostrare lo stesso andamento di altri Stati, ovvero una polarizzazione crescente.
Il Minnesota Star Tribune si è chiesto a che punto sia la politica dello Stato e ha scoperto che, dopo vent’anni (e sei elezioni presidenziali), il divario è arrivato anche lì. Dalla rielezione di George W. Bush nel 2004 in poi, la forbice di voto tra contee dello Stato si è fatta più ampia. In sostanza, lo spazio tra le contee più democratiche e quelle più repubblicane si è allargato, arrivando a una polarizzazione estrema nel 2024. Due anni fa, 73 contee dello Stato hanno cambiato orientamento rispetto al voto del 2020: di queste, 55 hanno visto aumentare i margini di consenso per Trump rispetto al 2016.
L’effetto è quello già visto altrove: l’aumento del divario in termini di preferenze tra le contee urbane, quelle dei sobborghi e quelle rurali. In questa fase, se le contee urbane votano sempre di più democratico e quelle rurali repubblicano, a oscillare sono quelle nei sobborghi, che si sono orientate verso Biden nel 2020 e nel 2024 hanno virato a destra. Le zone rurali, un tempo composte da contadini di origine scandinava che combattevano latifondisti e proprietà, oggi sono la casa di contee che, dal 2004 in poi, si sono spostate sempre più verso i repubblicani.







