Quarantaquattro anni di attesa per un ritorno in finale, più di mezzo secolo a inseguire una prima volta. Poi accade una notte in Florida ed è un’esplosione di gioia infinita che appartiene solo a Milwaukee, in una celebrazione solenne che tocca le sponde del lago Michigan, ben lontano dai riflettori di Hollywood. Quando Trevor Megill, lanciatore “sparamissili” da quasi 160 chilometri all’ora, ha ottenuto l’ultimo out delle World Series 2026 a St. Petersburg, laggiù a più di mille miglia di distanza, nello stadio dei Brewers (letteralmente, i birrai) sono piovuti coriandoli blu e oro. Nel mentre, dagli altoparlanti è partita Glory Days, la canzone di Bruce Springsteen – di cui l’allenatore Pat Murphy è grande fan – che viene suonata dopo ogni successo. Trentunmila persone avevano seguito sui maxischermi gara5 delle finali del campionato professionistico americano di baseball contro Tampa Bay. E quando sul tabellone è comparsa infine la scritta che nessun tifoso della franchigia aveva mai potuto leggere, World Series Champs, si sono scatenati festeggiamenti trionfali.
Milwaukee ha battuto i Rays 4-1 al Tropicana Field, chiudendo la serie in cinque partite e conquistando il primo titolo nei 57 anni di storia dei Brewers. Per la città, la Cream City o City of Festivals che dir si voglia, e per l’intero Stato del Wisconsin, è il ritorno in cima al baseball americano dopo un’attesa ancora più lunga: l’ultimo successo apparteneva ai Milwaukee Braves del 1957, un’altra squadra e un’altra epoca, che traslocarono ad Atlanta. I Brewers, invece, si erano fermati una sola volta a un passo dal titolo, nel 1982, perdendo l'ultima gara contro i St. Louis Cardinals.
L’ultimo atto ha raccontato bene perché questa squadra sia arrivata fin qui. Milwaukee non ha avuto bisogno di una notte affidata a un solo fuoriclasse. Cooper Pratt ha portato a casa il primo punto al secondo inning, quando il suo singolo ha permesso a Brice Turang di segnare l’1-0. Al quinto, ancora Pratt ha battuto la sua sesta valida consecutiva nella serie, record per un rookie alle World Series, e poco dopo David Hamilton lo ha spinto a casa per il 2-0. Nel sesto, il doppio di William Contreras e una volata di sacrificio dello stesso Pratt hanno portato il margine sul 4-0.
Sul monte, intanto, il ventiquattrenne Jacob Misiorowski ha tolto progressivamente spazio all’attacco dei Rays: cinque inning e due terzi senza concedere punti, appena due valide e una base su ball, prima che i crampi al polpaccio lo costringessero a uscire. Tampa Bay è riuscita a segnare soltanto al nono inning. Megill ha contenuto la reazione e la battuta a terra che Brice Turang ha trasformato nell’ultimo out che ha chiuso la partita e, insieme, un’attesa durata decenni.
Ventiquattr’ore prima, lo scenario era stato molto diverso. In gara4 Milwaukee era arrivata vicinissima alla festa: Pratt aveva battuto un fuoricampo al dodicesimo inning portando avanti i Brewers, ma Tampa Bay aveva risposto subito segnando due punti e vincendo 4-3. La serie, che avrebbe potuto chiudersi con uno sweep, si era riaperta all’improvviso, almeno sul piano emotivo. Milwaukee, però, non aveva patito quella sconfitta. E meno di ventiquattr’ore dopo, in gara5, ha ripreso dal proprio baseball, fatto di lanci e assistenze precise, difesa, pressione continua e contributi offensivi da tutto il lineup.
Pratt, ventidue anni, è probabilmente il volto che meglio riassume questa dimensione collettiva. Selezionato al sesto giro del Draft 2023, aveva ricevuto dai Brewers un contratto di otto anni prima ancora di giocare una partita nella Major League. Nelle World Series ha chiuso con otto valide in diciannove turni e sette punti battuti a casa, ma soprattutto ha lasciato traccia nei momenti in cui la finale rischiava di cambiare direzione. Dopo il fuoricampo di gara4 rimasto senza festa finale, il giorno successivo è tornato in campo facendo immediatamente punti. Nello spogliatoio della festa avrebbe poi girato con il Commissioner’s Trophy sotto un braccio e la sua adorata Fanta nell’altra mano.
Se Pratt rappresenta il futuro, William Contreras è stato il fulcro della squadra. Il catcher, che in primavera ha vinto il World Baseball Classic con il Venezuela, è stato eletto MVP delle World Series dopo una finale nella quale ha inciso sia in battuta sia dietro il piatto, guidando i lanciatori e contribuendo a limitare il gioco sulle basi di Tampa Bay. Ha chiuso la serie con otto valide in ventuno turni e quattro punti battuti a casa; in gara5 è stato suo il doppio che ha prodotto il terzo punto. La sua importanza, però, è andata oltre l’attacco: i Rays arrivavano alla finale avendo rubato con successo tutte le undici basi tentate nei playoff, mentre Contreras ha eliminato quattro dei nove avversari che hanno provato a rubargli una base nelle World Series.
E poi c’è Christian Yelich, trentaquattro anni, arrivato a Milwaukee nel 2018 con un contratto da 215 milioni di dollari per nove anni (il più ricco mai firmato dai Brewers) e diventato il capitano di una squadra che da allora ha raggiunto i playoff otto volte in nove stagioni. È il filo che collega le occasioni mancate alla vittoria. Nel frattempo, i Brewers hanno continuato a cambiare, cedendo negli anni giocatori importanti e ricostruendo il proprio roster. In una Major League dominata anche dalla forza economica dei grandi mercati, Milwaukee ha seguito un’altra strada: sviluppo dei giocatori, scouting, analisi dei dati e profondità dell’organico. Nel 2026 quel modello ha prodotto 103 vittorie in regular season, il miglior risultato della MLB, e poi un percorso di postseason da undici successi e appena due sconfitte.
È anche per questo che il prestigioso titolo vinto supera il risultato di una serie. Migliaia di tifosi del Wisconsin hanno seguito la squadra fino al Tropicana Field, trasformando lo stadio dei Rays in un campo quasi casalingo. A Milwaukee, intanto, generazioni diverse riempivano l’American Family Field con maglie di Yelich, Uecker e il mitico Hank Aaron. C’era chi ricordava ancora la finale persa nel 1982 e chi quella sera non era nemmeno nato. E chi ancora non crede davvero di essere arrivato sul tetto del mondo dopo aver eliminato in serie prima i San Diego Padres per 3-1, poi travolgendo 4-0 i Los Angeles Dodgers, vincitori delle due precedenti edizioni delle World Series, quasi 340 milioni di dollari di payroll contro i 143 milioni dei Brewers. Segno, questo, che i dollari non bastano a comprare un sogno. Milwaukee, la città di Happy Days che ha dedicato a Fonzie una statua, non è New York e nemmeno Los Angeles. Ma, nel suo piccolo, con meno risorse rispetto ai big, meno margine per sbagliare, più difficoltà a trattenere i giocatori migliori quando altrove arrivano offerte allettanti, ha saputo realizzare un’impresa notevole. Anche grazie alla visione di Mark Attanasio, proprietario dei Brewers nato nel Bronx e con origini italiane (i bisnonni emigrarono da Positano), co-fondatore di Crescent Capital Group e azionista di maggioranza del Norwich City Football Club.
A St. Petersburg, nello spogliatoio dei Brewers, anche la festa ha raccontato qualcosa della squadra. Sulle bottiglie di champagne preparate per la celebrazione erano stati scritti i nomi dei familiari dei giocatori, come Brandon Woodruff che ne aveva dedicata una alla figlia Kyler; nove erano dedicate a Bob “Ueck” Uecker, storico ricevitore, attore e leggendario telecronista dei Brewers per cinquantatré anni (senza poter commentare un titolo), morto nel 2025, che da giocatore aveva indossato proprio il numero 9.
Venerdì la squadra ha sfilato per la downtown di Milwaukee fino all’Henry Mayer Festival Park. Anche nel 1982 la città organizzò una parata, anche se i Brewers erano stato sconfitti nella settima partita delle World Series. Questa volta, però, sul bus scoperto c’era anche il Commissioner’s Trophy. La differenza è tutta qui: non più il ricordo di un titolo sfiorato, ma una bellissima storia arrivata finalmente all’ultimo out, quello della vittoria.




