La lotta di Bush contro il trumpismo

Le due facce diametralmente opposte del conservatorismo americano, arrivate allo scontro definitivo.

In the weeks and months following the 9/11 attacks, I was proud to lead an amazing, resilient, united people. When it comes to the unity of America, those days seem distant from our own. A malign force seems at work in our common life that turns every disagreement into an argument, and every argument into a clash of cultures. So much of our politics has become a naked appeal to anger, fear and resentment. That leaves us worried about our nation and our future together.

– George W. Bush, 11.09.2021

Negli Stati Uniti il rapporto fra i partiti e i propri ex Presidenti è regolato da una serie di consuetudini non scritte necessarie a garantire il distacco fra passato e futuro, sia che il partito si trovi all’opposizione o al governo. Gli ex Presidenti spesso si occupano di iniziative benefiche, scrivono libri o partecipano a conferenze organizzate da vari attori del settore pubblico e privato; tuttavia, tendono a limitare le loro opinioni sull’operato del proprio partito e del Presidente in carica in quanto consci del peso delle proprie parole sull’elettorato e sulle istituzioni.

Durante la campagna elettorale e la presidenza di Donald Trump, però, il meccanismo di consuetudini che regola i rapporti fra i due si è lentamente disgregato fino ad arrivare a qualcosa di difficilmente concepibile nella politica americana degli anni Ottanta e Novanta: l’opposizione fra ex Presidenti e partito di appartenenza, in particolare per quanto riguarda le future scelte politiche di quest’ultimo.

Se da un lato non stupisce che ex Presidenti come Barack Obama e Bill Clinton abbiano più volte criticato la presidenza di Trump e – soprattutto per quanto riguarda Obama – avuto modo di rendere note le proprie opinioni sul futuro del Partito Democratrico, la vera sfida si gioca all’interno del campo repubblicano con George W. Bush come assoluto protagonista.

Bush è infatti da tempo uno dei repubblicani storici schierati contro Trump ed estremamente contrario alle derive del trumpismo all’interno del suo partito: nonostante si tratti di uno degli ex Presidenti che appaiono di meno in pubblico, un insieme di circostanze temporali e uso del suo soft power all’interno del GOP ha contribuito a riportarlo, per quanto in misura minore, all’interno della politica americana.

Le circostanze temporali coincidono con il ventennale dell’11 settembre, in cui ha scelto di recarsi a Shanksville, Pennsylvania (luogo dello schianto del volo United 93, l’unico areo dei quattro a non aver raggiunto il proprio obiettivo) e pronunciare un forte discorso di condanna nei confronti delle divisioni politiche dell’America di oggi, aggiungendo anche un particolare biasimo nei confronti di chi, non diversamente dal terrorismo di matrice islamica le cui immagini vivide sono riemerse durante la caduta dell’Afghanistan, compie gli stessi atti sul suolo americano.

Sottolineando lo spirito di unità che ha caratterizzato l’America post 11 settembre e come gli Americani abbiano scelto di non cedere al bigottismo e al razzismo nei confronti di immigrati e persone di fede musulmana, ha lanciato un chiaro messaggio: la parte migliore dell’America non è l’America di Trump. Sentire queste affermazioni nel ventennale dell’11 settembre e ricordandosi la complicata eredità che Bush ha lasciato nella politica estera americana non è scontato e la scelta della piattaforma non è casuale, soprattutto se collegato a quello che è uno degli ultimi progetti dell’ex Presidente: Out of many, one, un libro raccolta dedicato a storie di immigrazione e integrazione in America. Lasciare un’eredità politica è una questione che sta a cuore a qualsiasi Presidente e Bush pare aver scelto di voler plasmare la sua in una visione per il futuro dell’America che include anziché divide.

Bush non si sta però limitando a lanciare messaggi al suo partito sotto forma di discorsi e iniziative pubbliche. Il caso più eclatante è la sua scelta di sostenere Liz Cheney (figlia del suo ex vicepresidente Dick Cheney) per la sua rielezione in Wyoming. Cheney è stata rimossa dal ruolo di capogruppo alla Camera dei repubblicani da parte del partito a seguito delle sue critiche nei confronti di Donald Trump e Trump ha già espresso il suo supporto a favore della sua avversaria Harriet Hageman.

Il Partito Repubblicano appare sempre più diviso al suo interno nei confronti del proprio ex Presidente, e Bush sembra sperare di capitalizzare su questo dissenso interno per riportare il partito su posizioni più moderate e meno violente. Nel suo discorso in Pennsylvania ha del resto lanciato un forte monito: un partito che si arrocca su posizioni violente e retrograde non rappresenta l’America. Dal lato suo, Trump ha più volte condannato l’ex Presidente per la guerra in Afghanistan e l’operato americano in Medio Oriente negli ultimi vent’anni. Lo scontro fra Bush e Trump replica lo scontro all’interno del partito Repubblicano: ci si scontra non solo sulla persona di Trump come leader ma sulla visione che il Partito intende portare avanti nei prossimi anni, e su cui non sembra esserci ampio consenso, fra chi vorrebbe ritornare a essere appetibile per un elettorato più moderato e chi invece desidera rivolgersi all’area della destra più radicale. Bush e Trump rappresentano appieno queste apparentemente inconciliabili contraddizioni.

Forse non casualmente, però, condividono una cosa: un’elezione contestata. Gran parte dei primi sforzi di Trump dopo la sconfitta elettorale del 2020 sono stati indirizzati nel fomentare il risentimento nei confronti di Biden e nel ritrarre l’elezione come falsa, non accettando i risultati elettorali e spingendo i propri sostenitori a vedere l’attuale governo degli Stati Uniti come illegittimo.

Questo tipo di comunicazione è fortemente presente nei messaggi che Trump manda al suo elettorato e resterà un punto focale della sua comunicazione, per quanto l’elezione sia stata regolarmente vinta dai democratici. L’elezione di Bush nel 2000, per quanto con esito opposto e con l’effettivo intervento della Corte Suprema, è stata anch’essa oggetto di forti contestazioni e divisioni politiche. Bush sembra aver scelto però di rendere l’unità americana il suo lascito politico, mentre Trump cerca di rendere la polarizzazione dell’elettorato il suo. È impossibile prevedere quale dei due prevarrà a livello di dirigenza e elettorato, ma sicuramente l’anima e il futuro del partito Repubblicano dipendono profondamente da questa scelta.

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A guest post by
Dottoranda in Diritto Pubblico e Istituzioni Europee, mi occupo di diritti sociali e parità di genere.