Lotta ai gas industriali

L'EPA limita la produzione degli HFC, tra i gas serra più inquinanti al mondo.

È di pochi giorni fa la decisione dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente degli Stati Uniti (EPA) di porre un definitivo freno alla produzione di gas serra climalteranti.

Si tratta di una misura che l'amministrazione Biden aveva promesso di introdurre lo scorso maggio per favorire l'impegno degli Stati Uniti nella lotta al cambiamento climatico. Il Paese, secondo solo alla Cina nella classifica dei paesi più inquinanti ma primo, a livello storico, per quantità di emissioni prodotte, sta vivendo da diverso tempo una crisi di credibilità sulla scena internazionale, dovuta ai dissidi interni e alla perdita dello storico ruolo di guida globale.

E se Biden e i suoi stanno cercando di recuperare il ruolo perduto sul fronte delle sfide poste dal cambiamento climatico, è in politica interna che, come è noto, stanno incontrando i principali ostacoli. La decisione dell'EPA che ha portato alla definizione e approvazione di un regolamento che limita direttamente la produzione e l'uso degli idrofluorocarburi (noti come HFC), gas refrigeranti utilizzati soprattutto nei condizionatori d'aria e nei frigoriferi, è a tal proposito cruciale.

Gli HFC nacquero – ironia del caso – proprio per sostituire i clorofluorocarburi messi al bando dal Protocollo di Montreal relativo alle sostanze che riducono lo strato di ozono, entrato in vigore nel 1989. Negli anni successivi ricerche e studi hanno rivelato la tossicità di questa sostanza per l'ambiente. Recentemente, una ricerca del Lawrence Berkeley National Laboratory della California, ha dimostrato che l'introduzione di norme di efficientamento del processo di raffreddamento, potrebbero portare all'abbassamento di 1 °C della temperatura globale entro il 2100, favorendo gli obiettivi posti dagli Accordi di Parigi e scongiurando il peggior scenario prefigurato dalla scienza.

Oggi, gli HFC – che sono molto più pericolosi dell'anidride carbonica se rilasciati in atmosfera – rappresentano circa l'1% delle emissioni mondiali di gas serra (cifra che sale al 3% nei paesi in via di sviluppo) ma, in termini di inquinamento, il loro attuale livello di produzione e uso contribuirebbe ad aumentare le emissioni globali del 19% entro il 2050.

Il regolamento adottato dall'EPA porterà alla riduzione degli HFC dell'85% nei prossimi 15 anni; l'equivalente, secondo la Casa Bianca, di eliminare 4,5 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2050. Per favorire l'adattamento del settore industriale si partirà però in modo graduale, con una prima riduzione del 10% entro il 2022, a cui verrà affiancato un investimento federale di 8 miliardi per favorire l'uso di sostanze chimiche alternative, come l'idrofluoroolefine (HFC).

L'importanza del regolamento appena adottato dall'amministrazione Biden e del presunto impegno del resto dei paesi nella ridefinizione di norme e standard per la produzione di HFC, si riversa direttamente su un'altra annosa questione, quella del funzionamento delle centrali elettriche a carbone.

Se infatti il numero di condizionatori d'aria e frigoriferi nelle abitazioni e negli uffici delle nostre città aumentasse, entro il 2050 avremmo bisogno di mettere in funzione migliaia di nuove centrali a carbone, praticamente rinunciando agli ultimi vent'anni di progressi nella lotta alla crisi climatica. Secondo lo studio menzionato, infatti, anche un miglioramento parziale delle condizioni di produzione degli HFC, pari al 30%, porterebbe a una riduzione netta del fabbisogno energetico pari a un picco di carico di più di un migliaio di centrali elettriche.

Dunque un primo e fondamentale passo verso la lotta al cambiamento climatico e ai sui principali alleati, i gas serra. Ci sono voluti però cinque anni per raggiungere questo risultato, perché gli HFC erano stati già banditi dal Kigali Amendment del 2016, l’accordo internazionale di modifica del Protocollo di Montreal che li bollava come gas serra altamente inquinanti (sebbene meno pericolosi per l'ozono), prevedendone la riduzione nella produzione e nell'uso a livello globale. Siamo però a cavallo tra il secondo mandato di Obama e le elezioni del 2016; con l'amministrazione Trump la ratifica di quell'accordo di modifica non è mai arrivata.

Attualmente, la domanda di aria condizionata mondiale proviene principalmente dal Sud-Est asiatico e dal Sud America, con la Cina, il Brasile e l'India a fare da traino. Questi Paesi, che in buona parte hanno ratificato il Kigali Amendment, da alcuni anni stanno implementando standard e norme di adattamento, sia per favorire la vendita di condizionatori e refrigeratori sul mercato internazionale, come nel caso della Cina, che per sviluppare programmi di acquisto di alternative più efficienti a quest'ultimi, come per l'India e l'Indonesia.

In questi e in altri paesi che stanno sperimentando negli ultimi anni un aumento generalizzato del reddito medio, condizionatori e frigoriferi, un tempo troppo costosi per la maggior parte della popolazione, stanno diventando per la prima volta prodotti a buon mercato. Ragion per cui l'impegno dei paesi più ricchi deve volgersi sia alla ricerca di soluzioni alternative che alla messa a disposizione di aiuti finanziari che consentano una giusta ed equa transizione nei paesi più a rischio.

Negli Stati Uniti, dove il Congresso fatica a trovare un accordo bipartisan per una più ampia legislazione sul clima, la decisione dell'EPA incontra il favore di molti democratici e repubblicani. Il regolamento mette poi d'accordo i gruppi industriali del Paese, già al lavoro per adottare strategie alternative di produzione, e le organizzazioni ambientaliste, che finalmente incassano un piccolo ma importantissimo successo nella lotta al cambiamento climatico e ai suoi alleati.