Lost Cause e neoborbonismo, vite parallele

Quanto hanno in comune la Lost Cause confederata e il neoborbonismo diffuso nel Sud Italia? Ce ne parlano i professori Carmine Pinto ed Enrico Dal Lago.

Un passato che rivive mitizzato e ricreato in modo fantasioso, rivalutando la causa degli sconfitti quale nobile e ingiustamente sconfitta da forze soverchianti e da complotti internazionali di potenze oscure e invidiose della felicità dello Stato in questione.

Una traccia diffusa nel mondo, dove c’è una sconfitta storica da metabolizzare. Ma si è concentrata soprattutto nel Sud degli Stati Uniti, nell’ex confederazione sudista, dove la rilettura politica della memoria dell’epoca della guerra civile si è man mano trasformata nella visione dell’intera nazione per raggiungere l’agognata “riconciliazione bianca” tra giacche blu e grigie e trovare per ogni regione del Paese un motivo di cui essere orgogliosi. Per il Sud era la nobiltà dei suoi combattenti, l’armonia dell’ordine sociale fondato sulla schiavitù e la naturale “superiorità” nei confronti dei neri e la piena appartenenza del generale Robert Lee alla vasta categoria degli eroi americani.

In anni più recenti, nel nostro paese, un’altra causa perduta si è fatta strada nel discorso pubblico: quella neoborbonica. Per farla breve: la storiografia ufficiale filosabauda. avrebbe nascosto la prosperità e la tranquillità sociale presente nel Regno delle Due Sicilie, che invero aveva diversi primati da vantare. Di converso invece il Sud sarebbe stato depredato e ridotto in miseria da uno stato aggressore come il Regno di Sardegna, che commette una guerra d’aggressione, aiutato dalla massoneria inglese che voleva garantire il controllo del Mediterraneo alla sua marina mercantile e che quindi favorì la corruzione degli ufficiali borbonici, che si arresero senza combattere.

Ci sono diversi topos in comune tra queste due mitologie: intanto il mito del “popolo sconfitto da forze più grandi” e per questo invincibile. C’è un esercito “invitto”, perché sconfitto tramite l’inganno/la disparità.  C’è un’epoca mitica da commemorare con nostalgia e da contrapporre alle brutture del presente. Ma ci sono diverse differenze. Per capirle meglio ci siamo rivolti a chi per mestiere ha analizzato queste due “utopie reazionarie” perdute.

Per Enrico Dal Lago, docente di global history alla National University of Ireland di Galway, esperto di storia comparata tra America e Italia, questo parallelismo tra due visioni cavalleresche è ben presente.

“Pur nelle peculiarità delle vicende storiche dei singoli Paesi – analizza Dal Lago – questa visione mitizzata è condivisa nelle due aree. Bisogna però ben tener presente che nel caso della Lost Cause della Confederazione, la rilettura storica si appoggiava alla violenza nei confronti degli afroamericani e al mantenimento di un ordine sociale razzista. Tutto questo non è presente nel neoborbonismo, che è un fenomeno molto più recente e per certi aspetti innescato dai successi elettorali della Lega Nord a inizio anni ’90 per ritrovare un orgoglio regionale che pur aveva qualche ragion d’essere: molti contributi storici seri evidenziano comunque alcune positività del regno borbonico”.

Ma per Dal Lago il vero parallelismo in realtà andrebbe fatto con il Regno d’Italia, non con quello delle Due Sicilie. “In entrambi i casi – continua – abbiamo un’élite che decide a tavolino di costruire una nazione da zero, creando dal nulla un’economia industriale, facendo a meno dei partiti politici e forzando la mano dei processi elettivi: se al Sud alcune convenzioni secessioniste vengono intimidite da forze paramilitari per votare a favore del distacco dalla vecchia Unione, in Italia i plebisciti di adesione al nuovo Regno sono tenuti senza voto segreto”. L’esito finale è però quello che differenzia le due vicende storiche, nonostante il dissenso interno: nella Confederazione rappresentato dagli schiavi e dagli unionisti, nel Regno d’Italia dai briganti borbonici e dai contadini espropriati.

Non è solo merito dell’esercito unionista, spiega Dal Lago. “Il Regno di Sardegna – conclude il Professore – aveva già un sistema amministrativo pronto e rodato all’uso, mentre la Confederazione lo deve inventare da zero ed è disfunzionale per certi aspetti. In più un pezzo amministrativo del Regno ex borbonico si salda al nuovo Stato grazie al favore delle élite terriere per il nuovo governo, visto come garante migliore degli interessi”. C’è tuttavia un doppio tradimento che viene operato: dopo il 1876 anche negli Stati Uniti, dopo un periodo di marginalizzazione, la vecchia élite confederata riprende le redini del potere locale in virtù del compromesso seguito alle presidenziali di quell’anno, con la dubbia vittoria del repubblicano Rutherford Hayes, che in cambio concede ai democratici di non immischiarsi più nelle vicende interne del Sud. Quindi gli unionisti e gli ex schiavi vengono traditi: non c’è una redistribuzione delle terre, così come non c’è al Sud Italia.

Parere in parte difforme invece quello di Carmine Pinto, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Salerno e autore del volume La guerra per il Mezzogiorno.

“Il Sud italiano – dice Pinto – aderisce abbastanza rapidamente al Regno d’Italia e non ha nemmeno la rottura della guerra civile del 1943-1945 che al Nord compromette l’affezione per la monarchia sabauda che prima era abbastanza uniforme sul territorio nazionale”.

Quindi come mai nasce al Sud questa narrazione neoborbonica? “Il crollo dell’identità politica nazionale avvenuto con la crisi dei partiti tradizionali nel 1992-1994 ha portato a voler creare una nuova narrazione identitaria che recupera queste origini, ma è un fenomeno che accade anche altrove in Europa, come in Scozia e in Catalogna”.

E, dunque, non vede una somiglianza tra le due narrazioni revisioniste: “Assolutamente no, sono due fenomeni imparagonabili: se da un parte gli stati del Sud rientrano nella nuova Unione restaurati nei propri diritti, al Sud avviene una rottura non sanabile con la fine di un antico Stato italiano che sparisce dalle mappe. Quindi anche certe comunanze che sono state fatte tra confederati e borboni hanno a mio avviso poco senso”.

Pur nella diversità, però, chi scrive vorrebbe aggiungere che queste due narrazioni hanno fornito, nella difformità di condizioni sia di partenza che di arrivo, un comodo alibi per le difficoltà del presente, con una colpa originaria non più emendabile per recuperare l’Arcadia perduta. Vero è che il neoborbonismo non ha mai avuto gli aspetti violenti della Lost Cause, che celava invece un regime feroce e di fatto monopartitico centrato sulla segregazione razziale, ma è anche vero che la popolarità di questa narrazione, diffusa in modo “gassoso” anche nel sentire comune, non aiuta a una piena comprensione delle storture, né del processo unitario, né dell’oggi.

Allora la lenta e costante rimozione del retaggio neoconfederato che avviene in questi anni nel Sud degli Stati Uniti può fornire una via per comprendere cosa salvare del revisionismo post risorgimentale e cosa invece relegare alle polemiche strumentali di polemisti che si sono improvvisati storici senza analizzare a dovere le fonti primarie.

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