A Donald Trump non piace quella che definisce la “copertura mediatica sfavorevole“. Così, il 18 settembre 2026 ha annunciato di voler bandire dalla Casa Bianca tre importanti testate giornalistiche: CNN, MS NOW e Politico. Il giorno successivo i reporter delle tre testate sono stati respinti all’ingresso, e hanno denunciato il divieto come una violazione della Costituzione degli Stati Uniti e hanno promesso di continuare a fare informazione sul governo statunitense. Se le intenzioni del Presidente però non fossero già abbastanza chiare, lo stesso giorno, interpellato sull’argomento nello Studio Ovale, ha anche ammesso di star “mettendo al bando la libertà di stampa”. L’episodio arriva pochi mesi dopo la pubblicazione del World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans Frontières (RSF), in cui gli Stati Uniti sono al sessantaquattresimo su centottanta Paesi, la posizione più bassa dalla nascita dell’indice e sono scesi di sette posizioni rispetto l’anno precedente. Guardando alla serie storica, questo declino appare sempre più pronunciato, tanto che secondo RSF, Trump “ha trasformato gli attacchi ripetuti alla stampa in una politica sistematica”.
Durante il primo mandato di presidenza di Donald Trump gli Stati Uniti sono passati infatti dal quarantatreesimo posto del 2017 al quarantottesimo del 2019, anno in cui il clima mediatico statunitense è stato classificato per la prima volta come “problematico”. Con l’amministrazione di Joe Biden la classifica è rimasta stabile tra il quarantaquattresimo nel 2021, quarantaduesimo nel 2022 e il quarantacinquesimo nel 2023, prima del crollo del 2024, quando RSF ha fatto scendere gli Stati Uniti dal quarantacinquesimo al cinquantacinquesimo posto.
Nel 2025, con Trump appena rientrato, il Paese era cinquantasettesimo, e RSF segnalava una crescente sfiducia nei media alimentata anche dall’ostilità delle figure politiche. A tutto questo si aggiunge la violenza, come il caso dell’arresto del giornalista salvadoregno Mario Guevara, poi espulso. Si aggiungono i drastici tagli al personale dell’Agenzia statunitense per i media globali (USAGM), che hanno portato alla chiusura, alla sospensione e al ridimensionamento di numerose emittenti internazionali, tra cui Voice of America (VOA), Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) e Radio Free Asia (RFA).
Nel 2025 lo U.S. Press Freedom Tracker ha registrato 170 aggressioni a giornalisti, 160 delle quali commesse dalle forze dell’ordine, quasi quante nei tre anni precedenti messi insieme. I giornalisti fermati o arrestati sono stati 32, quasi il 90% mentre seguivano le proteste contro le operazioni dell’ICE, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane, e quasi tutti sono stati rilasciati senza accuse o con accuse ritirate rapidamente. L’immigrazione è il terreno su cui la stampa è stata colpita fin dal primo mandato, e la prima violazione registrata dal Tracker in questo ambito risale ai giorni successivi all’ordine esecutivo che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana. All’aeroporto JFK di New York, agenti di sicurezza e polizia impedirono ai giornalisti di seguire le proteste. Tra il 2017 e il 2018 più di venti giornalisti sono stati fermati alla frontiera, interrogati sul proprio lavoro o costretti a consegnare il telefono. Alcuni di loro, tra cui Isma’il Kushkush, Akram Shibly e Zainab Merchant, hanno fatto causa al Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) per le perquisizioni senza mandato dei loro dispositivi. Nel 2018 il giornalista salvadoregno Manuel Duran è stato arrestato dalla polizia di Memphis mentre seguiva una protesta e consegnato all’ICE, sette anni prima del connazionale Mario Guevara.
Duran, secondo il Southern Poverty Law Center, fu arrestato per ritorsione contro i suoi articoli sulla collaborazione tra polizia e ICE, in quell’occasione, la polizia di Memphis negò. Con Biden le violazioni non sono scomparse. Il Dipartimento di Giustizia emise una citazione segreta per ottenere i tabulati telefonici di Stephanie Kirchgaessner del Guardian, nell’ambito di un’indagine su una fuga di notizie avviata sotto Trump, condotta mentre la giornalista seguiva la politica di “tolleranza zero” sull’immigrazione.
Nel luglio 2021 il Procuratore Generale Merrick Garland cambiò le regole del Dipartimento per impedire il sequestro dei dati dei giornalisti. Il secondo mandato è cominciato con un arresto quando pochi giorni prima dell’insediamento il fotoreporter freelance Matthew Kaplan fu fermato mentre documentava una protesta contro l’ICE all’aeroporto di Gary, in Indiana. Anche in questo caso, le accuse caddero circa due mesi dopo.
Accanto alla repressione sul campo, l’amministrazione ha usato strumenti legali, economici e amministrativi. A dicembre 2024, prima ancora dell’insediamento, l’emittente ABC aveva accettato di versare 15 milioni di dollari alla futura fondazione presidenziale di Trump per chiudere una causa per diffamazione. Nel febbraio 2025 la Casa Bianca ha escluso l’Associated Press dagli eventi ufficiali perché l’agenzia si rifiutava di usare la denominazione “Golfo d’America” per indicare il Golfo del Messico. A luglio Paramount, proprietaria di CBS, ha pagato 16 milioni per chiudere la causa sul programma “60 Minutes”, un accordo considerato decisivo per ottenere dai regolatori federali il via libera alla fusione con Skydance. Nello stesso anno il Congresso ha tagliato i fondi alla radiotelevisione pubblica e il conduttore Jimmy Kimmel è stato sospeso dalla ABC, prima di essere poi reintegrato dopo una settimana.
Ad aprile l’ex Procuratrice Generale Pam Bondi ha revocato le tutele introdotte sotto Biden contro i mandati di comparizione ai giornalisti. A ottobre il Pentagono di Pete Hegseth ha imposto regole che vietavano ai reporter di sollecitare informazioni, anche non classificate, ai dipendenti pubblici senza autorizzazione preventiva. I giornalisti accreditati hanno riconsegnato i badge e sono usciti insieme dall’edificio. Il 14 gennaio 2026 l’FBI ha perquisito la casa di Hannah Natanson del Washington Post, nell’ambito di un’indagine su un contractor del Pentagono accusato di aver portato a casa informazioni classificate, e le ha sequestrato telefono e computer. È la prima volta che il governo federale perquisisce l’abitazione di un reporter per cercare prove di una fuga di notizie. Il 20 marzo un tribunale ha dichiarato incostituzionale la policy del Pentagono, bloccandone l’applicazione.
Nel primo mandato Trump definiva la stampa «nemica del popolo» e per due volte la sua amministrazione ha tentato di escludere dalla Casa Bianca giornalisti sgraditi, finché i giudici non ne hanno ripristinato l’accesso. Nel secondo, il tono si è inasprito. Il 14 novembre 2025, sull’Air Force One, Trump ha zittito Catherine Lucey di Bloomberg con un “Zitta, zitta, porcellina” (“Quiet, quiet, Piggy”), mentre lei gli chiedeva perché non pubblicasse gli Epstein file se non contenevano nulla di compromettente. Nei giorni seguenti ha definito Katie Rogers del New York Times, coautrice di un articolo sulla sua età e resistenza fisica, “di terza categoria” e “brutta, dentro e fuori”; ha chiesto a Nancy Cordes di CBS se fosse “una persona stupida” e ha minacciato la licenza di ABC dopo le domande di Mary Bruce al principe saudita Mohammed bin Salman.
A oggi, l'ultimo baluardo a difesa della libertà di stampa sono i giudici. Tuttavia, le sentenze arrivano a posteriori, dopo che i giornalisti sono stati fermati e i telefoni sequestrati. Un metodo non nuovo, ma ciò che è cambiato rispetto al passato è la franchezza: quando un Presidente ammette nello Studio Ovale di voler mettere al bando la libertà di stampa senza suscitare un'adeguata reazione di sdegno istituzionale, la linea tra tollerabile e intollerabile sfuma in maniera pericolosa.



