L'evoluzione della donna conservatrice: dalle guerriere suburbane alle mamme Maga
Una figura politica, quella dell'attivista di destra americana, che pur evolvendosi ha sempre servito i fini di un'agenda iperpatriarcale
La partecipazione delle donne alla vita politica americana è sempre stata considerata un fattore di indubbio progresso sociale. Eppure, nel corso degli ultimi ottant’anni un certo attivismo femminile è stato il carburante di una riscossa conservatrice che ha trovato la sua ultima evoluzione nel trumpismo.
All’inizio c’erano le madri e le mogli dei professionisti che, negli anni ’50, si trasferivano in California per lavorare in una delle tante industrie legate ai cosiddetti “campus della Guerra Fredda”, quei poli universitari che operavano a stretto contatto con quel gruppo di aziende e agenzie governative che possiamo sbrigativamente definire “complesso militare industriale”.
Come descritto dalla storica Lisa McGirr in “Suburban Warriors” i patio, le verande e i salotti delle villette familiari della media borghesia di emigranti dagli Stati del Sud e del Midwest diventavano centri di propaganda di quel particolare mix ideologico di conservatorismo religioso e fiducia cieca nel libero mercato, sommando la tradizione pro-business del vecchio repubblicanesimo elitario del New England e la rabbia a fosche tinte razziali dei segregazionisti in procinto di abbandonare le fila dei democratici. Mix che si è poi cristallizzato nella figura di Phyllis Schlafly prima, attivista contro la parità di genere che ha visto i suoi sforzi affondare un emendamento costituzionale in proposito, l’Equal Rights Act (a tal proposito si veda la miniserie Mrs. America del 2020, interpretata da Cate Blanchett). Nel 1978 le reduci di questo movimento avrebbero poi fondato sotto la guida di Beverly LaHaye il gruppo di matrice evangelica Concerned Women of America.
La matrice della preoccupazione affettata e della presunta prevenzione nei confronti delle cattive idee “libertarie” dalle quali proteggere i “nostri bambini” (concetto immortalato da un famoso momento della serie “I Simpson” dalla moglie del Reverendo Lovejoy, caricatura di LaHaye) era già una delle armi formidabili usate dall’incipiente rivoluzione reaganiana per distruggere la coalizione e i fondamenti dell’America del New Deal, già da tempo in affanno. Questo modello femminile reazionario si sarebbe poi evoluto nelle Moms for Liberty, evoluzione adatta alle piattaforme social dove gli scrupoli e i pensieri sulle nuove idee progressiste sono diventati pura performance per le views e per rendere sempre più irrespirabile l’aria delle scuole pubbliche americane, da abbandonare in favore degli istituti religiosi o dell’homeschooling, da realizzare con curriculum scolastici ad hoc per formare i futuri nemici delle istituzioni liberal-democratiche.
Sicuramente è cambiata l’estetica prevalente di queste figure: dai completi a tinta unita che andavano per la maggiore negli anni ’50 all’estetica pacchiana del trumpismo, non è cambiato il concetto di fondo: le donne sono uno strumento politicamente imprescindibile per la realizzazione di una distopia patriarcale sognata da tempo da leader evangelici come Doug Wilson, pastore che vuole sostituire il suffragio universale con il voto concesso ai soli “capifamiglia”. Ovviamente maschi. E un sistema del genere non farebbe eccezioni per nessuno, come immaginato dalla scrittrice Margaret Atwood ne “Il racconto dell’ancella”.
Non ci sono limiti alla fantasia reazionaria di questo mondo che a volte in passato è stato trattato con sarcastica sufficienza. E le donne, anche quelle di idee conservatrici, devono tenerlo in mente. Un pezzo minoritario di America, che però si fa ascoltare anche dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, non si accontenta di riportare le lancette agli anni ’50. Vuole portarle avanti, verso un incubo puritano aiutato da una sorveglianza ipertech.



