Le radici native della Dichiarazione d'Indipendenza
Come la Confederazione Haudenosaunee ha ispirato le tredici colonie a cercare l'indipendenza dalla Corona e a fondare la propria unione
Ha fomentato insurrezioni interne tra di noi e ha cercato di aizzare contro di noi gli abitanti delle nostre frontiere, gli spietati selvaggi indiani, la cui nota strategia di guerra consiste nella distruzione indiscriminata di persone di ogni età, sesso e condizione.
Queste parole, impresse nella Dichiarazione d’Indipendenza delle tredici colonie americane, fanno parte dell’ultima delle ventisette accuse lanciate dai rivoluzionari contro re Giorgio III. Nel documento, i nativi vengono dipinti in modo strategico: sono visti come alleati della Corona, aizzati dal re per attaccare e indebolire le colonie lungo la frontiera. Si tratta di un’operazione retorica complessa, in cui le nazioni indigene finiscono per rappresentare l’esatto opposto dei rivoluzionari: un popolo spietato e privo di ragione. In questo modo, la Dichiarazione prende nettamente le distanze dal modello di vita nativo per identificare i coloni come gli unici eredi dei valori illuministi — l’uguaglianza, la libertà e la celeberrima ricerca della felicità. Eppure, isolare questa narrazione rivela un forte paradosso. L’idea stessa che le tredici colonie dovessero superare le proprie divisioni e unirsi trovava la sua ispirazione, in parte, proprio nel sistema politico di quei nativi che la Dichiarazione liquidava come “selvaggi”: la Confederazione Haudenosaunee.

Nota storicamente come Confederazione degli Irochesi — un nome ereditato dai francesi e dalle tribù nemiche probabilmente in senso denigratorio — la Confederazione Haudenosaunee è oggi riconosciuta come la prima forma di democrazia partecipativa ancora esistente. Non conosciamo l’anno esatto della sua nascita, ma è probabile che il nucleo originario si sia formato tra il 1570 e il 1600 nella regione dei Grandi Laghi per porre fine a una lunga serie di guerre intestine. La tradizione Haudenosaunee racconta che il profeta noto come il Peacemaker ispirò Hiawatha, leader degli Onondaga, a cercare l’unione tra le nazioni. Insieme, guidarono le cinque tribù originarie (Mohawk, Oneida, Onondaga, Cayuga e Seneca, a cui si aggiunsero i Tuscarora nel 1722) alla creazione di una vera costituzione: la Grande Legge di Pace. Questa carta fondò l’alleanza su principi di unità e responsabilità condivisa, strutturando una democrazia partecipativa in cui cinquanta rappresentanti, gli Hodiyahnehsonh, si riunivano in un Grande Consiglio per prendere decisioni basate esclusivamente sul consenso unanime.
Con l’arrivo degli europei nei primi anni del Seicento, le nazioni Haudenosaunee si aprirono al commercio globale, integrando i mercati interni di tabacco e conchiglie Quahog con il lucroso business delle pellicce gestito da francesi, olandesi e inglesi. Come sappiamo, l’espansione dei coloni portò col tempo a una drammatica decimazione dei nativi, ma isolare solo l’aspetto distruttivo della colonizzazione sarebbe parziale. In queste dinamiche la Confederazione non ebbe affatto un ruolo passivo. Forte della sua rilevanza politica, economica e militare, la Confederazione creò e sciolse alleanze con gli invasori europei per difendere la propria sovranità. Durante la guerra dei Sette anni (1754-1763), ad esempio, le nazioni Haudenosaunee si schierarono con gli inglesi per un preciso calcolo strategico: contenere l’espansione francese nei propri territori e preservare la propria indipendenza.

Fu proprio grazie a questi contatti prolungati che diversi studiosi oggi sostengono che la struttura politica della Confederazione Haudenosaunee abbia esercitato un’influenza decisiva sulle colonie: non solo sul modello federale in sé, ma sull’idea stessa che l’unione fosse necessaria per sopravvivere. Si tratta della cosiddetta influence thesis (la tesi dell’influenza), difesa con un rigoroso lavoro d’archivio dagli storici Donald A. Grinde Jr. e Bruce E. Johansen nel loro saggio Exemplar of Liberty. La loro tesi centrale stabilisce che la democrazia statunitense non sia una mera estensione del pensiero europeo, bensì una sintesi ideologica nata dal contatto diretto con i sistemi di governance indigeni.
A cosa dobbiamo questa interpretazioni? Le prove storiche sarebbero rintracciabili in verbali, lettere e pubblicazioni che ruotano attorno alla figura di Benjamin Franklin e che dimostrerebbero come quest’ultimo — e, per estensione, gli altri padri fondatori — abbia potuto conoscere a fondo l’organizzazione e i valori politici alla base della Confederazione Haudenosaunee.
Intorno agli anni Quaranta del Settecento, Benjamin Franklin era diventato editore di successo in Pennsylvania dove, tra l’altro, pubblicava regolarmente i trattati stipulati tra i Paesi europei e le nazioni nativo-americane, sia per il mercato americano che per quello europeo. A introdurlo in questo mondo fu Conrad Weiser, un intermediario stimato dai nativi al punto da essere adottato dalla nazione Mohawk. Fu proprio Weiser a portare a Franklin i verbali del trattato di Lancaster del 1744, la conferenza tenutasi nella medesima cittadina in Pennsylvania, durante la quale le colonie della Pennsylvania, Maryland e Virginia si assicurarono l’alleanza della Confederazione Haudenosaunee in vista di tensioni crescenti con i francesi nei territori settentrionali.
In quell’occasione, il capo Onondaga Canassatego ammonì duramente le delegazioni coloniali, esprimendo la frustrazione dei nativi nel dover negoziare con governi locali separati e frammentati. Canassatego avrebbe addirittura minacciato che gli Haudenosaunee non avrebbero stretto alcuna vera alleanza finché le colonie stesse non si fossero unite sotto un’unica voce. Franklin fu probabilmente colpito da questo discorso: nello stesso anno pubblicò il discorso del capo Onondaga e lo fece circolare tra i giornali coloniali più celebri. Poco più tardi, nel 1747, collaborò con lo scienziato Cadwallader Colden alla diffusione della nuova edizione della History of the Five Indian Nations, contribuendone alla pubblicazione e alla circolazione. Nello stesso periodo assunse l’incarico di commissario della Pennsylvania per gli affari indigeni.
Sarebbe davvero strano se sei nazioni di selvaggi ignoranti fossero in grado di elaborare un progetto per una simile unione e di attuarlo in modo tale che essa sia sopravvissuta per secoli e appaia indissolubile; eppure un’unione analoga risultasse impraticabile per dieci o una dozzina di colonie inglesi, per le quali è più necessaria e deve essere più vantaggiosa, e delle quali non si può supporre che manchino di una pari comprensione dei propri interessi.
Estratto della lettera di Franklin all’amico James Parker, risalente al 20 marzo 1751.
La miccia accesa a Lancaster avrebbe poi alimentato il primo vero fuoco dell’indipendenza e dell’unione federale delle tredici colonie. Gli avvenimenti del Congresso di Albany del 19 giugno 1754 vengono infatti presentati come prove evidenti a sostegno della tesi dell’influenza. La conferenza, organizzata per coordinare le difese contro i francesi all’insorgere della guerra dei Sette anni, fu resa possibile da Sir William Johnson, un ufficiale dell’esercito inglese arrivato in America nel 1738 per gestire le terre di famiglia lungo il fiume Mohawk. Johnson visse a stretto contatto con i nativi, apprendendone costumi e tradizioni, e fu proprio grazie alla sua profonda amicizia con il capo Mohawk Hendrick che riuscì a convincere gli Haudenosaunee a partecipare al Congresso. Durante l’incontro, Hendrick espose ai delegati il funzionamento interno della loro Confederazione. Sulla base di questo modello, Franklin — che conosceva ormai molto bene il sistema Haudenosaunee — redasse il Piano di Unione di Albany: una federazione dotata di una legislatura unica in cui i governi coloniali avrebbero dovuto selezionare i membri di un Gran Consiglio, proprio come nella controparte nativa, mentre il governo britannico avrebbe nominato un presidente generale. Lo scopo principale di questa unione, più che l’indipendenza, era rendere efficienti e centralizzate le relazioni politiche e commerciali tra le colonie, la Corona e le nazioni indigene.
Alla fine il timore dei singoli governi coloniali di perdere potere politico, territoriale e commerciale portò al fallimento del piano. Il seme, però, era stato piantato. Due decenni più tardi le colonie avrebbero finalmente dichiarato la propria indipendenza, ma in un contesto in cui la narrazione era totalmente cambiata. Le relazioni con i popoli nativi si erano progressivamente deteriorate dopo la guerra dei Sette anni: il tentativo di espansione dei coloni verso ovest fu un’ulteriore causa di ritorsione da parte dei nativi, sistematicamente privati delle loro terre natie e della loro cultura . È in questo clima che nasce la ventisettesima accusa a Giorgio III nella Dichiarazione d’Indipendenza, che presenta il popolo nativo come un nemico selvaggio e irragionevole da eliminare; una retorica legata a scontri reali, ma esasperata dalla visione ideologica e propagandistica dei coloni.
Leggere la Dichiarazione senza fermarsi a queste considerazioni, ignorando le relazioni secolari tra le colonie e i nativi — in particolare con gli Haudenosaunee — rimarrebbe un esercizio parziale e riduttivo. Significherebbe spogliare le nazioni native di quel ruolo politico ed economico attivo che avevano esercitato per quasi due secoli. Infine, una lettura del genere ci rende ciechi di fronte all’idea che i veri padri fondatori dell’America, intesa come idea di libertà e unione democratica, non furono soltanto gli europei facoltosi seduti ad Albany o a Philadelphia, ma anche le donne e gli uomini che abitavano quelle terre da molto prima.




