Le “ferite aperte” di Gloria Anzaldùa
La battaglia per riappropriarsi della propria identità, la scrittura come contaminazione, la nuova mestiza: ogni ferita personale si intreccia con la storia collettiva
Per Gloria E. Anzaldùa è tutta una questione di battaglie e di ombre, di “ferite aperte”, di confini che separano e uniscono allo stesso tempo, di identità mutevoli, liminali, che devono conquistare il potere di riscrivere loro stesse. Ogni gesto, ogni dolore, ogni lacrima, non sono fatti privati ma emozioni collettive, destabilizzanti e creative, che attraversano come una lama l’intera umanità.
La storia di questa scrittrice e teorica femminista, figura chiave de El Movimiento (nato negli anni Sessanta anche grazie a César Chávez, per promuovere l’indipendenza e i diritti civili dei messicani degli Stati Uniti) inizia proprio su un confine. Siamo nel profondissimo Sud del 1942 a Raymondville, una manciata di chilometri dal Messico, dove il razzismo verso la comunità chicana rientra nell’ordine naturale delle cose. Come se non bastasse, Gloria Anzaldùa deve confrontarsi con una doppia (o forse infinita) diversità: non solo in quanto messicana in un Paese che vuole a tutti i costi ribadire la superiorità sociale e politica dei bianchi, ma anche come donna che sente di avere un’identità sessuale, corporea e affettiva diversa.
Nel 1977 San Francisco la accoglie e le permette di sviluppare il suo pensiero attraverso l’incontro e la contaminazione con le teorie e le personalità del femminismo delle minoranze, compreso il black feminism. E nei luoghi del fermento culturale e sociale di quegli anni, dà vita alla “nuova mestiza”, ossia l’abitare la soglia, essere tra le crepe, rifiutare le gerarchie identitarie.
Per Anzaldùa, così come per molte filosofe, autrici e attiviste, scrivere significa ritrovare la voce, riappropriarsi di termini e significati, sentire l’urgenza di dire qualcosa in un mondo che ha fatto di tutto per non ascoltare; o meglio, per impedirti di parlare. E nel peggiore dei modi, ossia relegando la lingua delle minoranze, in uno spazio tra due mondi.
Susan Sontag parlava di “coscienza imbrigliata al corpo”. “Le definizioni identitarie convenzionali e tradizionali sono imbrigliate nei binarismi”, scriveva invece Gloria Anzaldùa nella sua opera forse più complessa e ambiziosa: Luce nell’oscurità. Luz en lo oscuro. Riscrivere l’identità, la spiritualità, la realtà (tradotto con doppio titolo da Meltemi nel 2022, a cura del Gruppo di Ricerca Ippolita).
La scrittura e la parola, diventano per Anzaldùa forze distruttrici e creatrici, in grado di sovvertire le regole, di mischiare le lingue, di contaminare i significati. Anche per Susan Sontag il linguaggio è un movimento politico, un campo di battaglia; ma il fine ultimo per la scrittrice newyorkese è il rigore, la critica, l’esattezza. Per Anzaldùa, invece, non esiste alcun errore, perché il linguaggio è sempre sovversione e ribellione.
Scrivere è per lei “una lotta per ricostruire sé stesse”, per affrontare traumi e ferite; ma è anche il tentativo di “richiamare quei pezzi del sé/anima che sono stati persi o smarriti” o far luce sulle ombre nascoste del mondo. Nella sua visione “la formazione identitaria è un processo alchemico”, in cui il nostro Io è inscindibile dai luoghi. “I nostri corpi sono geografie del sé costituite da ‘Paesi’ diversi, limitrofi e sovrapposti”, mentre “la frusta della vita ci lascia lividi e sottili cicatrici d’argento sulla schiena”. Lo scopo è guarire i sustos, le paure non personali e collettive.
È il settembre del 2001 quando l’attacco al World Trade Center e al Pentagono lascia ad Anzaldùa una ferita profonda, su cui riflette a lungo. Quei corpi che cadono e muoiono tra le fiamme, dice, sono i nostri corpi: “Oltre a fare i conti con la mia ombra, devo lottare con l’ombra collettiva nella psiche della mia cultura e della mia nazione – ereditiamo sempre dal passato i problemi della famiglia, della comunità, della nazione”. E ora che il New York Times ha ricostruito gli abusi perpetrati da César Chávez (cofondatore della United Farm Workers, e leader del movimento chicano) nei confronti di molte ragazze, viene da chiedersi quali e quante siano ancora le ombre su cui occorre far luce.



