La storia è di chi la riscrive
Trump, i nativi americani e la cancellazione di una memoria collettiva

Denali è una parola koyukon che significa “alto”. I koyukon sono una popolazione nativa dell’Alaska che vive sulle sponde dei fiumi Koyukuk e Yukon: i reperti archeologici trovati nell’area suggeriscono che si trovino lì da almeno un millennio.
Denali è il nome che i koyukon e altre popolazioni native attribuiscono da secoli alla montagna appartenente alla catena dell’Alaska: con un’altitudine di più di 6.000 metri, è la vetta più alta degli Stati Uniti e del Nord America, nonché la terza al mondo per prominenza topografica.
Quell’imponente montagna non è nota sulle carte geografiche con il nome Denali. Nel corso della storia, la montagna ha subito una serie di cambi di nome in cui le popolazioni native non hanno mai avuto, o quasi, voce in capitolo. Al di là della dominazione russa, che tra il 1732 e il 1867 chiamava la vetta Bolshaya Gora (”grande montagna”), il primo nome inglese fu Densmore’s Mountain, in onore del cercatore d’oro che la descrisse nel 1889; una denominazione che rimase tuttavia informale.
Sarà nel 1896 con un altro prospettore d’oro, William Dickey, che la montagna viene nominata Monte McKinley, in onore dell’allora candidato presidente repubblicano originario dell’Ohio William McKinley. Dickey scriveva nel suo resoconto per il New York Sun che scelse il nome perché la notizia della candidatura del futuro presidente era stata la prima a raggiungerlo mentre si trovava in esplorazione. Il nome fu riconosciuto a livello federale nel 1917: un atto per commemorare l’ex presidente, assassinato nel 1901.
Il nome storico Denali rimase in uso solo presso le popolazioni e il governo locali, che dal 1975 si batterono per ripristinarlo ufficialmente, frenati dall’ostruzionismo dei legislatori dell’Ohio. Fu solo nel 2015, sotto la presidenza Obama e grazie a una proposta di legge della senatrice repubblicana Lisa Murkowski, che la montagna tornò ufficialmente a chiamarsi Denali, non senza polemiche e opposizioni.
Una voce contraria era quella di Donald Trump, che durante la sua prima campagna elettorale giurò di cambiare il nome della montagna se fosse stato eletto. Il cambio non avvenne però nel primo mandato, grazie anche alle pressioni di Murkowski e di un altro senatore repubblicano dell’Alaska, Dan Sullivan. Dopo dieci anni di tregua, però, Donald Trump torna alla Casa Bianca: la promessa, questa volta, viene mantenuta. Il giorno successivo all’inaugurazione, la grande montagna Denali torna a essere il Monte McKinley.
Questo cambio di nome, passato in sordina rispetto al più rumoroso Golfo d’America, ha un’importanza simbolica non indifferente. Le popolazioni native, ancora oggi, non hanno voce in capitolo sulla loro storia e su quella della loro terra.
Il rapporto tra Donald Trump e i nativi americani e dell’Alaska non è mai stato tra i più rosei. Durante il suo primo mandato, il suo appoggio alla costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline in North Dakota aveva scatenato le proteste principalmente della tribù Lakota (uno dei gruppi dell’alleanza Sioux) di Standing Rock, che subivano la limitazione dell’accesso all’acqua potabile, oltre che una violazione delle terre sacre.
Al di là delle azioni in contrasto con ogni interesse dei nativi americani e dei trattati che esistono tra nazioni tribali e governo federale, quello che colpisce è il meticoloso atto di revisionismo storico attuato soprattutto in questo secondo mandato di Trump.
È di marzo 2025 l’ordine esecutivo 14253, “Restoring Truth and Sanity to American History” (“Restituire verità e buon senso alla storia americana”) in cui Donald Trump ha dato mandato al gabinetto, compreso il vicepresidente JD Vance, di mettere in atto politiche che “rimuovano ideologie improprie” dalle strutture dello Smithsonian, tra cui musei, centri di ricerca e parchi nazioni, con l’obiettivo di mostrare “un simbolo di grandezza americana”. Un’abile azione censoria contro l’ormai inflazionato woke e le politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion). Tra le tante cose, nella purga è finita anche buona parte della storia nativa americana.
Ad esempio, sempre nel marzo 2025 iniziano a sparire dai siti dell’esercito americano riferimenti ai Code Talkers nativi. I Code Talkers sono eroi di entrambe le guerre mondiali, che hanno usato le loro lingue native come sistema criptato di comunicazione di messaggi tattici e segreti: una parte integrante dell’esercito statunitense. Lo stesso Trump, già nel primo mandato, si era fatto beffa di loro, invitandoli alla Casa Bianca e ricevendoli davanti a un ritratto del presidente Andrew Jackson. Jackson fu il principale attuatore del Sentiero delle Lacrime (Trail of Tears), il nome dato alla più grande rimozione forzata di nativi americani dai loro territori nei primi dell’Ottocento.
Per effetto dell’ordine esecutivo 14253, i parchi nazionali hanno iniziato a rimuovere cartelli che fanno riferimenti a massacri di nativi americani, rimozioni forzate e land grabbing – le promesse non mantenute nei trattati —, o alle violenze nei collegi per bambini nativi gestiti dal governo e da organizzazioni cristiane. Nel febbraio di quest’anno, alcuni pannelli informativi presso il monumento commemorativo della battaglia di Little Bighorn del 1876, nel Montana, sono stati rimossi. Questi pannelli illustravano il contesto dei trattati violati dagli Stati Uniti che portarono allo scontro, in cui una coalizione di Lakota, Cheyenne e Arapaho sconfisse il generale George Custer.
Che sia il nome di un monte o un cartello informativo, l’atto di revisionismo storico è palese. Quello che Trump chiama “riportare la verità e il buon senso” è una metodica azione di cancellazione e riscrittura della storia, per modellarla su quello che il presidente e la sua amministrazione vogliono. Fare i conti con il passato è difficile, soprattutto quando si hanno delle colpe. Non è woke né partigianeria: è un fatto storico documentato. Le popolazioni native, nel corso della storia, hanno sofferto – e questo è parte della storia collettiva degli Stati Uniti. Tutt’oggi sono, tra le altre, tra i gruppi più svantaggiati sotto molteplici aspetti, dalla sanità, all’istruzione, alla rappresentanza. Ricordare è un modo per ridare dignità e guarire. Invece, la spaccatura già profonda rischia di diventare una voragine, con conseguenze difficili da gestire.
A Donald Trump non importa però fare i conti con il passato, bensì riscriverne una versione alternativa che sia più aderente a quella gilded age che tanto sogna e brama, dove non c’è spazio per altri se non per quei pochi selezionati, quelli che solo lui può o non può definire americani.
La storia è dunque quel “palinsesto che può essere raschiato e riscritto tutte le volte che si vuole”, citando Orwell in 1984: quella che in mano al potere autocratico viene riscritta e propinata come forma di propaganda. Con il solo problema che quando la menzogna storica viene portata troppo avanti, diventa per tutti la verità: questa è una prospettiva che le popolazioni native non meritano. Dopo tutto ciò che nella storia hanno subìto, anche un dettaglio che sembra insignificante, come la negazione del diritto di chiamare un monte con il proprio nome ancestrale, quello che i loro antenati hanno usato per secoli, è un dolore che noi non possiamo veramente comprendere.


