La storia di un vizietto ricorrente
La corruzione presidenziale storicamente nasce da una confusione persistente tra interesse pubblico e privato, nella tensione tra lealtà personale e fragilità democratica

Il 14 maggio 1924 Albert Fall entrò nell’aula del Senato con passo esitante. Solo pochi anni prima uno degli uomini più potenti di Washington, era Segretario agli Interni del presidente Warren G. Harding. Ora sedeva davanti a una commissione che voleva una risposta semplice a una domanda imbarazzante: come era stato possibile che i diritti di sfruttamento delle riserve petrolifere federali di Teapot Dome, in Wyoming, fossero finite nelle mani di un imprenditore privato senza gara, a un prezzo fuori mercato. La seconda domanda riguardava l’improvvisamente elevato tenore di vita del Segretario.
Fall non rispose. Invocò il Quinto Emendamento, rifiutandosi di testimoniare per non incriminare sé stesso. Era la prima volta nella storia americana che un membro di un gabinetto si sottraeva così al controllo del Congresso. Qualche anno dopo sarebbe diventato anche il primo ex segretario a finire in prigione per reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni. Quell’audizione non segnò soltanto l’inizio di uno scandalo politico. Rese visibile, in modo irreversibile, una tensione che attraversa l’intera storia della presidenza americana: il rapporto instabile tra potere esecutivo, interesse privato e limiti del controllo democratico. Teapot Dome non fu un incidente isolato, ma un punto di non ritorno nella percezione pubblica di ciò che un Presidente e la sua amministrazione potevano fare, e di quanto fosse difficile fermare la deriva senza contrappesi costituzionali e una sana etica pubblica.
In tempi del genere, quando abbiamo di nuovo un’amministrazione che dimostra di voler testare ogni limite al potere esecutivo, un richiamo ai precedenti storici rischia però di fuorviante se serve a normalizzare tutto sotto l’etichetta del “già visto”. In realtà, il punto non è stabilire se episodi simili siano esistiti, ma quando e perché diventano politicamente tollerabili. Le democrazie presidenziali contengono una vulnerabilità strutturale evidente: concentrano un’enorme capacità decisionale in una singola figura, confidando in un insieme di consuetudini, regole non scritte e limiti morali più che in vincoli giuridici stringenti. Quando queste convenzioni vengono testate sistematicamente da un Presidente motivato, in un contesto di forte concentrazione della ricchezza e di sfiducia diffusa nell’etica pubblica, la distanza tra rappresentanza e appropriazione si assottiglia rapidamente. È in questi momenti che il rischio oligarchico smette di essere teorico.
Il primo a mettere in scena il problema fu in realtà Andrew Jackson. Eletto nel 1828 come uomo del popolo contro le élite di Washington, Jackson trasformò la presidenza in un centro di potere personale senza precedenti. Il suo spoils system, la distribuzione sistematica di incarichi pubblici a sostenitori politici, non violava la legge, ma ridefiniva il senso dell’ufficio: la fedeltà contava più della competenza, l’appartenenza più dell’imparzialità. Jackson non rubava, ma insegnò che lo Stato poteva essere trattato come una proprietà da amministrare a favore di amici e alleati.
Da quel momento in poi, il problema non fu più teorico. Le presidenze successive ereditarono un modello: una cerchia ristretta di fedelissimi, una diffidenza crescente verso Congresso e Corte Suprema e una concezione del potere esecutivo come espressione della volontà personale del Presidente più che come funzione costituzionalmente normata.
40 anni dopo, nel 1869, Ulysses S. Grant arrivò alla Casa Bianca. Eroe nazionale, aveva guidato l’Unione alla vittoria nella guerra civile e godeva di un capitale politico immenso. Il suo più grande limite fu proprio l’incapacità di separare la lealtà personale dalla responsabilità istituzionale.
Nell’estate di quell’anno i finanzieri Jay Gould e James Fisk tentarono di monopolizzare il mercato dell’oro usando informazioni riservate sulle decisioni future del Tesoro, un classico caso di insider trading. A fornire le informazioni, in cambio di favori, fu Abel Corbin, cognato del Presidente. Grant intervenne in tempo per fermare la speculazione, ordinando la vendita di oro federale. Ma il panico del Black Friday e il coinvolgimento del suo entourage lasciarono una cicatrice politica difficilmente rimarginabile.
Pochi anni dopo emerse lo scandalo del Whiskey Ring. Distillatori, funzionari del Tesoro e esattori avevano costruito una rete per evadere sistematicamente le tasse sull’alcol e intascarsi la differenza. Quando il segretario del Tesoro Benjamin Bristow iniziò a smantellarla nel 1875, scoprì legami diretti con Orville Babcock, segretario personale del Presidente ed ex aiutante di campo durante la guerra civile. Grant intervenne pubblicamente in sua difesa. Non fu mai dimostrato un coinvolgimento diretto. Ma, ancora una volta, la lealtà personale prevalse sulla responsabilità di fronte all’opinione pubblica.
Con Warren Harding la dinamica diventò più brutale. Eletto nel 1920 promettendo un “ritorno alla normalità”, Harding era cordiale, popolare ma inadatto alla carica. Trasformò la Casa Bianca in un avamposto della Ohio Gang, un gruppo di amici che considerava il governo federale una riserva privata di potere.
Albert Fall svendette le riserve petrolifere in cambio di prestiti e regali. Charles Forbes saccheggiò i fondi destinati agli ospedali dei veterani. Harry Daugherty gestì una rete di favori e protezione attraverso il Dipartimento di Giustizia. Harding morì prima che gli scandali esplodessero del tutto. Non rubò nulla, ma lasciò che chi lo circondava rubasse tutto. La sua indulgenza fu fatale per la sua memoria storica.
Il caso Nixon invece appartiene a un’altra categoria. Dove Jackson aveva normalizzato il potere personale, Grant malposto la lealtà e Harding abdicato alla vigilanza, Nixon progettò attivamente un sistema di abuso delle prerogative presidenziali. Non si limitò a chiudere gli occhi: organizzò la copertura. Il Watergate, i nastri, l’ostruzione dell’FBI, il Saturday Night Massacre segnarono il momento in cui la presidenza superò apertamente il confine della legalità. Nixon non cadde per l’effrazione al Watergate, ma per l’idea che l’esecutivo volesse sottrarsi a qualunque controllo.
Letti insieme, questi casi mostrano un pattern ricorrente. Il presidente costruisce una cerchia fondata sulla fedeltà. Le istituzioni di vigilanza vengono trattate come ostacoli. E quando i fatti emergono, la risposta oscilla: il presidente non sapeva, oppure sapeva e ha coperto. In entrambi i casi, i contrappesi funzionano solo se qualcuno decide di usarli. Bristow contro Grant, i giudici che non accettano versioni di comodo, Richardson e Ruckelshaus che si dimettono pur di non licenziare il procuratore speciale Cox, una stampa che insiste.
Albert Fall uscì di prigione nel 1932, malato e senza denaro, mentre la presidenza americana si avviava a diventare un’istituzione sempre più vasta e intrusiva, con un ruolo economico senza precedenti e, di conseguenza, nuove e maggiori occasioni di appropriazione indebita del potere. La democrazia americana è in fondo un laboratorio permanente di tensioni non risolte tra autorità ed etica pubblica, ed è sorprendentemente indulgente con chi ha poca memoria. Ed è forse proprio da questa indulgenza che nascono, ciclicamente, i suoi momenti più fragili.


