La rimozione di Cesar Chavez è il racconto di due Americhe
Una parte di Paese preferisce celebrare le conquiste sociali al di là della fallibilità dei leader, l'altra preferisce venerarli, magari ricoperti d'oro
La storia americana è punteggiata di eroi che, piano piano, vengono decostruiti, e questo si riflette nella monumentalità urbana. Lo si è visto negli ultimi anni, con la fine della parabola della Lost Cause della Confederazione, che, tra fine ‘800 e inizio ‘900, aveva eretto decine di statue ai leader politici e militari della repubblica schiavista del Sud. Il generale Lee e gli altri erano stati recuperati al culto civile dopo che la riconciliazione tra i bianchi delle due sezioni del Paese aveva accantonato i propositi di eguaglianza razziale per i discendenti degli schiavi, per poi essere ritenuti giustamente
Con César Chávez è stato tutto più rapido: è da pochi anni che la sua eredità politica si è affermata negli stati con un forte retaggio ispanico per il suo ruolo nella costituzione di un sindacato dei braccianti agricoli in California, il luogo a lungo considerato l’orto d’America e che ancora oggi produce la gran parte della frutta secca. Un’inchiesta del New York Times però ha rivelato che lo stesso personaggio venerato come eroe da parte della comunità latino-americana e al quale erano state intitolate piazze, vie e scuole e persino un giorno di commemorazione, il 31 marzo, era un leader abusatore seriale di minorenni anche soltanto di 13 anni e che teneva sotto scacco gli aderenti al sindacato, compresi i dirigenti di alto livello, con tecniche mutuate da una setta mascherata da centro di recupero antidroga chiamato Synanon. Di questo ne ha parlato profusamente Giulia Faiella nell’articolo precedente a questo.
Quello che ora sta avvenendo, come si diceva all’inizio, è la fine di un mito che somiglia alla rimozione dei monumenti confederati, solo fatta con una rapidità senza precedenti.
Alcuni esempi in California: a San Fernando, nella contea di Los Angeles, è stata rimossa una statua, mentre a Santa Ana un murale e altre immagini con il suo volto sono stati rapidamente coperti. Infine, a Fresno, il consiglio cittadino ha votato all’unanimità il cambio di denominazione di una delle arterie principali.
E gli esempi non si contano. La sparizione di César Chávez dalla toponomastica statunitense, dunque, è soltanto questione di tempo. La questione che si pone però è un’altra. Se la rimozione di Robert Lee, Jefferson Davis e degli altri capi della rivolta schiavista del 1861-65 ha giustamente tolto qualsiasi legittimità politica mainstream alle idee di paternalismo razzista che hanno per decenni espresso i discendenti politici di quell’esperienza, qui non si rischia lo stesso? Lo ha anche affermato una delle vittime di Chávez, Dolores Huerta, stuprata in auto dal leader sindacale della quale era il braccio destro: “Per anni ho taciuto pensando che dire la verità avrebbe danneggiato il movimento per il quale avevo dato la mia vita”. Qui però c’era molto di più di un singolo personaggio: un movimento di massa che va oltre le inaccettabili ombre della doppia vita di Chávez che si poneva spesso come un quasi santo cattolico, che combatteva gli agrari californiani con digiuni e processioni. Un movimento del genere non dev’essere dimenticato, anche se chi lo ha rappresentato nell’immaginario era una persona disdicevole. Il suo posto, ad esempio, può essere preso dalla stessa Dolores Huerta, doppia vittima del padronato latifondista e di un sistema patriarcale e omertoso. Un sistema verticistico che ha snaturato altri movimenti dal basso rendendoli, come alla fine erano diventati gli United Farm Workers, una sorta di setta leaderistica che perdeva la sua battaglia contro una coalizione di interessi economici che ora passava a sfruttare i migranti irregolari ai quali Chávez non si era affatto dedicato.
La rapidità di questo cambio però stride molto con una destra repubblicana degna erede dei Democratici segregazionisti del Profondo Sud che invece ancora oggi, per bocca di Trump ed Hegseth tesse le lodi marziali di chi come il già citato Lee, ha deciso di tradire gli Stati Uniti in favore di un’oligarchia schiavista della quale faceva parte. E del resto nemmeno la presente amministrazione presidenziale ha mostrato un particolare attaccamento alla Costituzione. Possiamo affermare con certezza, dunque, che a una parte di America interessano i movimenti popolari e le conquiste sociali al di là della fallibilità dei leader, mentre l’altra adora i capi come fossero dei feticci. Dorati.



