La prima guerra barbaresca: la prima volta dell'America fuori dai propri confini
Mentre l'America attacca l'Iran, ripercorriamo le motivazioni di Thomas Jefferson per muoversi contro i primi stati "canaglia" (Parte 3 di 3)
Incendiata l’ex Philadelphia, il Commodoro Preble tornò quindi ad accarezzare un progetto che aveva caldeggiato sin dall’inizio: quello di dare l’assalto alle difese di Tripoli, rovesciare il pasha e dettare i termini di una pace a discrezione. L’esistenza di un pretendente al trono tripolino (Hamid, fratello maggiore di Jusuf Karamanlī e da questi costretto all’esilio) forniva un utile grimaldello politico che i rappresentanti diplomatici statunitensi sparsi per l’Europa avevano ripetutamente soppesato nel corso degli ultimi tre anni. Fra questi il più caparbio sostenitore dell’idea si sarebbe rivelato William Eaton, Console Generale a Tunisi e destinato a essere uno dei protagonisti della fase finale della guerra. Mancavano però i mezzi adeguati. Già nel luglio del 1803, ancor prima di salpare per il Mediterraneo, Preble aveva suggerito di allestire alcune cannoniere a fondo piatto per operare sotto costa; ma, ancora in questa fase, il Congresso era ben deciso a condurre l’avventura mediterranea di Jefferson a risparmio. La proposta era caduta nel vuoto.
Preble non si era perso d’animo. Anzi, tanta era la fiducia nel suo piano che, senza attendere ordini da Washington, si era messo in cerca di chi potesse costruire i legni di cui aveva bisogno. La sua convinzione che il Congresso avrebbe finito per saldare comunque il conto non era infondata: un mese dopo la riuscita distruzione della Philadelphia era infatti giunta in patria tardiva voce della sua cattura da parte dei tripolini. L’esecutivo ne era rimasto tanto costernato da spingere il Congresso ad approvare risolutamente la richiesta di Jefferson per ulteriori stanziamenti: l’imposizione di una tassa del 2,5% su tutti i beni di importazione avrebbe finanziato l’ennesimo – e stavolta massiccio – invio di rinforzi. Le tre grandi fregate President, Congress e Constellation, cui si aggiungeva la Essex, vennero riarmate e poste al comando del Commodoro Samuel Barron che, in virtù della maggiore anzianità di servizio, avrebbe anche sostituito Preble.
Frattanto Preble, ancora ignaro di questi sviluppi, aveva trovato come sostanziare i suoi piani d’attacco; mercé i buoni uffici del britannico John Acton, primo ministro del re di Napoli Ferdinando IV, i napoletani avevano generosamente acconsentito a fornire a titolo gratuito sei cannoniere, due bombarde e ampia scorta di polveri e munizioni. Dopotutto la sicurezza dei traffici napoletani avrebbe tratto giovamento dalla neutralizzazione della minaccia tripolina. Il Commodoro, nel prendere tale partito, era anche confortato dalle rassicurazioni di Bainbridge, il quale seguitava a scrivere in cifra da Tripoli assicurandolo del cattivo stato delle difese cittadine. Alla fine di luglio del 1804 la flottiglia, scortata dalla Constitution di Preble, fece infine vela verso Tripoli, ove si ricongiunse ai bastimenti già impegnati nelle operazioni di blocco. I difensori, tuttavia, si rivelarono assai più coriacei delle aspettative. Per cinque volte, nel mese di agosto, le forze statunitensi tentarono di forzare l’accesso alla rada. Sebbene già al primo assalto tre cannoniere tripoline fossero state catturate dopo una furiosa mischia all’arma bianca, e a dispetto dell’eroismo dello stesso Preble – che aveva portato la Constitution a serrare sotto le 400 iarde e scaricare le proprie bordate contro gli spalti del castello – le difese tennero.
Le operazioni degenerarono allora in una impasse sempre più sanguinosa, con perdite crescenti anche da parte statunitense. Al secondo assalto del 7 agosto la cannoniera No. 9, centrata in pieno dal tiro tripolino, saltò in aria. Il terzo, quarto e quinto assalto, nonostante i danni sempre più gravi inflitti dall’artiglieria alle difese di Tripoli, mancarono egualmente lo sfondamento. A bordo della flottiglia statunitense l’acqua potabile era stata razionata e il morale dello stesso Preble, dopo aver ricevuto notizia che sarebbe stato presto sostituito, era comprensibilmente prostrato.
A fronte dello stallo, un maldestro tentativo di intavolare trattative per tramite del console francese aveva ulteriormente compromesso la posizione degli attaccanti, rivelandone la debolezza e rianimando i difensori. L’1 settembre, dopo il fallimento dell’ultimo attacco, Preble si risolse a ricorrere a un espediente disperato: infrangere lo sbarramento delle cannoniere nemiche ricorrendo a un attacco incendiario. L’Intrepid venne nuovamente scelta e trasformata in un brulotto, stipandola per l’occasione di polvere da sparo e granate da mortaio. L’equipaggio, interamente composto di volontari, fece testamento: l’idea di portarsi sottobordo alle cannoniere tripoline, accendere le micce e fuggire a bordo di una lancia lasciava poco scampo. La sera del 4 settembre il ketch, con 13 tra ufficiali e marinai, fece silenziosamente vela verso la rada e scomparve nelle tenebre, rischiarate verso le nove e tre quarti da un lampo accecante, seguito da un rombo tremendo: l’Intrepid era saltata in aria ancor prima di accostarsi alle difese nemiche, forse centrata in pieno da un colpo di cannone. Il mattino successivo i poveri resti dell’equipaggio furono ripescati dai difensori ed esposti in trionfo nell’arsenale della città. Quattro giorni più tardi Preble veniva sostituito dal Commodoro Samuel Barron.
Con lo scacco davanti a Tripoli il solo Eaton rimaneva in campo nel propugnare misure risolutive contro il pasha: al comando di una forza raccogliticcia di otto Marines, una settantina di mercenari greci e circa trecento guerrieri arabi e beduini egli sarebbe infine riuscito laddove quattro anni di operazioni navali avevano fallito. Il Console Generale era un eccentrico che attribuiva alla lettura giovanile delle Vite di Plutarco la scoperta di una vocazione militare sostanziatasi per la prima volta all’epoca della guerra d’indipendenza. Dalla sua basi di Tunisi egli aveva dapprima concepito il fantasioso progetto di rapire il pasha; di fronte alla sua impraticabilità, aveva più modestamente ripiegato sugli intrighi che ruotavano attorno al fratello Hamid. Il complotto per riportarlo sul trono dovette sembrare abbastanza temibile da costargli l’espulsione da Tunisi nel 1803. Non erano le uniche difficoltà in cui Eaton si dibatteva, dovendo anche combattere col carattere irresoluto dello stesso Hamid: già nel 1803, sbarcato una prima volta a Derna e accolto come liberatore, questi si era dato a una fuga precipitosa in Egitto alla prima avvisaglia dei soldati del pasha.
Altro ostacolo da superare era la circospezione del nuovo Commodoro, che lo rendeva tanto ostile al piano quanto Preble era stato favorevole; e l’appoggio di Barron, al comando di un dispositivo navale senza precedenti – sei grandi fregate, più le unità minori – era fondamentale. Non è noto cosa indusse Barron a cambiar partito: probabilmente il fatto che la missione di Eaton richiedesse il concorso soltanto di un’unità minore – la scelta cadde sul brigantino Argus di Isaac Hull – lasciando al resto della squadra libertà di seguitare fiaccamente con le operazioni di blocco. Eaton e Hull avrebbero dovuto far vela per Alessandria d’Egitto – ove Hamid era stato segnalato per l’ultima volta – caricarlo a bordo assieme al proprio seguito e sbarcarlo in territorio tripolino. In caso di successo, recitavano le istruzioni di Barron, le forze al suo comando sarebbero state pronte ad appoggiare l’impresa. Le prime complicazioni sorsero allorquando, in Egitto, si scoprì che Hamid si era unito a una banda di Mamelucchi e aveva fatto perdere le proprie tracce: in una clima di torbidi, quale quello all’indomani del ritiro delle forze britanniche, si trattava di un imprevisto potenzialmente fatale. Hamid poté infine essere localizzato e tratto in salvo solo grazie all’aiuto di un pittoresco mercenario di origini italiane: tale Leitensdorfer – al secolo Gervasio Santuari da Pergine – già disertore degli eserciti austriaco, francese e ottomano.
Frattanto prendeva forma l’idea di giungere a Derna non via mare, come inizialmente previsto, ma per via di terra: una sfiancante marcia di 500 miglia lungo la costa, che avrebbe tuttavia permesso di raccogliere ulteriori forze e legarle coll’esempio personale alla stella di Hamid. Ai primi contingenti reclutati in Egitto si unì il drappello di otto Marines dall’equipaggio dell’Argus. La spedizione mosse da Alessandria il 6 di marzo 1805; l’8 Aprile, circa a metà strada verso Derna e a corto di viveri, Eaton dovette far fronte a una rivolta dei mercenari che minacciavano di abbandonare un’impresa apparentemente disperata: solo il ricongiungimento con due delle navi di Barron, generosamente stipate di viveri, poté salvare la situazione. Il 27 aprile l’avanzata toccò infine Derna, con Eaton deciso ad assaltarne le difese quello stesso pomeriggio: dopo due ore e mezza di scontri i suoi 500 uomini, appoggiati dal fuoco di tre bastimenti, ne sopraffecero 2000. Contro ogni aspettativa la bandiera statunitense garriva ora sul castello di Derna.
Sarebbe stato l’ultimo atto di una guerra destinata a una conclusione anticlimatica. Nelle settimane successive, all’insaputa di Eaton che si preparava anzi a un ulteriore balzo verso Bengasi, la diplomazia trasse il massimo vantaggio dal panico che aveva colto Yusuf. Tobias Lear, nominato da Jefferson inviato di pace per la Barberìa e da sempre avverso all’impresa di Derna, finì per siglare il 3 di giugno un trattato di pace che permetteva ad ambo le parti di salvare la faccia: il pasha di Tripoli avrebbe infatti acconsentito al rilascio degli uomini della Philadelphia in cambio di una somma di 60.000 $. Solo a cose fatte un costernato Eaton ricevette l’ordine di abbandonare nottetempo le forze di Hamid e imbarcarsi in tutta segretezza: era la prima volta in cui si disertava senza colpo ferire un alleato che aveva scommesso tutto su Washington, lasciandolo in balia della rappresaglia nemica. Non sarebbe stata l’ultima.


