La prima guerra barbaresca: la prima volta dell'America fuori dai propri confini
Come si decide un intervento militare? Ecco le motivazioni di Thomas Jefferson per muoversi contro i primi stati "canaglia" (Parte 2 di 3)

All’indomani della composizione degli attriti con le reggenze barbaresche, nonché della conclusione della guerra non dichiarata con la Francia, la repubblica era finalmente in pace: le necessità immediate di finanziare un costoso dispositivo navale venivano pertanto meno.
Alla vigilia delle elezioni del 1800 tale era il timore che i repubblicani al governo potessero sciogliere la Marina che, allorquando si trattò di decidere se convogliare i voti su Jefferson o su Burr, i federalisti tentarono invano di estorcere al primo la promessa di salvaguardare la forza sino ad allora tanto faticosamente costruita. Il caso, l’inveterata avversione del nuovo Presidente per le reggenze barbaresche maturata nel corso del ventennio precedente, e il fatto che lo stesso Jefferson non avesse mai sottoscritto le posizioni più radicali dei suoi colleghi di partito concorsero a salvare la neonata U.S. Navy.
Il 13 marzo 1801 – appena nove giorni dopo l’inaugurazione della sua presidenza – Jefferson ricevette la notizia che Yūsuf Karamanli, pasha di Tripoli, aveva denunciato il trattato stipulato cinque anni prima: egli minacciava ora di attaccare il traffico statunitense a meno di non ricevere entro sei mesi il pagamento di un tributo di 225.000 $, più 25.000 $ di contribuzioni a cadenza annuale. La disponibilità di un dispositivo militare affinato da due anni di operazioni contro i francesi e la cementata volontà politica di usarlo decisero la giornata del 15 maggio, allorquando il Presidente riunì speditamente il governo e si decise per l’intervento armato. È singolare e rivelatore che l’uomo a capo di un partito che aveva sempre paventato le derive tiranniche del governo federale ora decidesse di inviare una squadra navale senza consultare il Congresso, cui la Costituzione riconosceva la prerogativa non solo di dichiarare guerra, ma anche di giudicare e punire nel merito degli atti di pirateria commessi in alto mare.
Gli ordini diramati da Jefferson erano però appositamente formulati per non violare le prerogative del Congresso: la “squadra di osservazione” avrebbe dovuto limitarsi a proteggere il commercio nazionale e, solo nel caso in cui avesse constatato il determinarsi di uno stato di guerra fra gli Stati Uniti e la reggenza di Tripoli, procedere con le rappresaglie. La decisione se rompere o meno le relazioni diplomatiche era interamente rimessa da Jefferson all’iniziativa di Yūsuf Karamanli, fiducioso ch’egli avrebbe collaborato: così fu, dal momento che i tripolini avevano iniziato a predare i mercantili statunitensi ancor prima dello scadere dell’ultimatum di sei mesi. Solo un anno più tardi, verificato effettivamente che il pasha di Tripoli aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti, Jefferson consultò il Congresso: e nel febbraio del 1802 quest’ultimo approvò la necessaria estensione del mandato affidato alle fregate del commodoro Dale, autorizzando la cattura in qualità di preda bellica di ogni proprietà del pasha o dei suoi sudditi. La svolta imperiale della presidenza Jefferson, tuttavia, non avrebbe portato immediatamente a quel capitale politico vagheggiato dal suo artefice già nella lettera ad Adams del 1786.
Nei primi due anni le operazioni navali si trascinarono indecise, con grave pregiudizio della reputazione della repubblica. A questo risultato in parte concorse la personalità dei comandanti: per due volte era stato avanzato il nome di Thomas Truxtun, eroe della Quasi-War (durante la quale, al comando della Constellation, aveva catturato le fregate francesi Insurgente e Vengeance). Per due volte lo stesso Truxtun aveva finito per affossare la sua candidatura, accampando pretese inaccettabili per l’amministrazione. Gli vennero preferiti, in successione, i commodori Richard Dale e Richard Morris: il primo, convinto di non disporre di forze sufficienti per sottoporre Tripoli a blocco regolare, preferì concentrarsi sulla protezione del traffico statunitense. Morris, ancor meno risoluto, trascorse gran parte del 1803 comodamente alla fonda nella rada di Malta prima di essere sollevato dal comando, sottoposto a inchiesta e infine congedato. Più dell’incompetenza dei capi, tuttavia, pesava la fragile logistica su cui poggiavano le operazioni. Le forze statunitensi, sprovviste di basi proprie e costrette a fare perno su Malta, dipendevano dalla benevolenza del governo britannico; al netto degli aiuti inviati dagli Stati Uniti a cadenza annuale, tutto quanto necessario al sostentamento degli equipaggi e alla manutenzione delle navi doveva essere acquistato in loco, e a caro prezzo.
Le forze statunitensi non erano soltanto impari al compito. Il pescaggio delle sei grandi fregate costruite da (o su progetto di) Joshua Humphreys – spina dorsale della giovane marina – le rendeva infatti inadeguate a operare senza pericolo sui bassi fondali prospicienti la costa tripolina: sotto un comandante più aggressivo e ben deciso a imprimere una svolta alle operazioni questo avrebbe portato al disastro. Nel maggio del 1803, a fronte della crescente inquietudine dell’amministrazione per una guerra che in due anni era già costata più di qualsiasi amichevole accomodamento con il pasha di Tripoli, e senza offrire alcun ritorno in termini di prestigio, il commodoro Edward Preble venne nominato al comando della terza squadra in procinto di salpare per il Mediterraneo. Preble era un uomo irascibile che la precaria salute (compromessa irrimediabilmente, all’epoca della rivoluzione americana, dal confinamento a bordo di una nave prigione britannica) aveva reso ancor più intrattabile, nonché fautore di una disciplina feroce: era tuttavia un marinaio esperto e un comandante determinato a portare la guerra sul suolo di Tripoli. La sua prima decisione di rilievo fu quella di spostare la base delle operazioni da Malta a Siracusa, che offriva il vantaggio di vettovaglie a prezzi più contenuti e poneva ulteriori ostacoli alle velleità di diserzione dei marinai. Seguì una ripresa delle crociere tese a imporre al porto di Tripoli un blocco assai più ravvicinato.
Il 31 ottobre 1803, incrociando al largo di Tripoli, la Philadelphia (al comando del capitano William Bainbridge) si mise in caccia di un legno tripolino deciso a eludere il blocco: un’ora dopo, filando a 8 nodi in prossimità dell’ingresso della rada, la fregata statunitense impattò violentemente contro un basso fondale non riportato dalle carte nautiche a bordo. Nel tentativo di sollevare la prua e disincagliare la nave, Bainbridge ricorse a misure sempre più estreme: in successione venne gettata fuori bordo la maggior parte dei cannoni, seguiti dalle provviste e dalle botti d’acqua potabile. Infine vennero recise le sartie del trinchetto e l’albero abbattuto. Ogni misura si rivelò però vana, e dopo ore sotto un tiro di crescente intensità, Bainbridge si risolse alla resa; non prima, tuttavia, di aver disposto l’autoaffondamento della fregata, allagando la santabarbara e ordinando al carpentiere di sfondare lo scafo.
L’umiliazione delle armi statunitensi, tuttavia, non era ancora completa. Non solo cadevano nelle mani del pasha 300 fra ufficiali e marinai, destinati a rivelarsi una fondamentale leva negoziale nelle susseguenti trattative. Due giorni dopo, complice una violenta mareggiata, i tripolini riuscivano anche a disincagliare la Philadelphia, trainandola trionfalmente in porto: gli uomini di Bainbridge avevano fallito anche nell’affondare la propria nave.
La perdita della fregata rappresentava più di uno smacco. Se Tripoli fosse riuscita a rimettere la Philadelphia in condizione di riprendere il mare, la potente unità avrebbe certo alterato i rapporti di forza tra i contendenti e costituito un serio ostacolo allo sviluppo delle operazioni statunitensi. Pertanto, come avrebbe dichiarato qualche anno più tardi, il commodoro Preble prese a studiare un modo per recuperarla o affondarla non appena informato della sua cattura. Quindi, esclusa la prima ipotesi in considerazione delle notizie sul pessimo stato della nave che filtravano da Tripoli (dove, a dispetto della prigionia, Bainbridge continuava a comunicare in cifra importanti informazioni), la decisione cadde sulla sua distruzione. All’uopo venne riattato un ketch tripolino precedentemente catturato – il Mastico, ribattezzato Intrepid – con a bordo 75 uomini pronti all’abbordaggio e muniti dell’occorrente per appiccare il fuoco alla nave. Scortato dalla Siren, l’Intrepid scivolò nella rada di Tripoli la sera del 16 febbraio 1804 e sopraffece rapidamente l’equipaggio tripolino spacciandolo a colpi di picca e di sciabola; in seguito si sarebbe diffusa la voce, non si sa quanto fondata, che gli statunitensi non avessero dato quartiere. Quindi la Philadelphia venne metodicamente data alle fiamme adoperando delle candele intrise di trementina. L’Intrepid si dileguò indisturbata: l’azione, comandata dal giovane tenente Stephen Decatur, era costata agli statunitensi un solo ferito. Per di più il successo conseguito non risolveva soltanto uno spinoso problema: col mostrare che la sicurezza della rada di Tripoli poteva essere violata, confermava anche Preble nella sua convinzione che la guerra poteva essere portata con successo sul suolo nemico.

