La prima guerra barbaresca: la prima volta dell'America fuori dai propri confini
Come si decide un intervento militare? Ecco le motivazioni di Thomas Jefferson per muoversi contro i primi stati "canaglia" (Parte 1 di 2)

Il recente intervento in Venezuela ordinato da Donald Trump non costituisce certo la prima forzatura commessa da un esecutivo statunitense nei confronti delle prerogative che la Costituzione riconosce al Congresso di dichiarare guerra, rilasciare lettere di corsa e stabilire norme relative alle prede belliche (Article 1, Section VIII). Invero lo stesso debutto delle armi statunitensi sulla scena internazionale, con l’intervento autorizzato nel 1801 dal presidente Jefferson contro la Reggenza di Tripoli, si configura come il frutto di analoga forzatura.
La Firma del Trattato di Parigi del 3 settembre 1783, che riconosceva l’esistenza degli Stati Uniti d’America come Stato libero, sovrano e indipendente, delineava una situazione ben diversa dalle speranze coltivate dai Padri Fondatori nel corso degli otto anni di guerra appena conclusi. Il nuovo governo nazionale era oberato dai debiti e l’economia paralizzata: lungi dal configurarsi come una nazione finalmente libera di commerciare e prosperare senza le pastoie imposte da Londra, gli Stati Uniti si trovavano più tosto esclusi dal network commerciale britannico e dai lucrosi mercati cui questo dava accesso. Particolarmente esiziale per gli operatori delle principali comunità mercantili come Boston, New York, Philadelphia e Baltimore, e per i produttori dell’entroterra che a questi si affidavano per la commercializzazione dei propri prodotti, si rivelò la perdita del mercato costituito dalle Indie Occidentali britanniche: un insieme di possedimenti che, dedicati com’erano alla monocoltura della canna da zucchero, e per tal motivo largamente incapaci di produrre tutto quanto necessario alla loro sussistenza - dalle derrate alimentari, al vestiario, ai materiali da costruzione - avevano sino al 1775 importato ingenti quantità di tali beni dalle Tredici Colonie continentali, segnandone la fortuna commerciale.
Onde evitare che la neonata repubblica venisse strangolata in culla - e che alla montante crisi economica facesse seguito la destabilizzazione politica - si imponeva come imprescindibile l’apertura ai commerci americani di nuovi mercati; a tal fine, già nel 1784, il Congresso aveva deciso di inviare in Europa Thomas Jefferson, John Adams e Benjamin Franklin come commissari di pace, in realtà ministri plenipotenziari con la facoltà di stringere trattati di amicizia e di commercio con le principali potenze europee. Non sorprende che primo obiettivo degli sforzi diplomatici statunitensi fosse la Francia, stante l’alleanza che la legava alla nuova repubblica in virtù della perdurante validità del Trattato franco-americano del 1778: nonostante la buona disposizione iniziale del Ministro degli Esteri Vergennes, e a dispetto degli sforzi di Jefferson per giungere a un accordo che avrebbe aperto al commercio americano le Indie Occidentali francesi, l’ostinata opposizione orchestrata dagli armatori francesi - che avrebbero visto sottrarsi importanti quote di mercato - portò al naufragio delle trattative. Al fallimento di Jefferson si aggiunse nell’arco di pochi mesi quello di Adams che, accolto nel maggio del 1785 come ministro plenipotenziario alla corte di St. James, poté solo constatare la decisione del nuovo gabinetto Pitt - al di là delle esibite professioni di stima – di rimandare sine die qualsiasi trattativa volta alla stipula di un accordo commerciale.
Con le due principali potenze economiche fuori gioco, era di necessità che i plenipotenziari statunitensi si rivolgessero agli attori minori: un trattato commerciale e di amicizia venne firmato con la Prussia già nel settembre del 1785; Austria e Portogallo si sarebbero aggiunti l’anno successivo. Ma il mercato di gran lunga più promettente per le merci statunitensi restava il bacino del Mediterraneo, ove già a due anni dal Trattato di Parigi operavano 100 bastimenti americani, esportando ogni anno 20.000 ton di zucchero, farina, riso, pesce salato e legno in cambio di vino, limoni, arance, fichi, oppio e olio d’oliva.
Assieme ai traffici mediterranei si imponeva però all’attenzione della diplomazia statunitense l’inedito problema costituito dalle reggenze barbaresche: Stati formalmente vassalli della Sublime Porta (e nei fatti dotati di grandissima autonomia) che si sostenevano in larga parte tramite gli introiti ricavati dalla guerra di corsa ai danni dei traffici cristiani. Le potenze europee si conducevano tradizionalmente nei confronti degli Stati barbareschi ricorrendo a una politica che alternava la deterrenza armata - e saltuarie operazioni di polizia marittima - al versamento di tributi onde comperare la protezione dei propri commerci: quest’ultima strada era di gran lunga la più battuta giacché, per quanto potessero essere esose le pretese dei bey nordafricani, esse rimanevano comunque inferiori agli ingenti investimenti necessari ad armare e mantenere sufficienti forze navali che incrociassero al largo di quelle coste. Stava ora a un nuovo attore internazionale come gli Stati Uniti scegliere se conformarsi a tale prassi, oppure imboccare la via della guerra.
Al riguardo conviene notare che Jefferson, come testimoniato dal suo epistolario, aveva maturato un atteggiamento recisamente ostile verso ogni forma di compromesso coi barbareschi sin dall’epoca in cui era ministro residente a Parigi: nessun riscatto per la liberazione dei prigionieri, nessun tributo per la protezione del commercio andava corrisposto. Si constata il delinearsi di tale posizione soprattutto nella lettura della corrispondenza con Adams e in contrapposizione agli orientamenti di quest’ultimo, incline invece a seguire l’usuale, pragmatica politica dei tributi. A tale linea Jefferson si sarebbe fedelmente attenuto sino all’insediamento alla presidenza nel 1801, sebbene costretto a battere vie politiche tortuose. Quantunque egli esprimesse già nel 1786 la volontà di armare una squadra navale che incrociasse al largo dei porti barbareschi, onde ottenere con la coercizione ciò che le cancellerie europee erano use a comperare, ancora in questa fase la sua divergenza di opinioni con Adams rimaneva di carattere prettamente filosofico: gli Stati Uniti non avevano una marina da guerra, e gli Articoli della Confederazione ratificati nel 1781 non attribuivano al governo federale sostanziali prerogative in materia fiscale tali da levare le contribuzioni necessarie ad armarne una. Stando così le cose, le ragioni a favore di un intervento militare, icasticamente espresse da Jefferson a Adams in una lettera dell’11 luglio 1786 (giustizia, onore, rispetto dell’Europa) erano destinate a rimanere lettera morta.
Il quadro politico sarebbe mutato radicalmente dopo l’entrata in vigore (nel 1789) della Carta costituzionale del 1787, con la quale si riconoscevano al Governo federale prerogative fiscali sostanziali, e tali da poter finanziare la costituzione di un esercito e di una marina permanenti. Allora, ironia della sorte, sarebbe stato però il Partito federalista di Adams, trascinato dall’incisiva campagna propagandistica organizzata da Alexander Hamilton (che nel saggio n. 11 di The Federalist aveva espressamente sostenuto la causa del potere navale come unico baluardo della ricchezza e dell’esistenza stessa della nazione) a ottenere l’approvazione, da parte del Congresso, del primo programma di costruzioni navali tale da gettare le fondamenta della U.S. Navy. L’Act to Provide a Naval Armament sarebbe passato il 10 marzo 1794 a dispetto della feroce opposizione del Partito repubblicano, che aveva proprio in Jefferson una riconosciuta guida carismatica e in James Madison un efficace leader di partito.
Ripugnavano ai repubblicani come Albert Gallatin, futuro Segretario del Tesoro nell’amministrazione Jefferson, le tasse che il governo avrebbe dovuto imporre per sostenere un pur modesto programma di riarmo, viste come causa dell’iniquo impoverimento dei cittadini e del dissesto delle finanze statali: non si poteva dimenticare la recente lezione francese, giacché il gravoso riarmo navale voluto da Luigi XVI - pur decisivo nel concorrere alla vittoria americana nella guerra di indipendenza - aveva contribuito altrettanto incisivamente al dissesto finanziario destinato a catalizzare la crisi politica che avrebbe condotto alla Rivoluzione. Ripugnava ancor più al Partito repubblicano la piena intelligenza dell’esempio inglese, per cui la Marina era realmente custode delle ricchezze della nazione: a tal segno da costituire potenziale puntello di eventuali ambizioni tiranniche nutrite da un forte governo centrale, la cui costruzione da parte dei federalisti era percepita dai jeffersoniani alla stregua di un attentato alle libertà individuali.
Eppure, proprio Jefferson si sarebbe servito nel modo più spregiudicato delle fregate tanto caldeggiate dai federalisti e osteggiate dai repubblicani. Frattanto, già a due anni dall’approvazione del Naval Act, l’amministrazione Adams riusciva a comporre i propri dissidi col dey di Algeri - il più potente dei governanti barbareschi - mediante il versamento di un enorme tributo pari a quasi un milione di dollari e alla costruzione di una fregata da 32 cannoni per la marina algerina. Con il venir meno di quest’ultima minaccia, nel febbraio del 1796, cadeva anche la principale raison d’être del programma navale: sarebbe seguita, mercé i buoni uffici del dey, anche la pace col bey di Tripoli (1796) e di Tunisi (1797), acquistate a prezzi ben più modesti. Nei successivi quattro anni Adams sarebbe riuscito a strappare un accordo commerciale ai britannici e, nel quadro di una rinnovata intesa con Londra, a utilizzare le tre fregate superstiti in una sciatta guerra non dichiarata con la Francia giacobina (non a caso passata alla storia come Quasi-War) che avrebbe avuto il merito di salvare i traffici statunitensi nelle Antille e il demerito di spaccare irrimediabilmente il partito federalista, vanificando ogni chance di rielezione.

