La materializzazione della presidenza imperiale
Il ritorno dell’impero americano nell’era di un Presidente che non riconosce più limiti istituzionali.

La regola fondamentale della politica attuale l’ha citata Marco Rubio nella conferenza stampa dopo la cattura di Maduro, mentre il Presidente sonnecchiava dietro di lui. “Quando Donald Trump dice una cosa, credetegli”. Nel giro di poche settimane infatti la seconda amministrazione Trump ha rimesso in moto forze politiche che sembravano sepolte. Non era solo retorica per la base su Truth Social. L’intervento spettacolare in Venezuela, con la cattura notturna di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi, non è stato soltanto un colpo di teatro geopolitico. È stato il segnale più evidente di un cambiamento ben più profondo: il ritorno esplicito a una logica imperiale unilaterale americana, dentro e fuori i confini nazionali.
Non si tratta di un episodio isolato, né di un gesto improvvisato. L’operazione in Venezuela si inserisce in una trasformazione istituzionale che procede da decenni e che oggi è giunta a maturazione: la progressiva metamorfosi della presidenza in un centro di potere quasi privo di contrappesi. L’espressione presidenza imperiale non è nuova. Il secondo dopoguerra cominciò a descrivere un pericolo insito nella struttura costituzionale americana: un esecutivo che agisce al di là di ogni controllo grazie all’esercizio di poteri emergenziali poco definiti nella Carta e all’arrivo di un esercito di agenzie federali nell’era post-New Deal. In questo sistema, l’esplosione della burocrazia federale, l’esistenza di istituzioni senza alcun controllo congressuale, come larga parte dell’Executive Office of the President (che comprende anche il National Security Council), l’ampio uso della segretezza nell’azione esecutiva soprattutto in politica estera. Ne deriva una Casa Bianca plebiscitaria, contenibile soltanto nel momento delle elezioni o tramite un impeachment.
Se negli anni Settanta la formula era un monito, è il post 11 settembre che l’ha trasformata in realtà politica quotidiana. Le presidenze Bush e Obama hanno visto un’ulteriore espansione dell’autorità federale, favorita dall’inerzia del Congresso e da una polarizzazione tale da rendere il potere legislativo quasi irrilevante. L’azione di Trump è paradossale in questo: perché per la prima volta la natura imperiale della presidenza non si materializza in un contesto di espansione della burocrazia e dello spettro di azione federale, ma al contrario, di contrazione in termini di numeri e contrappesi interni. La presidenza, dopo essersi sottratta progressivamente al controllo del Congresso, ha ripreso iniziativa anche sulle agenzie cui aveva delegato ampi poteri negli anni precedenti, e grazie alla decisione della Corte Suprema del 2024, oggi gode di una quasi totale immunità dall’azione giudiziaria. Non è un caso che molti repubblicani siano ossessionati dalla storia tardo-repubblicana romana, con la transizione verso una forma di governo imperiale. Nella loro mente la stanno rivivendo.
Trump si muove ormai dentro un quadro istituzionale che gli consente di fare quasi qualsiasi cosa purché rientri, anche lontanamente, nella categoria della sicurezza nazionale: dazi, militarizzazione interna, operazioni all’estero. Questa condizione di iper-presidenzialismo senza contrappesi consente una politica estera svincolata da limiti effettivi, una libertà operativa difficilmente immaginabile anche solo un decennio fa e a cui sarà difficile rinunciare in futuro.
In questo contesto, Trump ha riportato la politica estera americana allo spirito espansionista di fine Ottocento. Come nelle presidenze di McKinley e Roosevelt, la potenza economica diventa garanzia di sicurezza; il territorio riacquista centralità strategica; e gli Stati Uniti rivendicano una sorta di dovere civilizzatore verso i Paesi dell’emisfero occidentale. L’operazione in Venezuela e l’ossessione quasi grottesca per la Groenlandia non sono eccentricità: sono l’applicazione coerente di una visione in cui Washington esercita un diritto implicito di tutela e intervento regionale, che richiama da vicino l’era espansionista inaugurata nel 1898.
Quello fu l’anno anno della Guerra ispano‑americana, quando Washington abbatté ciò che rimaneva dell’impero spagnolo, occupò Cuba e acquisì Porto Rico, Guam e le Filippine, trasformandosi in una potenza coloniale. Come allora il presidente William McKinley giustificò l’annessione delle Filippine sostenendo che gli Stati Uniti dovessero “insegnare ai locali a governarsi”, così oggi Trump, dopo la cattura di Maduro, afferma che gli Stati Uniti “gestiranno il Venezuela” finché non sarà possibile una transizione “corretta”. I richiami a quell’epoca non sono solo retorici: nel 1898 la combinazione di espansione territoriale, protezione degli interessi economici e un’ideologia gerarchica e razziale della “civiltà” giustificò l’interventismo statunitense; allo stesso modo, l’attuale amministrazione interpreta la sicurezza nazionale in termini di ricchezza, geografia strategica e ordine civile, sostenendo interventi diretti in nome della stabilità regionale.
Per comprendere la natura del nuovo imperialismo trumpiano, è utile confrontarlo con l’interventismo dell’era Bush. Le guerre di allora — Afghanistan e soprattutto Iraq — furono presentate come azioni straordinarie e circoscritte, motivate da una combinazione di lotta al terrorismo, esportazione della democrazia e prevenzione delle minacce dell’islam politico. Anche nei momenti di massima assertività, l’amministrazione Bush si muoveva entro una cornice ideologica che riconosceva, almeno formalmente, la necessità di coinvolgere alleati, organismi internazionali e processi multilaterali. Era un interventismo muscolare, spesso unilaterale nella pratica, ma ancora incardinato in un linguaggio di legittimazione esterna: ricostruzione, nation building, stabilizzazione.
Il paradigma trumpiano è diverso. Qui non si tratta di esportare la democrazia o di prevenire minacce globali, ma di ridefinire direttamente i rapporti di sovranità come se gli Stati Uniti fossero in competizione per degli asset immobiliari. L’intervento in Venezuela non assomiglia all’Iraq, è l’applicazione di un principio diverso: gli Stati Uniti esercitano un diritto implicito di controllo sul proprio emisfero. Dove Bush cercava, almeno retoricamente, di “liberare” Paesi ostaggio di dittature o terroristi, Trump rivendica apertamente la possibilità di governare un Paese straniero fino alla sua “corretta” transizione — una logica che ricorda i protettorati del primo Novecento più che la dottrina neocon.
Paradossalmente, il ciclo imperiale del 1898 si svolse in un’epoca in cui la presidenza era molto meno potente di quella attuale. McKinley e Roosevelt agirono in un contesto istituzionale che imponeva un passaggio costante attraverso il Congresso, con una struttura decisionale ancora legata a logiche di divisione del potere ottocentesche. Anche l’intervento nelle Filippine nel 1899, pur presentato come scelta strategica, fu preceduto da dibattiti parlamentari accesi, voti serrati e compromessi politici che oggi sembrano fantascienza. Nel 2026, invece, Trump opera con un margine di manovra che nessuno dei presidenti di quell’epoca avrebbe potuto immaginare: una macchina esecutiva piegata, un Congresso indebolito, una Corte Suprema riluttante a fungere da contrappeso. È un paradosso storico: il presidente più apertamente “imperiale” della storia moderna può esserlo proprio perché governa dentro un assetto istituzionale che rende l’impero più facile di quanto non fosse a fine Ottocento.
Anche Bush operava ancora dentro un quadro istituzionale che prevedeva (spesso ignorati, ma comunque esistenti) controlli da parte del Congresso e del diritto internazionale, Trump agisce in un contesto in cui il presidente non ha più freni significativi in materia di sicurezza nazionale. L’interventismo di Bush era un’eccezione resa permanente; l’imperialismo di Trump è una normalità resa dottrina. Dove il primo parlava di esportare libertà, il secondo parla di esercitare sovranità.
La stessa postura si ritrova nel dossier Groenlandia. Il Segretario di Stato ha spiegato che gli Stati Uniti preferirebbero acquistare l’isola piuttosto che occuparla, pur non escludendo la forza. Trump l’ha definita cruciale per la sicurezza nazionale. L’Artico, come il Venezuela, diventa così un tassello della stessa strategia: un mosaico di aree considerate vitali che Washington intende controllare, anche a costo di scontrarsi con norme, alleati e consuetudini.
La brutalità della visione è sintetizzata dalle parole di Stephen Miller, uno dei principali strateghi della Casa Bianca: “Il mondo reale è governato dalla forza, dal potere”. È una frase che non rappresenta solo un momento di retorica, ma l’essenza di una politica estera che rifiuta la logica multilaterale e riporta il sistema internazionale alla competizione senza scrupoli tra potenze. Per la prima volta dopo decenni, gli Stati Uniti non cercano di modellare un ordine basato su regole, ma rivendicano apertamente la forza come fondamento della loro leadership regionale.
Nel discorso inaugurale del 2025 Trump ha proclamato che gli Stati Uniti torneranno a essere una “nazione in crescita”, destinata ad accumulare maggiore ricchezza, territorio e orizzonti. È una frase che non sarebbe stonata sulle labbra di William McKinley nel 1901. Ed è qui, forse, che si coglie il cuore della nuova stagione imperiale americana. Non si tratta di un episodio, ma di una visione coerente: potenza economica, dominio regionale, centralizzazione politica e un’idea gerarchica dell’ordine internazionale. Una visione che rianima categorie antiche e che rischia però, come allora, di intrappolare Washington in una rete di interventi e responsabilità regionali crescenti. Ma è una visione, prima di tutto, che sancisce un fatto: nell’America di Trump l’impero non è più una metafora. È un progetto.


