La maschera del potere
Dalla Mar-a-Lago face alla nostra ossessione per le immagini: il corpo delle donne come territorio politico, standardizzato, controllato, ostentato, e al centro dello sguardo.
“Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano”, scriveva Susan Sontag in uno dei suoi testi più famosi, Davanti al dolore degli altri (nottetempo, 2021).
E le immagini che abbiamo visto nel reportage dedicato alla Casa Bianca di Vanity Fair USA, firmate da Christopher Anderson, hanno creato un’ossessione, soprattutto intorno al corpo delle donne. A partire da quel primo piano sul volto della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt: il ritratto mette in risalto il trucco importante, la grana della pelle e i puntini sul bordo delle labbra (secondo alcuni la prova di iniezioni di filler). Sono i segni ostensivi della cosiddetta Mar-a-Lago face, di cui tanto si è discusso negli ultimi mesi del 2025.
Il nome è un richiamo esplicito a un luogo, la residenza di Donald Trump a Palm Beach. Descrive un cambiamento corporeo, un nuovo canone estetico che interessa le donne (e in parte anche gli uomini) del mondo MAGA: lineamenti marcati, zigomi voluminosi, sopracciglia evidenti e labbra mai abbastanza carnose. A questi si aggiungono la pelle abbronzata e i capelli lunghi e ondulati.
Le parti del corpo delle donne sono esagerate ed esasperate volutamente, dando vita a una sorta di maschera – un prosopon – in grado di esprimere solo alcune precise emozioni.
In un saggio di qualche anno fa, Good and Mad: The Revolutionary Power of Women’s Anger (Simon & Schuster, 2023), Rebecca Traister ci ricordava quanto il corpo delle donne sia in realtà un luogo di controllo: l’esercizio del potere riguarda certo la riproduzione e la sessualità, ma anche la gestione dell’aspetto estetico e dei comportamenti sociali. Trattare il corpo delle donne come territori, luoghi su cui ingaggiare battaglie ed erodere spazi (o, al contrario, espanderli a piacimento), significa negare il loro diritto di essere protagoniste. Un corpo che invece protesta, si ribella, si arrabbia è un corpo che sceglie di occupare uno spazio ben preciso, di allargarsi, di non essere contenuto e di andare dove vuole.
Negli ultimi anni stiamo assistendo a due tendenze opposte. Come nota Sarah Arencibia nel suo articolo How the Trump Administration’s Conservative Policies and Messaging Are Reshaping Body Image Standards for American Women, c’è un ritorno al culto della magrezza: i corpi perdono peso in fretta e diventano invisibili (basti pensare all’uso dell’Ozempic e alla sua narrazione sui social). Allo stesso tempo esiste, invece, i singoli tratti sono messi in evidenza con interventi di chirurgia estetica, marcandoli e “isolandoli” dal resto della persona: è il caso della Mar-a-Lago face. Secondo Brittany Wong (Mar-a-Lago Face Is About More Than Just Looks — It’s About Power), l’obiettivo non è tanto avvicinarsi a un canone, quanto piuttosto dimostrare la propria ricchezza e il proprio status sociale. Non si vuole cancellare l’età né ricercare un ipotetico ideale di bellezza, quanto piuttosto appartenere a un gruppo ristretto e dimostrarlo.
Nel caso della Mar-a-Lago face, i tratti vengono accentuati, in una sorta di evoluzione controllata e depotenziata della femme fatale. Se è vero che labbra carnose, trucco marcato, zigomi pronunciati, pelle senza segni d’invecchiamento e ciglia finte sono associati a un generico modello di donna seduttrice, nella Mar-a-Lago face non c’è traccia di alcun comportamento allusivo. Kimberly Guilfoyle, Kristi Noemi e la stessa Karoline Leavitt, non indossano la maschera della seduzione libera né quella della vamp: indossano piuttosto la maschera del potere contemporaneo.
Controllare – attraverso la chirurgia – e canonizzare – attraverso la standardizzazione – gli elementi del corpo femminile significa negarne la potenziale forza destabilizzatrice e creatrice. Nel suo saggio Arthur e Marilyn (1956) Edgar Morin parlava della figura di Marilyn Monroe e di come il cinema (riflesso della società americana) non potesse tollerare a lungo la figura della “vamp impura”, libera e manipolatrice. Fu così che questa venne fusa con l’altra immagine femminile esistente, la “vergine innocente”, per dare vita alla “good bad girl”: la donna seduttrice ma di buon cuore che nasconde la purezza dei sentimenti e di cui Marilyn Monroe è stata a lungo (e non senza soffrirne) l’emanazione diretta: “Siamo in un’epoca del cinema”, scrive Morin, “dove gli spettatori possono idolatrare le loro star, a patto che il loro adorabile corpo sia santificato da un’adorabile anima”.
La Mar-a-Lago face mostra invece come elementi iper-femminili o iper-sessualizzati possano esistere nella dimensione politica solo se sono controllati e racchiusi in una logica di riconoscimento ideologico o sociale. Si rischia, paradossalmente, di privare le donne del loro diritto di usare i propri corpi e di porre, ancora una volta, l’attenzione sul loro aspetto nel dibattito pubblico. L’ondata di ossessione, indignazione e disapprovazione rispetto ai volti alterati di queste donne ci costringe a riflettere sul sessismo. Come scrive Annarosa Buttarelli nella prefazione de Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni (nottetempo, 2019), il sessismo non consiste “nella discriminazione, come si crede comunemente, quanto piuttosto nella squalificazione, nel disprezzo, perfino nella ripugnanza suscitata dal pensiero delle donne”.



