La fine del Late Show è un simbolo della svolta autocratica degli Stati Uniti
L'ultima puntata del Late Show è stata una festa, un addio e un atto di resistenza culturale per un'amministrazione che cancella una parte di storia televisiva statunitense
Lo scorso luglio vi avevamo raccontato della cancellazione di The Late Show with Stephen Colbert da parte di CBS, il network parte del gruppo Paramount Skydance. Una decisione fatta passare come finanziaria, ma che nasconde in realtà un fastidioso retrogusto di censura verso un comico particolarmente critico dell’amministrazione, del suo Commander-in-chief, e del servilismo con cui la stessa CBS si è piegata alle pretese (monetarie) del Presidente.
Avevamo anche detto che questo è un fatto molto grave raccontandovi, lo scorso settembre, di una breve e combattuta cancellazione di un altro show, il Jimmy Kimmel Live, tornato per fortuna in onda dopo una vera onda indignata, una frustrazione partita proprio dalla cancellazione di Colbert.
Giovedì scorso, 21 maggio, dopo mesi in cui ci siamo goduti le ultime puntate di un programma con una storia più che trentennale, il Late Show ha chiuso con una puntata che sapeva di festa ma anche di amarezza; con frecciatine al network e comparsate di ospiti come Brian Cranston, Paul Rudd, Ryan Reynolds e Tim Meadows nascosti nel pubblico, intervenuti in brevi sketch insieme a Colbert, quasi a sparare gli ultimi colpi per regalarci gli ultimi attimi di genuina comicità.
L’ultima puntata di Colbert, però, ha voluto essere una cautionary tale: un avvertimento, una riflessione sul passato e sul potere che la censura esercita, così forte da cancellare ciò che è più nostro e simbolico. Come vi raccontavamo, il format del late night show è un fenomeno puramente americano. Un format preciso, con una storia e una tradizione che pesano così tanto da rendere questo chiodo di bara da parte di CBS triste, amaro e insopportabile.
Non è una cancellazione fine a sé stessa, ma un vuoto culturale. Colbert lo ha voluto ricordare, sottilmente, fin dall’introduzione dell’ultima puntata. In un buffo montaggio fa raccontare alle leggende del Late Show presenti e passate — Johnny Carson, Jay Leno, David Letterman, Arsenio Hall, Craig Ferguson, Jimmy Kimmel, Jon Stewart e altri — quanto non vedessero l’ora che Colbert se ne andasse, con una serie di insulti. Come a ricordare a tutti il peso di una perdita del genere.
Tutta l’ultima puntata, appunto, è carica di simbolismo, a partire dall’ultimo ospite designato, Paul McCartney, l’ex bassista dei Beatles. Anche con questa scelta, che ci viene fatta passare come del tutto casuale, Colbert vuole lasciarci una lezione di storia. Era il 1964 quando Ed Sullivan, leggendario presentatore di un late night intitolato The Ed Sullivan Show, ospitava nello stesso teatro che oggi porta il suo nome i Beatles, l’ariete da sfondamento della British invasion nella musica statunitense, per la primissima volta negli Stati Uniti. Sessantadue anni dopo McCartney era lì, seduto, a ricordare con Colbert, un po’ buffamente, quel momento storico. Perché è importante? Perché il Late Night Show di Letterman prima e quello di Colbert poi erano ospitati nell’Ed Sullivan Theater da trentatré anni. Come per dire: lo vedi, CBS, cosa stai cancellando?
Forse il simbolo più intenso, che deve rimanere impresso, è quello del wormhole. All’improvviso, a metà puntata, un portale verde degno di una puntata di Rick & Morty appare nel backstage dello show. Colbert si trova davanti al portale per essere raggiunto dall’astrofisico Neil Degrasse Tyson, che gli spiega, come in una puntata del suo Cosmos, che il portale è stato creato da due realtà in conflitto: uno show numero uno tra i late night (quello di Colbert) è stato però cancellato. “La tua cancellazione ha creato una spaccatura nel continuum commedia-varietà-talk. Se crescesse, tutti i late night potrebbero essere distrutti”, spiega Tyson. Ed è proprio questo il punto.
Per quanto lo ignoriamo, il wormhole creato dal caso di Colbert arriverà a prendersi tutti prima o poi, in questa America sotto Donald Trump. Non prendiamoci in giro. Il video fatto con l’IA pubblicato proprio dal Presidente, che lo ritrae mentre lancia Colbert in un bidone della spazzatura, è eloquente. Se la cancellazione di Colbert era “puramente finanziaria”, perché Trump sta festeggiando auspicandosi la fine anche degli altri late show rimasti?
Colbert non ha voluto lasciarci arrabbiati e abbattuti: risucchiato dal wormhole insieme a tutto l’Ed Sullivan Theater, si ritrova in una stanza buia con Elvis Costello, Jon Batiste (precedente leader della band del Late Show) e Louis Cato (il leader attuale) a cantare, e poi magicamente di nuovo all’Ed Sullivan Theater, con McCartney in un’esibizione sulle note di Hello, Goodbye dei Fab Four di Liverpool, per ridarci un po’ di speranza. “You say goodbye, but I say hello”: un modo per dirci di non perderci d’animo e non dimenticarci del Late Show, tenendo vivo l’ottimismo per momenti migliori. Nel mentre, Colbert spegne le luci, l’Ed Sullivan Theater viene risucchiato nel wormhole e ne rimane solo una palla di vetro con la neve — un ricordo, un souvenir.
Lo slot di Colbert è stato acquistato dal magnate dei media Byron Allen con il suo Comic Unleashed, che prima andava in onda dopo il Late Show. Comic Unleashed sarà del tutto a spese di Allen e con comici che non parleranno di politica. Questo è ciò che la CBS di Bari Weiss vuole: profitti immediati (secondo il network) e nessuna spina nel fianco.
Quello che succederà da oggi è abbastanza prevedibile: ci saranno altre cancellazioni, con Trump che gongola con il dito su qualche prompt di un’IA generativa. Quello che vogliamo sperare, in realtà, è che un giorno il format del late night ritorni, più forte di prima. Non con Colbert, che nel frattempo è andato a divertirsi in Michigan a registrare una puntata su una tv pubblica di Monroe con Jack White degli White Stripes e l’attore Jeff Daniels. Magari con un Jordan Klepper o un Michael Kosta, o altri nuovi volti, che tengono la comicità americana alta, facendosi beffe del potere e dei suoi capricci, sfidando la censura per amore del Primo Emendamento.
E il mio saluto personale va a un grande come Stephen Colbert, di cui sono una fan dai tempi del Colbert Report sul Daily Show, con una citazione dall’adattamento cinematografico di Il Signore degli Anelli, il suo libro preferito (di cui ha una conoscenza enciclopedica) e del suo personaggio preferito, l’hobbit Samwise Gamgee, alla fine de Le Due Torri.
“È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare: arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa”.
“Noi a cosa siamo aggrappati, Sam?”.
“C’è del buono in questo mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo”.



