La crisi libanese vista da New York

Mentre il Libano affronta una delle peggiori crisi economiche della storia, i libanesi-americani si organizzano per dare supporto al loro Paese d'origine.

La sera del 4 agosto 2021, una folla di circa 300 persone si è radunata sotto l’arco marmoreo di Washington Square Park, nel centro di Manhattan. Alla luce di decine di candele, sventolando bandiere rosse e bianche con un cedro verde nel mezzo, hanno intonato l’inno nazionale del loro Paese d’origine, il Libano

Fra loro c’era Elias Diab, 17 anni e una maglietta con la stampa “Eternal Dreamer, “eterno sognatore”. Nonostante la giovane età, Diab ha parlato con sicurezza di fronte alla folla.

“L’anno scorso, un sedicenne come me ha perso la vita durante l’esplosione. Il suo nome era Elias. Con lui condivido non solo il nome, ma anche le stesse aspirazioni, gli stessi sogni. La sua vita e il modo in cui è stata portata via mi hanno colpito profondamente. Oggi, siamo tutti Elias. Oggi, siamo qui per combattere insieme al nostro Paese,” ha detto.

L’esplosione di cui parlava Diab è quella che aveva colpito un palazzo nel porto di Beirut esattamente un anno prima, il 4 agosto 2020, costando la vita a oltre duecento persone e ferendone settemila. Secondo il governatore della città, circa trecentomila persone – i due terzi della popolazione – sono rimaste senza dimora dopo il disastro. 

L’esplosione ha esacerbato una crisi politica ed economica che già da due anni sta mettendo la popolazione libanese a dura prova. Secondo le statistiche della Banca Mondiale, il Paese starebbe affrontando una delle tre peggiori crisi economiche del mondo degli ultimi 150 anni. Nell’ultimo anno, la valuta locale ha perso oltre il 90% del suo valore, mentre la popolazione fa i conti con carenza di carburante, elettricità, cibo e medicinali.

Mentre i presenti alla commemorazione a New York si danno il cambio su un palco improvvisato, parlando a cuore aperto della sofferenza e del dolore dei propri concittadini, in parte in inglese, in parte in arabo, diventa sempre più chiaro che la stragrande maggioranza di loro non era presente a Beirut il giorno dell’esplosione. Tanti sono giovani, hanno vent’anni o poco più, e non sono nati in Libano o hanno lasciato il loro Paese d’origine da tempo. 

Quando parlano di sé, i libanesi-americani si descrivono come membri della diaspora. Secondo un censimento del 2015, circa 150.000 immigrati libanesi vivono negli Stati Uniti, il quarto Paese con più libanesi al mondo, dopo Brasile, Argentina e Colombia. Mentre descrivono il Paese lasciato indietro, i loro occhi brillano di orgoglio. Il legame con la loro terra è viscerale. È una forma di devozione.

Nel frattempo, sui social media, i libanesi che vivono in America rimangono in contatto costante con coloro che affrontano la crisi di persona. Gli stessi commenti risuonano ovunque: è una tragedia, non si è mai visto nulla di simile, siamo esausti, vogliamo andare via. Mentre leggono delle difficoltà dei loro connazionali, i libanesi-americani si organizzano per fornire supporto.

Su Facebook e Instagram, gruppi e pagine per membri della diaspora pullulano di post in cui si scambiano beni di prima necessità. Coloro che si preparano a viaggiare in Libano offrono di portare con sé medicinali, pannolini, omogeneizzati, indumenti.

Ci sono pagine social per i libanesi disseminati in tutto il Paese, da Lebanese Club of New York a Lebanese Club of San Francisco. Da un capo all’altro della nazione, i libanesi-americani si incoraggiano a vicenda a visitare il Paese, a spendere i loro dollari in Libano e incentivare il risollevamento dell’economia. Alcuni gruppi organizzano discussioni e conferenze online, per sensibilizzare riguardo alla situazione. Altri si propongono di creare opportunità di lavoro, assumendo coloro che sono rimasti in Libano in modalità smart working.

Esistono decine di organizzazioni non governative americane a supporto del Libano. Una delle più importanti è SEAL (Social and Economic Action for Lebanon), che opera dal 1997 a New York. Grazie alle donazioni di migliaia di libanesi-americani, nel corso di 25 anni l’organizzazione ha realizzato progetti per sostenere l’agricoltura e la piccola industria, e per fornire una migliore istruzione ai giovani che abitano nelle aree rurali del Paese.

Questa volta, però, coordinare gli aiuti dagli Stati Uniti non è stato sufficiente. La direttrice esecutiva, Norma Haddad, è partita per Beirut quando si è resa conto che la crisi economica continuava a peggiorare. “Non potevo stare a guardare dall’America,” racconta Haddad. “Ho preferito portare SEAL sul campo.”

Haddad si sposta di cittadina in cittadina, di villaggio in villaggio, cercando di capire quali settori abbiano maggior bisogno di investimento. Nonostante sia lei stessa parte della diaspora, Haddad crede fermamente nel potenziale del suo Paese d’origine, e intende utilizzare le risorse che ha acquisito in America a supporto del Libano. E non è la sola.

“Quello che sta succedendo è incredibile,” racconta. L’aeroporto di Beirut è pieno, i libanesi-americani arrivano a frotte per spendere i propri dollari e sostenere il turismo e l’economia. Nel frattempo, chi è rimasto in Libano vuole scappare, raggiungere i propri familiari sparsi per il mondo, cercare un futuro migliore. Il Libano è una lama a doppio taglio, i libanesi divisi tra una devozione profonda e la consapevolezza dolceamara che la vita nel Paese è segnata da corruzione e instabilità economica.

Intanto, per chi non può viaggiare nel Paese, fornire supporto dagli States non è mai stato così facile. Julie Lattouf, consulente finanziaria per professione, filantropa per vocazione, rappresenta appieno questo fenomeno. “Con il COVID, la gente si è abituata a vivere e lavorare da remoto,” racconta la giovane. “È molto facile creare rapporti positivi e aiutare, anche se ci si trova ai capi opposti del mondo.”

Da alcuni anni, Lattouf partecipa a diverse iniziative a supporto del Libano dalla sua città di adozione, Boston. Ha contribuito alla fondazione di una organizzazione non-profit, 100 American Lebanese Who Care, che raccoglie donazioni di libanesi-americani e li reindirizza a campagne umanitarie in Libano. 

Nel frattempo, si sta occupando di creare una propria startup, una piattaforma per permettere ai membri della diaspora libanese nel mondo di mettersi in contatto, socializzare, trovare opportunità di lavoro e, magari, dei partner nella vita. “Nonostante io abbia vissuto tutta la vita negli Stati Uniti, vorrei che il mio futuro compagno fosse di origine libanese. Non penso che potrei condividere il mio stile di vita e i miei valori con una persona non libanese,” dice Lattouf. Per creare questo diaspora-network, Lattouf ha assunto designer e sviluppatori in Libano, così da sostenere l’economia del suo Paese natale.

Per Lattouf, gli sforzi dei libanesi-americani sono cruciali per supportare un Paese segnato da decenni di crisi, povertà e instabilità politica. “La crisi che ha colpito il Libano è davvero terribile,” continua Lattouf. “Ma è importante ricordare che senza i membri della diaspora, migliaia di persone in Libano non sarebbero sopravvissute. Il nostro supporto è vitale, ed è una nostra responsabilità e un dovere continuare a fornirlo.”

A Washington Square Park, i membri della diaspora di New York discutono di possibilità future per aiutare il Paese. Elias Diab sogna di tornare in Libano e fondare una propria centrale solare. Nel frattempo, si ripromette di mettere a frutto l’energia dei suoi diciassette anni, e contribuire agli sforzi di sensibilizzazione con i presenti.

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