
Per qualche giorno, Donald Trump ha sperimentato una situazione piuttosto insolita per un uomo che ha costruito buona parte della propria fortuna politica sulla capacità di attirare telecamere. Il 18 settembre il presidente aveva annunciato che CNN, MS NOW e Politico non avrebbero più avuto accesso alla Casa Bianca. La ragione era la loro linea editoriale, giudicata falsa e ossessivamente negativa. “C’è qualcosa che non va in un Paese che permette alle persone di scrivere storie volutamente negative”, ha spiegato Trump su Truth Social. Trump ha aggiungo che sarebbero stati liberi di continuare a farlo, se avessero voluto, ma che lui non era tenuto a lasciarli entrare «into my... into the people’s house».
Il lapsus è rivelatorio. La Casa Bianca è naturalmente la people’s house, non la casa privata del Presidente. Il fatto che Trump faccia fatica a digerire il concetto dice però molto della controversia scoppiata nei giorni successivi. Quella che Trump presentava come una questione personale si è trasformata in fretta in un dibattito sulle prerogative della presidenza, sulla libertà di stampa e sul due process.
La risposta dei media, intanto, è stata probabilmente diversa da quella che il Presidente si aspettava. ABC, CBS, CNN, Fox e NBC, le cinque televisioni che gestiscono a rotazione la copertura non-stop delle attività presidenziali, hanno sospeso le loro trasmissioni in solidarietà con le testate escluse. Il risultato si è visto già la settimana scorsa, durante l’inaugurazione di una nuova piazzola per elicotteri nel South Lawn: niente telecamere dei grandi network, immagini prodotte dalla Casa Bianca e da emittenti minori e un audio che riusciva a malapena a coprire il rumore del Marine One.
La Casa Bianca ha cercato nello stesso tempo di rafforzare la propria comunicazione diretta promuovendo Trump TV, un canale streaming di contenuti prodotti dall’amministrazione. Poi, nella notte tra il 23 e il 24 settembre, è intervenuto un terzo attore. Timothy Kelly, giudice federale nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha ordinato alla Casa Bianca di restituire gli accrediti ai giornalisti delle tre testate sospese, almeno per quattordici giorni. Kelly non ha per ora deciso in merito alla questione più ampia relativa al First Amendment. La misura cautelare riguarda il due process: secondo il giudice, mancherebbero le necessarie garanzie procedurali dietro questa decisione. Kelly si è inoltre mostrato scettico sulla sicurezza nazionale invocata in seguito dall’amministrazione come giustificazione, osservando che non era questa la motivazione fornita dal Presidente quando aveva bandito le emittenti televisive.
Sarebbe facile raccontare tutto questo come l’ennesimo capitolo della guerra di Trump contro la stampa. Dopotutto, i Presidenti americani litigano con i giornali da quando esistono gli Stati Uniti. Thomas Jefferson, al quale si devono alcune delle più celebri difese della libertà di stampa della storia americana, non aveva un rapporto idilliaco con i giornali che parlavano male di lui. Sarebbe del resto anacronistico aspettarselo. La stampa di allora non aspirava neanche idealmente al moderno standard professionale di indipendenza politica: giornali e partiti erano strettamente intrecciati e il National Intelligencer, fondato a Washington nel 1800, divenne uno degli strumenti attraverso cui la nuova maggioranza jeffersoniana poté comunicare le proprie idee e il proprio programma politico.
Neppure parlare direttamente agli americani, sottraendosi almeno in parte alla mediazione giornalistica, è un’invenzione di Trump. Franklin D. Roosevelt trovò nella radio uno strumento capace di portare la voce della presidenza nelle case di milioni di cittadini. I fireside chats gli consentivano di parlare al Paese senza che il messaggio dovesse prima passare attraverso la selezione e l’interpretazione dei quotidiani. Eppure, questo rapporto diretto coesisteva con quello con la stampa: Roosevelt tenne quasi mille conferenze stampa durante i suoi dodici anni alla Casa Bianca.
Il precedente più ovvio per Trump rimane Richard Nixon. La sua amministrazione trasformò l’accusa di ostilità ed elitismo rivolta ai grandi media in un’arma politica, soprattutto attraverso gli attacchi pubblici del Vicepresidente Spiro Agnew. E il conflitto non rimase sempre sul terreno della retorica. Durante lo scandalo Watergate, la società proprietaria del Washington Post dovette fronteggiare minacce di ritiro delle licenze di due proprie stazioni televisive. La giornalista Katharine Graham ricordò poi questa come una tra le forme di pressione più efficaci subite dal gruppo.
I conflitti tra Nixon e la stampa riguardavano alcune delle grandi questioni costituzionali del tempo: sicurezza nazionale, Vietnam, segretezza dell’attività di governo. Potevano degenerare in abusi di potere e vendette personali, ma si svolgevano al tempo stesso nel contesto di un conflitto strutturale di lungo periodo sui limiti dell’autorità presidenziale.
Con Trump sembra accadere qualcosa di diverso. Questioni costituzionali altrettanto complesse vengono evocate con sorprendente frequenza in battaglie molto più piccole e personali, senza un’apparente strategia più ampia. Il problema per il Presidente non è tanto la tensione costituzionale tra attività esecutiva e diritto di copertura mediatica, ma la costante frustrazione nel non riuscire a controllare sempre la narrazione di sé come invece gli riusciva fare ai tempi di The Bachelor. Tocca poi ai suoi legali rielaborare questa frustrazione in termini di diritto costituzionale creando, all’apparenza quasi per caso, le condizioni per mettere in discussione molti assiomi dati fino ad ora per scontati. Trump e il suo ego assomigliano così ad un elefante in una cristalleria dagli equilibri precari.
Nel 2018, dopo un acceso scambio tra Trump e il corrispondente CNN Jim Acosta durante una conferenza stampa, la Casa Bianca gli ritirò l’accredito. La controversia finì davanti a un tribunale federale e costrinse il giudice a stabilire quali garanzie costituzionali limitassero il potere della presidenza di revocare un hard pass. Già allora a pronunciarsi fu Timothy Kelly, che ordinò il ripristino temporaneo dell’accredito perché Acosta non aveva ricevuto un preavviso adeguato né una possibilità effettiva di contestare la decisione.
Kelly non partiva dal nulla. Nel 1977, in Sherrill v. Knight, la Corte d’Appello del District of Columbia aveva affrontato il caso di Robert Sherrill, corrispondente di The Nation, al quale era stato negato un press pass sulla base di una valutazione del Secret Service. La Corte stabilì che l’accesso consentito attraverso il sistema degli accrediti non poteva essere negato arbitrariamente, imponendo alcune garanzie procedurali: comunicazione delle ragioni, possibilità di replica e decisione scritta. Era, in sostanza, un tentativo di trasformare una prerogativa discrezionale in una procedura regolata da criteri impersonali.
È forse questo il tratto più significativo della questione. Il costituzionalismo tenta per sua natura di rendere impersonale l’esercizio del potere: regole, procedure e competenze servono anche a distinguere un’istituzione da chi temporaneamente la occupa. Nella concezione populista della presidenza incarnata da Trump, questa distinzione tende invece a restringersi in continuazione.
Un altro episodio simile si era verificato a febbraio 2025. Associated Press era stata esclusa da alcuni spazi ed eventi presidenziali dopo avere rifiutato di adottare nel proprio stile editoriale la dicitura Gulf of America al posto di Gulf of Mexico. Da una disputa in apparenza insignificante sulle scelte linguistiche di un’agenzia di stampa è nata così una controversia che ha costretto i tribunali a interrogarsi su quanto potere abbia il Presidente nel selezionare i giornalisti ammessi nell’Oval Office e su Air Force One. Nel giugno 2025 la D.C. Circuit, pronunciandosi cautelarmente e non ancora in via definitiva sul merito, ha riconosciuto alla Casa Bianca una probabile discrezionalità più ampia negli spazi ristretti della West Wing, distinguendoli da ambienti più accessibili alla stampa come la East Room.
Adesso, la stessa dinamica si ripete su una scala maggiore. Il fastidio personale di Trump per la copertura di CNN, MS NOW e Politico ha prodotto una controversia sul Primo e sul Quinto Emendamento. La Casa Bianca ha opposto una giustificazione di sicurezza nazionale che Kelly ha trovato, almeno in questa fase, poco sostenuta dai fatti. E davanti al tribunale il governo è arrivato a contestare proprio Sherrill, sostenendo che il precedente del 1977 sia stato deciso erroneamente.
Nella visione proposta dai legali della Casa Bianca, la critica rivolta al Presidente può diventare ostilità alla presidenza; una copertura negativa può trasformarsi in una minaccia al Paese. La discrezionalità che l’esecutivo possiede per proteggere determinati spazi diventa il preteso diritto del Presidente di scegliere chi meriti di entrarvi. Non è un dettaglio che, per spiegare il divieto, Trump abbia parlato inizialmente della Casa Bianca come “my house”.
A separare le due espressioni ci sono soltanto poche parole. Ma dentro quel lapsus sta buona parte del problema. Per quasi cinquant’anni, da Sherrill in poi, la giurisprudenza ha cercato di sottrarre l’accesso alla presidenza all’arbitrio personale, senza naturalmente cancellare le prerogative e le necessità di sicurezza dell’esecutivo. La battaglia dell’amministrazione Trump sembra muoversi nella direzione opposta: riportare almeno una parte di quelle decisioni alla discrezionalità della persona che occupa l’Oval Office, al solo fine di servire gli istinti narcisistici del suo occupante, senza riguardo per le conseguenze.
Tra “my house” e “the people’s house”, insomma, corre una distanza molto breve nel linguaggio di Trump. Ma per la storia costituzionale americana e il futuro della democrazia la distinzione è cruciale.


