Intervista: il Corpo del Capo come campo di battaglia politico
Chiacchierata con il medico e storico della medicina Francesco Maria Galassi sui sospetti che circondano la salute di Donald Trump
Un livido mal coperto dal fondotinta, una mano che si appoggia al podio in cerca di sostegno, la voce sempre più spesso roca, una pennichella durante un evento pubblico: nella politica iper-mediatizzata di oggi, il corpo del leader diventa un testo da decifrare, spesso con più zelo ideologico (e wishful thinking) che rigore analitico. È accaduto in passato, accade oggi e accade soprattutto quando la polarizzazione trasforma ogni dettaglio fisico in una prova indiziaria, buona per confermare convinzioni già formate. Nel caso di Donald Trump, questa dinamica ha assunto i contorni di un dibattito permanente, in cui i sospetti sullo stato di salute si intrecciano agli obiettivi politici.
Ma cosa dice la medicina di fronte a questi segnali? Quanto è fondato collegare un’ecchimosi a una patologia grave, o un passo incerto a un declino cognitivo? Soprattutto, quali rischi si corrono quando il linguaggio clinico viene piegato a fini polemici, fino ad assolvere o condannare leader sulla base di frammenti visivi?
Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Francesco Maria Galassi, medico, antropologo e storico della medicina, tra i massimi esperti internazionali di paleopatologia e di studio delle malattie nel tempo. Con lui abbiamo provato a riportare la discussione su un terreno più solido, distinguendo tra ciò che è clinicamente valutabile e ciò che appartiene alla percezione soggettiva.
È comune che i lividi o piccoli segni cutanei diventino fonte di teorie sulla salute dei leader. Dal punto di vista medico, quanto è fondato collegare un livido a una patologia seria?
«La medicina non trae in modo univoco né con assoluta certezza la prova di una patologia grave da un’ecchimosi (il comune livido), neppure quando questa appaia estesa o vistosa. Un segno cutaneo, anche se evidente allo sguardo, rimane clinicamente indeterminato finché non venga ricondotto a un quadro più ampio, costruito sull’anamnesi, sulla distribuzione dei segni, sulla loro evoluzione nel tempo e sull’eventuale presenza di manifestazioni sistemiche».
Da storico della medicina, ci sono casi celebri in cui dettagli apparentemente minimi sul corpo di un leader furono interpretati – a torto o a ragione – come segnali di declino politico?
«La storia mostra che segni corporei apparentemente minimi possono assumere un peso politico decisivo. Nel caso di Woodrow Wilson (1856–1924), ventottesimo presidente degli Stati Uniti, segnali inizialmente sottovalutati precedettero l’ictus del 1919 che ne compromise l’azione politica. Con Franklin D. Roosevelt (1882–1945), trentaduesimo presidente degli Stati Uniti, la disabilità motoria causata dalla poliomielite fu invece occultata per evitare che fosse letta come declino dell’autorità. Per Leonid Brežnev (1906–1982), segretario generale del Partito comunista sovietico, voce e gesti divennero icone pubbliche di decadenza, trasformando il corpo in linguaggio politico».
Alcuni video mostrano Trump con passo incerto o mentre si aggrappa al podio. Da un punto di vista medico, quanto possono essere significativi questi episodi e quanto invece rischiano di essere letti in maniera distorta?
«Dal punto di vista medico, brevi momenti di passo incerto o di appoggio al podio, colti in singoli video, restano segnali poco specifici e non permettono conclusioni diagnostiche affidabili. L’andatura e l’equilibrio possono variare per ragioni comuni, come stanchezza, postura, terreno irregolare, calzature o semplice contesto ambientale. In ambito clinico, eventuali disturbi neurologici o muscolari si valutano sulla base di osservazioni ripetute, test mirati e visita diretta, non di brevi clip estrapolate. Attribuire a questi episodi un significato patologico riflette spesso una sovrainterpretazione mediatica, più che un reale fondamento medico».
Quanto è prudente trarre conclusioni da questi dettagli? Potrebbero avere spiegazioni banali, ma perché diventano immediatamente terreno di speculazione?
«Trarre conclusioni cliniche da lividi a mani o avambracci è metodologicamente fragile, perché segni di questo tipo hanno spesso spiegazioni banali. Diventano subito oggetto di speculazione, perché il corpo del leader, iper-esposto, viene letto come metafora politica più che come realtà clinica».
I sostenitori di Trump minimizzano, mentre gli oppositori vedono in questi indizi e negli episodi pubblici la prova di condizioni più gravi. Come si colloca la medicina in questo campo di battaglia politico?
«La salute è storicamente un terreno di scontro politico: la debolezza del corpo, reale o presunta, certificata o solo rappresentata, è da sempre usata per colpire l’avversario e minarne l’autorevolezza. Il corpo del leader diventa così un simbolo politico, su cui si proiettano paure, sospetti e narrazioni di decadenza. Non a caso, già nella campagna elettorale del 2016 Trump ironizzò sulla salute di Hillary Clinton e di altri oppositori, facendo della fragilità fisica un’arma retorica. Questa dinamica mostra come il discorso sulla salute si ripercuota sull’idea stessa di leadership, sul partito e sulla sua legittimità politica».
Che rischi ci sono nel trasformare piccoli dettagli fisici in “prove” di un declino, senza verifiche mediche reali?
«Il rischio principale è scambiare l’aneddoto per evidenza, costruendo narrazioni di declino su segnali clinicamente irrilevanti. Così si medicalizza la politica e il risultato è una distorsione del giudizio pubblico, che sposta l’attenzione dalle responsabilità politiche a presunte fragilità fisiche».
Si è discusso inoltre della voce roca e di colpi di tosse durante i discorsi, nonché del disordine mentale mostrato in alcuni comizi. Dal punto di vista clinico, in questo caso come si può distinguere tra segnali reali di malattia e semplici sintomi passeggeri?
«Voce roca e colpi di tosse sono sintomi estremamente comuni e spesso transitori, legati a infezioni banali, affaticamento vocale o condizioni ambientali. Anche presunti disordini nel linguaggio o nel comportamento, se osservati episodicamente, non hanno valore diagnostico.
La differenza tra un vero segnale di malattia e un disturbo passeggero emerge solo col tempo, osservando se i segni persistano, si ripetano o si aggravino in modo coerente. Fermarsi a singoli episodi colti in pubblico porta, invece, facilmente a letture forzate, che rispondono più alle logiche mediatiche che a una reale valutazione clinica».
Nel 2016 Hillary Clinton fu filmata mentre barcollava, e quell’immagine fu usata come arma politica. Oggi i lividi di Trump sembrano avere lo stesso destino: diventare icone virali. Come giudica questo parallelismo?
«Chi fa della patologia un oggetto di irrisione, finisce spesso per soccombere alla stessa arma simbolica; perché nel discorso politico il corpo deriso ritorna, prima o poi, come specchio e come giudizio».
In Russia le voci sui problemi di salute di Putin vengono negate con forza; negli Stati Uniti, invece, quelle su Trump diventano oggetto di discussione pubblica. Che differenza culturale rivela questo contrasto?
«Il contrasto rivela due culture politiche opposte del corpo del potere. In Russia, le voci sulla salute di Vladimir Putin vengono sistematicamente negate dal Cremlino e le ipotesi circolate negli anni (Parkinson, tumori, ictus, uso di sosia) sono state più volte ricondotte a rumors non verificabili, spesso nati da fonti anonime o da letture forzate di singoli video. Anche la cosiddetta camminata asimmetrica è stata spiegata da osservatori e analisti come uno stile appreso nell’ambito del KGB, non già come segno neurologico. Negli Stati Uniti, al contrario, la salute dei leader diventa oggetto di discussione pubblica, alimentata da media, social e polarizzazione politica: i lividi o la particolare gestualità di Donald Trump entrano subito nel dibattito politico. Personalmente, sulla base dei materiali disponibili, resto scettico sull’esistenza di una patologia reale (o addirittura terminale) di Putin: senza esame diretto, ogni valutazione è, però, inevitabilmente preliminare e fragile. Ma soprattutto, è concettualmente errato usare, a livello politico e storiografico, sia in senso critico sia in senso apologetico, la patologia di un leader per spiegare decisioni ultime quali l’invasione di un Paese: quelle sono scelte politiche e strategiche foriere di lutti per le nazioni, ma non il mero prodotto di una (presunta) condizione neuropsichiatrica. Attribuirle alla sola malattia significa spostare la responsabilità dal piano politico a quello biologico, ossia commettere il grave errore di “biologizzare” la storia, con una semplificazione che la storia insegna essere pericolosa».
E per quanto riguarda Trump, come sta? Ci sono elementi per sospettare un cattivo stato di salute o un declino cognitivo?
«Non ci sono elementi medici certi per dire che Trump stia male o soffra di un declino cognitivo. L’unico dato noto riguarda una condizione vascolare comune, l’insufficienza venosa cronica, compatibile con l’età. Il resto nasce da immagini e video isolati, facili da sovrainterpretare. Oggi, più che di malattia, appare più ragionevole parlare di normali fragilità legate all’età».




