Alle porte dell’autunno, negli Stati Uniti si comincia a respirare aria di Halloween. Ma non solo. Il Paese si prepara ad affrontare uno dei primi grandi banchi di prova del secondo mandato presidenziale.
Il 3 novembre si terranno infatti le elezioni di metà mandato, conosciute come midterm elections. Un appuntamento che, storicamente, finisce per trasformarsi anche in misuratore del consenso nei confronti del Presidente in carica e della sua amministrazione.
Alle urne si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e circa un terzo dei seggi del Senato. Nella maggior parte degli Stati, gli elettori saranno inoltre chiamati a scegliere il Governatore e a rinnovare le legislature statali.
Le elezioni di metà mandato decidono chi potrà approvare le leggi, bloccarle, dare il via libera alla nomina dei giudici e avviare indagini.
Ma dietro la partita per il controllo del Congresso ci sono, prima ancora che numeri e maggioranze, i volti delle persone che si contendono quei seggi: candidati diversi per storia personale, appartenenza politica e, non da ultimo, fede religiosa. Negli Stati Uniti, infatti, religione e politica hanno storicamente mantenuto un rapporto molto più stretto di quanto avvenga nella maggior parte delle democrazie occidentali. Il periodo MAGA ha riportato la fede al centro del dibattito politico, intrecciandola sempre più con l’identità del movimento e con la figura di Donald Trump, che ha più volte interpretato la propria sopravvivenza e il proprio ritorno alla Casa Bianca in termini di protezione e disegno divino. In un Paese dove il voto religioso torna a rappresentare una componente importante dell’elettorato, capire in cosa credono — in senso letterale — coloro che aspirano a rappresentarlo può raccontare qualcosa in più delle loro semplici posizioni politiche.
Uno dei nomi più discussi tra le fila del Partito Democratico è quello di James Talarico, che ha vinto le primarie del partito in Texas e si prepara ora a sfidare Ken Paxton, candidato repubblicano sostenuto da Donald Trump.
La sua visione di “freedom, family, and faith” ribalta lo slogan che Paxton e il senatore uscente John Cornyn usano da anni. Critica i suoi avversari che predicano libertà, famiglia e fede, Talarico critica i suoi avversari che predicano libertà, famiglia e fede, ma che, a suo giudizio, limitano nei fatti le libertà civili, votano contro il congedo parentale retribuito e utilizzano la religione come strumento per attaccare il prossimo.
Dietro questa posizione c’è una fede dichiarata e profondamente legata alla sua idea di politica. Talarico è presbiteriano e sta studiando per diventare pastore: un percorso che lo porta a intrecciare esplicitamente la propria formazione religiosa con quella politica. «La mia fede in Gesù mi porta a rifiutare il Christian nationalism e a impegnarmi nel progetto della democrazia», scrive sul suo sito. Un’affermazione tutt’altro che marginale in Texas, dove la religione cristiana — e in particolare quella evangelica — occupa da decenni uno spazio importante nella vita politica dello Stato. Rivendicare la propria fede diventa così anche un modo per entrare nel dibattito su quale debba essere il rapporto tra cristianesimo e politica americana.
Dall’altra parte della corsa al Senato texano c’è Ken Paxton, per il quale la fede cristiana non è soltanto una componente dell’identità personale, ma anche una chiave di lettura della storia e della politica americana. Paxton ha sostenuto l’esposizione dei Dieci Comandamenti nelle aule del Texas e ha descritto la Bibbia come parte delle fondamenta morali del Paese. «La nostra nazione è stata fondata sulla roccia della verità biblica», ha dichiarato, contestando l’idea che la separazione tra Chiesa e Stato debba impedire al governo di riconoscere l’eredità cristiana americana.
È proprio su questo terreno che Talarico accusa il suo avversario di avvicinarsi al Christian nationalism. Paxton non fa propria questa definizione, ma rivendica apertamente una visione dell’America fondata sulla «Biblical Truth» e sostiene che non vi sarebbe alcuna ragione giuridica per impedire al Texas di riconoscere quella che considera una delle fondamenta etiche del Paese.
La sua fede si intreccia così anche con il racconto della propria carriera politica. «I’m not here because of some great thing I did; I’m here because God delivered me», ha dichiarato. «If God wants me here, no one can stop me». Se Talarico cerca Dio nel prossimo, soprattutto nella persona marginalizzata, Paxton legge invece la propria stessa presenza sulla scena politica come possibile espressione di una volontà divina.
Ed è difficile separare questa visione dal mondo politico in cui Paxton si muove. Donald Trump lo ha sostenuto nelle primarie repubblicane contro il senatore uscente John Cornyn, consegnandogli un’investitura decisiva nella corsa al Senato.
Dal Texas ci spostiamo in Michigan, dove la fede assume un significato ancora diverso. Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato e possibile primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, è diventato uno dei principali bersagli della retorica antislamica della destra americana. Il vicepresidente JD Vance lo ha definito «very, very evil», mentre altri esponenti repubblicani hanno messo in discussione la sua fedeltà agli Stati Uniti proprio a partire dalla sua identità religiosa. El-Sayed ha risposto ribaltando l’accusa: «Il male è privare i lavoratori dell’assistenza sanitaria [...] Il male è dividere le persone per il proprio tornaconto». La sua candidatura racconta così un’altra faccia del rapporto tra fede e politica: non più soltanto il modo in cui un candidato interpreta la propria religione, ma il modo in cui quella religione viene utilizzata dagli avversari e dal dibattito pubblico, per definirlo politicamente.
Un altro esempio arriva dall’Iowa, dove la democratica Sarah Trone Garriott, ministra luterana ordinata e senatrice statale, corre per la Camera dei Rappresentanti. Da nove anni predica nei weekend per una rete interreligiosa che gestisce una dispensa alimentare, un’esperienza che continua a considerare parte della propria vita pubblica. «La mia fede non è una strategia elettorale. È semplicemente una parte molto importante di ciò che sono», ha dichiarato. Il suo principio guida è quello di «amare il prossimo», anche quando quel prossimo arriva da una posizione politica diversa.
La sua candidatura si inserisce così in un fenomeno più ampio: dopo aver progressivamente lasciato ai Repubblicani il terreno della fede e del «vocabolario morale» ad essa legato, alcuni Democratici stanno tornando a parlare apertamente di religione. Non per trasformarla necessariamente in una piattaforma politica, ma per rivendicare che anche il cristianesimo può avere un posto nell’identità democratica americana rivendicare che anche il cristianesimo può avere un posto nell’identità democratica americana.
Il quadro che emerge è quello di una politica americana in cui la fede torna a essere un linguaggio esplicitamente politico, ma non necessariamente secondo una sola grammatica. Se tra i Democratici Talarico, El-Sayed e Trone Garriott mostrano modi diversi di portare la propria religione nello spazio pubblico, nel Partito Repubblicano il rapporto con il credo religioso resta ancora più strutturale. Il cristianesimo evangelico continua a rappresentare una componente importante della coalizione conservatrice: figure come Donald Trump e Ken Paxton lo intrecciano alla difesa di un’idea tradizionale dell’America, mentre altri esponenti repubblicani, come il senatore Marco Rubio, hanno fatto della fede cristiana una parte esplicita della propria identità politica.
Ma anche qui il quadro non è uniforme. La religione non coincide automaticamente con una posizione politica e il Partito Repubblicano non parla con una sola voce quando si tratta di fede, così come il Partito Democratico non ha smesso di essere pluralista per il fatto di aver ricominciato a parlarne.
Forse è proprio questo il punto delle midterm 2026: in un Paese in cui la religione sembrava destinata a diventare sempre più una questione privata, la fede torna invece a occupare il dibattito pubblico. Non soltanto per dire in cosa credono i candidati, ma per raccontare quale America immaginano. E, ancora una volta, la battaglia politica americana passa anche da lì: dalla risposta alla domanda su che cosa significhi credere, e su cosa dovrebbe significare per un Paese intero.



