Il primo mandato di Trump e il falso mito del presidente pacifista
Dalla MOAB in Afghanistan all’espansione della guerra aerea, passando per truppe, riarmo, accordi smantellati e atomica: un’analisi delle scelte che hanno segnato la prima presidenza Trump
Alle 19:32, ora locale, arriva l’ordine: “Sganciare la bomba”. In pochi secondi una GBU-43/B MOAB viene lanciata da un C-130 dell’aviazione americana sopra la provincia di Nangarhar, in Afghanistan. L’obiettivo è un complesso militare di cave e tunnel che funge da base per un gruppo di miliziani dello Stato Islamico del Khorasan. La distruzione è imponente e la GBU-43/B, nota anche come mother of all bombs, sventra il fianco di una montagna. Fino a quel momento nessuno, tra i corridoi del Pentagono, voleva usare la MOAB. Marc Garlasco, ex targeting official ai tempi della presidenza di George W. Bush, ha spiegato che c’era sempre stato un rifiuto di usare quel tipo di arma (classificata come la bomba più potente in dotazione all’esercito americano dopo quelle nucleari) per il timore di danni collaterali.
È il 13 aprile 2017: sono passati solo 83 giorni da quando Donald Trump ha prestato giuramento come 45esimo presidente americano. In campagna elettorale e negli anni successivi, il tycoon ha costruito una contro-narrazione sul suo rapporto con le guerre presentandosi come un presidente di pace. Peccato che durante il suo primo mandato non sia sempre stato un pacifista, come dimostra la vicenda della GBU e non solo.
La continuità militare sotto Trump
Nei suoi primi quattro anni alla Casa Bianca, dal 2017 al 2020, Donald Trump non ha in effetti iniziato guerre nuove in senso tecnico. Non ha invaso Paesi né lanciato operazioni militari speciali. Ma in realtà ha usato la forza militare come i predecessori, se non di più. Il militarismo di Trump si è espresso attraverso forme meno evidenti ma non per questo meno distruttive. Nonostante abbia improntato la campagna elettorale sulle promesse di “portare le truppe a casa” e chiudere “le guerre senza fine”, Trump invia uomini e risorse in diversi scenari. Nel 2020, poco prima della fine del suo mandato, tra Afghanistan, Iraq e Siria erano ancora dispiegati 10mila uomini, ma nel periodo 2017-2019 le truppe erano arrivate a 26mila.
Oltre ai soldati, Trump intensifica anche i combattimenti. Secondo i dati del Dipartimento della Difesa, nel 2019 le forze armate americane sono arrivate a sganciare sull’Afghanistan un numero di bombe mai visto prima: 7.423, quasi otto volte quelle di quattro anni prima. A ben vedere si nota una vera e propria escalation. Nel 2016, ultimo anno di Barack Obama alla Casa Bianca, le bombe sganciate erano state 1.337. L’anno dopo Trump aumenta il carico: 4.361, poi quasi raddoppiato nel 2018 a 7.362. Una colata di ordigni che ovviamente rende la guerra ancora più letale per la popolazione civile. Secondo una stima del Cost of War Project della Brown University, nel 2019 gli strike americani sono stati responsabili di oltre settecento morti tra i civili, il dato più alto fin dai primi momenti dell’invasione americana tra 2001 e 2002.

La normalizzazione dei raid
Le tonnellate di munizioni scaricate sull’Afghanistan vanno viste in un quadro più ampio. La prima amministrazione Trump, infatti, estende il raggio d’azione della guerra aerea iniziata con Obama. Nel marzo del 2019 il presidente revoca un particolare ordine esecutivo firmato dal suo predecessore nel 2016, che prevedeva una maggiore trasparenza in materia di vittime collaterali derivanti dai raid. L’ordine che Obama aveva siglato era arrivato dopo un lungo periodo di pressione da parte del suo partito e di molte ONG, in particolare per l’aumento delle operazioni con droni condotte dalla CIA in Afghanistan, Pakistan e Somalia.
Nel complesso l’amministrazione Trump avvia un processo di espansione della guerra dei droni, estendendo le operazioni anche in Paesi che non erano tecnicamente in guerra con gli Stati Uniti. Giusto per fare un paragone: tra il 2008 e il 2010, i primi due anni della sua amministrazione, Obama aveva approvato 186 raid tra Yemen, Somalia e Pakistan, mentre tra il 2017 e il 2018, primi due anni del mandato di Trump, il numero di strike arriva a 238. Solo nel 2017 Trump ordina 130 attacchi in Yemen, tre volte il numero dell’anno precedente. Trump si spinge anche oltre rispetto a Obama quando, qualche mese dopo il suo insediamento, decide di attaccare la Siria. Trump dà luce verde a un attacco con 59 missili Tomahawk contro una base aerea siriana dopo l’uso di armi chimiche del regime contro i civili nella città di Idlib. Un anno dopo, sempre ad aprile, approva raid congiunti con Francia e Regno Unito per colpire strutture di stoccaggio di armi chimiche siriane come risposta a 15 attacchi chimici del regime di Damasco.
Alleati armati, conflitti alimentati
Al di là delle guerre ombra, la diplomazia della Casa Bianca alimenta conflitti già esistenti, come nello Yemen. Come ha ricordato l’analista Michael Galant su Responsible Statecraft, l’amministrazione Trump dà il suo pieno appoggio all’intervento di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in Yemen, un’iniziativa che finisce con l’alimentare uno dei conflitti più sanguinosi di tutta la regione. Più volte, nei suoi primi quattro anni alla Casa Bianca, Trump usa il potere di veto per scavalcare i provvedimenti del Congresso che, con maggioranze bipartisan, chiedevano di disimpegnare gli USA da quel conflitto chiudendo i flussi di armi per l’Arabia.
Una diplomazia senza regole
Se il secondo mandato di Trump si contraddistingue oggi per un approccio muscoloso – vedi i raid in Iran, Nigeria e il blitz in Venezuela – altro non si tratta che di un proseguo di quanto già visto in precedenza. I primi quattro anni alla Casa Bianca hanno visto, poco alla volta, una trasformazione nella diplomazia americana, che è passata da essere un sistema di dialogo tra partner all’interno di un’architettura globale predefinita, come l’Onu o altri organismi transnazionali, a un approccio di aperta ostilità. È il caso del ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, che era stato mediato con fatica dall’amministrazione Obama. Questo progressivo passo indietro logora anche la sicurezza, come dimostra il ritiro da altri due accordi quadro internazionali: quello sull’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (noto in Italia come accordo sugli euromissili), chiuso nel 2018, e l’addio all’Open Skies Treaty, un’intesa che garantiva trasparenza su alcuni tipi di attività militari, lasciato dagli Stati Uniti nel 2020 (e poi dalla Russia un anno dopo). Il punto di caduta di questa non-strategia è l’azione unilaterale, come quella del 3 gennaio 2020, quando Trump approva l’attacco per uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani, capo delle forze Quds.
Poco ricordato, ma altrettanto inquietante, è il rapporto di Trump con l’atomica. Seppur in una logica di ammodernamento e riarmo delle testate comune a molte amministrazioni americane, quella del tycoon è la prima a ragionare su conflitti atomici che si possono “vincere”. Nel 2019, infatti, in modo rocambolesco viene pubblicato (e poi ritirato) un documento dal titolo Nuclear Operations. Si tratta di una sorta di dossier che enuncia i principi dell’uso dell’arma atomica. Non tanto una Nuclear Posture Review, che inquadra la dottrina nucleare del Paese in modo teorico, quanto un documento più pratico che mette in luce come più di qualcuno al Pentagono e alla Casa Bianca sia convinto che il nucleare possa diventare simile a un’arma convenzionale, e cioè utilizzabile in una guerra regionale, e che quindi un conflitto termonucleare possa essere vinto.
Ultimo punto, non meno importante, riguarda il rapporto con il Pentagono. Dal 2000 in poi l’unico periodo in cui le spese militari sono scese è stato il secondo mandato di Obama. Per tre anni consecutivi, il budget del dipartimento della Difesa è cresciuto di anno in anno, passando dai 639 miliardi del 2016 ai 778 del 2020, non appena Trump è entrato al 1600 di Pennsylvania Avenue.





